RICCHI E POVERI 

(ovvero: i vantaggi dell’esser poveri)

di GianCarlo Moiso

 


Quel che né a Destra né a Sinistra vi hanno mai detto, sia

sulla Globalizzazione, sia sugli affari di casa nostra

 

Attenzione! maneggiare con cura

Contiene materiale esplosivo

 


Introduzione

Cap. I:

Un nuovo metodo di raffronto dei PIL

Insidie nella misurazione dei PIL

Un moltiplicatore apparente” del reddito

Un nuovo modello di raffronto dei PIL

Come funziona il modello
Un settore “un po’ speciale”

Un settore dotato del “senso delle proporzioni”

Cap. II:

Una teoria di vantaggi comparati
Come districarsi fra tutte quelle comparazioni

Il vantaggio comparato

Una politica economica mondiale?

Nel sistema-mondo: il vantaggio dei più poveri

Passaggio in India

Il nuovo paradigma: non (più) dare bensì distribuire

Gli investimenti, perché?

La politica dei prestiti e il problema del debito

Un reddito minimo a tutti

Da quel che dovrebbe essere (la politica economica mondiale)...

…a quel che è: la politica economica internazionale

Uno spreco di ricchezza che grida vendetta al cielo

Alcune leggende metropolitane


Cap. III:

Una calamità prossima ventura?

Per mantenere il vantaggio: rimanere separati

Un breve racconto di fantaeconomia

Una calamità prossima ventura?

Un problema Nord-Sud (nonché Ovest-Est) in Europa?

Una previsione, non una profezia


Cap. IV:

Il caso italiano – I costi economici dell’unità

E veniamo al nostro Paese

“There are lies, damned lies, and statistics”

Un bell’interrogativo
Un viaggio a Ecotopia
Ma quanto è facile ingannarsi!
Il “caso speciale” del Lazio

Insipienza o malizia?

Quali considerazioni trarre

Cap. V: 

La giusta soluzione (e i suoi nemici)

I paradigmi del senso comune

La soluzione economica
Veri e falsi federalismi
Perché ci hanno fatti “entrare” in Europa: ovvero, l’occasione perduta
Il problema, comunque, non è soltanto economico

Un possibile epilogo?
Postfazione

Post-postfazione

Introduzione

Il titolo originale di questo saggio suonava “Globalizzazione: vantaggi comparati dai differenziali nei sistemi  di prezzi”. Naturalmente, con un titolo del genere sarebbe stato problematico diffondere più di una mezza dozzina di copie, e ho preferito quindi cambiarlo. L’argomento è comunque quello. Capisco come di primo acchito un tale tema possa non sembrare molto attraente, ma vi prometto che, se riuscite a superare indenni la prima parte,  invero un po’ noiosa con tutte quelle cifre e quei rapporti comparativi, il resto vi ripagherà, ne sono fermamente convinto (anche se alcuni dati statistici sono ormai un po’ vecchiotti: questo saggio è frutto di un lavoro più volte interrotto e ripreso nel corso degli anni; non sono un accademico di professione e ho altre cose da fare, oltre che scrivere di economia). Perché so che quel che leggerete potrà forse sorprendervi, scandalizzarvi, irritarvi, ma ben difficilmente potrà annoiarvi. Perché quel che qui leggerete non l’avete mai letto, né credo che mai lo leggerete, da nessun’altra parte (né a Destra né a Sinistra, come ho scritto nella “fascetta” di copertina.

Questo saggio si propone di analizzare alcuni dei fenomeni in atto oggigiorno, principalmente economici, ma coi loro risvolti politici, sociali, culturali, psicologici – in una parola: antropologici.

Che il mondo stia vivendo oggi una fase storica diversa da quelle passate, con una nuova economia (la finanza mondializzata, con i capitali che si spostano di qua e di là – si direbbe non avendo di meglio da fare – alla velocità delle onde hertziane ventiquattro ore al giorno), nuovi rapporti tra paesi (al dissidio Est-Ovest si va sostituendo quello Nord-Sud), nuove ideologie, nuove concezioni della vita e del suo senso che si pongono alla nostra attenzione (non sempre in modalità pacifiche), nuovi problemi, da quelli ecologici a quelli dei grandi flussi migratori, è una cosa che sentiamo dire ormai così frequentemente da non accorgerci che… la si dice già da secoli. E’ da almeno un paio di secoli infatti, e non da pochi decenni, che il mondo traversa “fasi nuove”, affronta sempre nuovi problemi, costretto a elaborare sempre nuovi paradigmi mentali per comprendere quel che sta accadendo. E’ la modernità, ragazzi. Che è iniziata non ieri ma già da un bel po’. E che significa appunto cambiamento. Il continuo mutamento è la sua carta d’identità, la sua philosophia perennis.

La verità è che gli uomini sentono sempre come massimamente importanti i problemi del loro tempo, e hanno la tendenza a vedere la propria epoca come quella “assiale”, quella che sta mutando i destini del mondo. Che provino maggior interesse per i problemi del loro tempo anziché per quelli di cinquanta o cento anni prima, o per quelli di là da venire, è quindi più che altro una questione di prospettiva. Non tuttavia senza una qualche ragione (giustificazione): sui problemi futuri non si possono fare che illazioni, spesso confutate poi dagli eventi, mentre su quelli passati non è più possibile intervenire. Che gli avvenimenti contemporanei attirino l’attenzione, quindi, e che su di essi si discuta, è tutto sommato logico, intelligente ed economico.

Inoltre quelli in atto oggidì sono mutamenti effettivamente notabili, non foss’altro che per le dimensioni e la rapidità del loro svolgimento. Comprensibile perciò che la fantasia di noi tutti ne venga coinvolta, attirata, dandoci la sensazione di vivere “tempi interessanti” – come i cinesi sogliono chiamare i tempi di crisi.

Una sensazione esaltata dall’apertura del nuovo millennio: l’idea della “cesura”, del “passaggio” sembra porre anche i vecchi interrogativi in modi nuovi, facendoci provare le stesse ebbrezze che (così almeno c’immaginiamo) dovevano sentire, nei secoli passati, i colonizzatori di nuove terre nell’affacciarsi da un passo montano su una valle sconosciuta: pur se n’erano già viste molte, e simili, anche di quella, guardandola da lontano, ci si chiedeva, sempre un po’ trepidanti, se sarebbe stata fertile e accogliente oppure avara di frutti e insidiosa di pericoli.

Con questo lavoro spero di portare un contributo (si dice così, no?) a una migliore comprensione, sia di quel fenomeno chiamato “globalizzazione” (o “mondializzazione”), sul quale mi sembra corrano non poche nozioni distorte e confuse (a cominciare dall’idea che sia un fenomeno recente, mentre è in atto da mezzo millennio – di recente c’è solo la sua accelerazione, nonché la “presa di coscienza”), sia di alcuni problemi di casa nostra, Europa e Italia, che vi hanno (anche se a prima vista non si direbbe) a che fare. Prevedo che molti lettori non si troveranno d’accordo con le mie diagnosi, e soprattutto con le “terapie” che propongo. Pazienza. So da tempo che l’unico modo per far sì che gli altri (la maggioranza, almeno) siano d’accordo con quel che si dice, è di dire cose che piacciano, che confortino, che rassicurino e confermino nelle idee che già si possiedono. Non è questo il mio intento. E se era questo ciò che vi aspettavate – di sentirvi confortati nelle vostre idee, nelle vostre convinzioni –, potete riportare subito il libro dal libraio dove l’avete acquistato (o cancellarlo, se l’avete scaricato da Internet). Se non l’avete sgualcito e avete conservato lo scontrino d’acquisto vi restituirà i soldi.

 

(Ah, un’ultima raccomandazione: non saltate, come fanno alcuni, le note a piè di pagina. Sono forse la parte più interessante del racconto.)

CAP I - UN NUOVO METODO DI RAFFRONTO DEI PIL

Insidie nelle misurazioni dei PIL

Vi sarà certamente capitato qualche volta, osservando le statistiche dei redditi – i cosiddetti PIL (“Prodotto Interno Lordo”) – di paesi poveri, del cosiddetto Terzo o Quarto mondo (e che oggi, con espressione forse più corretta, o comunque più pregnante, viene detto anche “Sud del mondo”, visto che il Secondo Mondo, quello del socialismo reale, non esiste più), di chiedervi come faccia quella gente a vivere con redditi così bassi. Se già lo immaginiamo difficile per un tunisino, quando leggiamo che dispone di un reddito medio (pro capite) pari a un dodicesimo di quello di un italiano, come se la può mai cavare un abitante della Tanzania, con un reddito quasi duecento volte più piccolo del nostro?[1]

La risposta (ovvia) è: in quei paesi il costo della vita è minore che da noi.

Infatti. Ed è quel che riferiscono, non solo le testimonianze dei moderni esploratori, i turisti, ma anche, ogni tanto, qualche indagine statistica “mirata” (a conferma di quel che già aveva intuito il buonsenso): in quei paesi i prezzi delle merci sono più bassi che da noi.

Che non vuol dire che siano tanto più bassi da compensare del tutto quelle differenze, in taluni casi quasi astronomiche, di  reddito (come a volte è indotto a credere qualcuno di quei “moderni esploratori” di cui ho appena detto, evidentemente ingannato dal prezzo di qualche merce esposta nei mercatini o, più probabilmente, di qualche servizio resogli dalla manodopera locale). Eh no, in quei paesi si è effettivamente più poveri, spesso molto più poveri che da noi, anche se i prezzi vi sono più bassi.

Perché quei prezzi più bassi non riguardano tutte le merci. Un’automobile o un televisore hanno lo stesso prezzo in Tanzania e in Italia (anzi è probabile che costino di più là che non qui). Se osserviamo bene, infatti, ci accorgiamo di dover fare una distinzione, tra due categorie di merci. Per una (quella che comprende auto e Tv) i prezzi sono (all’incirca) uguali, da noi come nei paesi poveri (diciamo anzi che sono pressoché uguali in tutto il mondo); è per un’altra categoria, che sono differenziati (più bassi nei paesi più poveri). E’, questa seconda, la categoria di quelle merci per le quali (per la cui produzione) la tecnologia non offre ai paesi ricchi vantaggi di efficienza  produttiva. Le nostre fabbriche sono in grado di sfornare quantità strepitose di oggetti, ma il lavoro di una colf  o quello dell’assistenza a un anziano invalido hanno all’incirca la stessa produttività, in Europa come in Tunisia o in Tanzania.

E vediamo così che le due categorie corrispondono, in una prima (grossolana)  approssimazione, a quelle, rispettivamente, dei beni e dei servizi, le due categorie in cui si distinguono solitamente le merci.[2] Se per la produzione di beni (tipicamente, oggetti fisici), la potenza strumentale-tecnologica del nostro apparato industriale (anche la nostra agricoltura può dirsi industriale) ci pone in condizioni di netto vantaggio, per altre produzioni (tipicamente, quelle attinenti i servizi), che richiedono scarso o addirittura nessun ausilio di capitale strumentale (le “macchine”), il nostro vantaggio si riduce, magari fino a zero. Così è per tutte quelle merci la cui tecnologia produttiva è poco differenziabile, e in cui quindi il costo del lavoro incide maggiormente. E’ il caso, oltre che dei servizi personali, di molte produzioni artigianali, ma anche di talune industrie, come a esempio quella edilizia. Costruire una casa in Tunisia costa come da noi solo per quel che riguarda i materiali (cemento, apparecchiature elettriche e idrauliche, ecc.), ma costa molto meno per quel che concerne il lavoro. E, poiché nella costruzione di una casa il lavoro incide fortemente (da noi per circa il 70 %), ecco che il costo complessivo può essere, per un bene uguale, molto più basso al di là che al di qua del Canale di Sicilia (perciò c’è chi va a farsi la villa in Tunisia).[3]

Allora, che il rapporto di reddito pro capite tra un italiano e un tunisino, quello che vediamo misurato (nel modo tradizionale) nel PIL pro capite, sia di 12 a 1, significa che l’italiano può acquistare (in media) dodici volte le auto o i televisori di un tunisino, ma per altre merci la faccenda è diversa: di case può acquistarne forse solo due o tre volte tanto, e di colf tante quanto un tunisino.

Insomma, i poveri possono sollevarsi un po’ l’animo: non sono così poveri come hanno creduto (come gli si è fatto credere) fino a ieri.[4] A far sembrare il loro tenore di vita così lontano dal nostro, a far apparire i redditi dei paesi ricchi ancor più elevati di quanto siano in realtà, è l’azione di

un “moltiplicatore apparente” del reddito

Quelle comparazioni, di PIL e redditi pro capite, così come le leggiamo sui giornali o anche su testi di economia, non danno un’idea obiettiva delle reali differenze, delle reali disparità di tenore di vita. Perché i PIL, così come vengono conteggiati usualmente, riportano semplicemente la sommatoria di beni e servizi prodotti in un paese, ai prezzi di mercato di quel paese. E paesi con differenti livelli di reddito hanno anche (di norma) differenti sistemi di prezzi. I prezzi su cui si fanno i raffronti sono in pratica quelli dei beni (in gran maggioranza materiali) scambiati sui mercati internazionali (automobili e televisori, per capirci); per le altre merci il riferimento è fatto ai prezzi dei mercati interni. Se per i beni materiali il raffronto può dirsi corretto, per le altre merci – in pratica i servizi –  no. Il costo di una colf (dei servizi che produce) viene contabilizzato nel nostro PIL nazionale per una somma (il salario) più che decupla della sua omologa tunisina, anche se il valore reale (l’utilità) del suo lavoro è pressoché uguale. E ciò ci fa apparire più ricchi (e i tunisini al nostro confronto più poveri) di quanto non siamo in realtà. E’ così, che agisce il “moltiplicatore apparente” del reddito.

Per avere raffronti più realistici occorrerebbe tener conto del diverso potere d’acquisto, dei diversi prezzi delle merci nei vari paesi.[5]

Lo si è fatto, naturalmente. E ne vengono fuori dei modelli, forse un po’ più complessi ma in cambio più realistici, più veridici. Il più noto, e usato (adottato, a esempio, dalla Banca Mondiale), è quello che va sotto il nome di “Parità di Potere d’Acquisto” o PPA (per chi preferisce le denominazioni inglesi, “Purchasing Power Parity”, o PPP). I dati di riferimento, frutto di rilevamenti periodici, servono per indicare, per ogni sistema-paese, qual è la capacità di acquisto della sua unità monetaria, rapportata questa al dollaro USA.[6] Per convenzione il sistema di riferimento è infatti quello degli USA, il cui PIL, misurato in dollari, corrisponde quindi al PIL misurato secondo il conteggio PPA.

Rimane che i confronti sono difficili. La tecnica del “paniere” di merci, usata come base per elaborare gli indici, dà luogo a non poche inesattezze, perché al mutare del livello di reddito muta la composizione dell’insieme di beni e servizi fruiti: i paesi ricchi non consumano le stesse merci dei paesi poveri (ma la composizione del “paniere” può esser differente anche tra paesi allo stesso livello di reddito, a causa di differenti usanze e gusti). Occorrerebbe inoltre tener conto della diversa qualità delle merci: nei paesi poveri molte merci costano meno che da noi, ma sono anche di qualità inferiore – quindi in realtà non si tratta delle stesse merci. (Per farci un’idea delle difficoltà di confronto, basta por mente ai generi alimentari: anche quando sembrano uguali, occorrerebbe tener conto del fatto che nei paesi ricchi di norma vengono sottoposti a controlli igienici e di qualità ben diversi che nei paesi poveri. Mentre, all’opposto, alimenti che da noi costano di più – pensiamo ai “prodotti ecologici” – nei paesi poveri sono invece i più comuni, e i più a buon mercato. Sulle rive del Mar Caspio il caviale – quello rosso, ché quello nero è riservato all’esportazione – è cibo comune (così mi dicono), e in Siberia la pelliccia è vestiario comune, ma nessuno si sognerebbe di considerare ricche le popolazioni di quelle contrade.)

Quei tentativi estemporanei, poi, d’istituire confronti ricorrendo a qualche prodotto che, per il fatto di esser conosciuto e consumato in molti paesi (“transnazionale”), appare dotato di una essenza paradigmatica (il giornale quotidiano, la tazza di caffè al bar, il “Big Mac”), be’, non varrebbe neanche la pena di parlarne, data la loro vacuità, se non forse per far rilevare che si tratta più spesso di beni che non di servizi (anche se in due degli esempi sopra citati, la tazza di caffè al bar e il “Big Mac”, nel bene – l’oggetto fisico, così come viene fornito al cliente – si rileva la presenza di una non piccola componente di lavoro diretto, di servizi quindi). Mentre, come abbiamo fatto osservare, è precipuamente nel settore dei servizi che vengono a prodursi quelle “distorsioni” del giudizio che fanno poi apparire le differenze reddituali (e di tenore di vita) maggiori di quanto non siano in realtà. Perché nel settore dei servizi il differenziale di efficienza produttiva tra paesi ricchi e paesi poveri è minore, spesso nullo. Ed è in gran parte la contabilizzazione dei servizi ai prezzi dei mercati interni, a dare origine a quelle macroscopiche differenze di reddito tra i paesi del Primo e del Terzo mondo, è quel conteggio a indurre l’effetto “moltiplicatore”. (Nei confronti tra il nostro reddito e quello della Tunisia, per esempio, sembra di rilevare, nel giro di pochi anni, un mutamento di rapporti sorprendente. Nel 1983 (fonte “Atlaseco”) il rapporto tra i due redditi pro capite era di 5,3 volte. Nel 1990 (fonte “The World Almanac”) il rapporto era divenuto di 11,6 volte. Nei confronti dell’Albania, il rapporto passa dalle 11,7 volte del 1983 (“Atlaseco”) alle 17 volte del 1992 (“Corriere della sera, Annuario 1994, da fonti OCSE e Banca Mondiale). E’ vero che questi dati sono sempre da prendere un po’ con le molle, tra una fonte e l’altra si trovano spesso differenze da lasciare attoniti (quasi a giustificare le tante sarcastiche battute – vengono in mente quelle di Trilussa – sull’attendibilità delle statistiche), ma non viene il sospetto che tali variazioni siano da imputare, perlomeno in parte, al fatto che nel nostro paese è cresciuta la quota di servizi nel PIL, conteggiata nel reddito? Tale quota, che nel 1983 era indicata al 53 % (“Atlaseco”), nel 1991 era giunta (fonte “Ist. Tagliacarne”) al 66 %. (E si affaccia anche un altro sospetto: che la politica economica presenti sovente una specie di “propensione” all’incremento dei servizi; una propensione suggerita dall’idea che quell’incremento si tradurrà in aumento del PIL. Da presentare poi come progresso economico – come un successo della politica economica.  Mentre in realtà si tratta di un incremento solamente contabile.)

E’ attraverso quel “moltiplicatore apparente” che si  spiega come mai gli abitanti dei paesi poveri presentino tenori di vita superiori a quel che ci si dovrebbe aspettare, decisamente superiori a quel che da noi sarebbe possibile con quei redditi monetari. Ed è sempre così che si spiegano quegli sbalorditivi incrementi di reddito, in percentuali annuali a volte a due cifre, di certi paesi, nei cosiddetti “boom” economici, decenni fa di Italia, Giappone e Germania, ieri (prima che si azzoppassero) delle “tigri” del Sud-Est asiatico, come oggi quelli della Cina e dell’India (recentissimo, quest’ultimo): in quei paesi l’incremento di produzione di beni materiali induce un aumento nei prezzi dei servizi. Aumento che viene conteggiato come reddito. Eliminare quelle “distorsioni”, costruire dei conteggi più realistici (che riflettano, rappresentino l’effettiva disponibilità di merci), sembra tuttavia impresa non facile.

Forse c’è però un modello – o meglio un metodo di calcolo – che può consentirci di confrontare rapidamente e in maniera ragionevolmente veridica PIL e redditi. Un modello semplice e maneggevole che, se pure un po’ grossolano (non si può aver tutto nella vita: quel che un modello  guadagna in precisione di solito perde in semplicità, in maneggevolezza),[7] ma in cambio senza richiedere complesse (e spesso perigliose) elaborazioni analitiche, mette in grado di effettuare confronti pressoché immediati tra paesi posti a differenti livelli, sia di capacità produttiva che di reddito (non sempre le due cose coincidono).[8]

Un nuovo modello di raffronto dei PIL

In questo modello, anziché tentare l’analisi su una quantità enorme di merci, o su una parte ritenuta rappresentativa (il “paniere”), si effettua una sola, semplice distinzione: tra beni e servizi (col non piccolo vantaggio di avere a disposizione una gran quantità di dati statistici: le rilevazioni dei PIL a questo semplice livello di disaggregazione sono numerose). Dopodiché il calcolo si esegue contabilizzando i beni ai prezzi di mercato (seguendo il metodo tradizionale). Per i servizi, invece, si presentano due possibilità (modalità) di conteggio. Una è quella di escluderli, sic et simpliciter, dal conteggio del PIL (limitando quindi la contabilizzazione ai prodotti dei primi due settori, agricoltura e industria); l’altra, quella di conteggiarli a un prezzo uguale nei vari sistemi (paesi) messi a confronto. Possono risultare utili entrambi i modelli, dipende solo da quel che c’interessa sapere. Il primo modello di calcolo (quello che esclude i servizi) può essere utile per istituire raffronti su quella che potremmo dire la “capacità” degli apparati produttivi (che intendiamo mettere a confronto).  E’ ovviamente, questo, un sistema incompleto, perché non rappresenta l’entità globale del reddito. E per i raffronti (tra sistemi a diverso livello di sviluppo) può apparire, prima facie, inadatto. Sembrerebbe infatti basato sull’ipotesi che l’utilità prodotta dall’insieme dei servizi acquistati sia sempre nello stesso rapporto di quella prodotta dall’insieme dei beni acquistati; mentre è evidente che le cose non stanno affatto così. E’ logico infatti supporre che l’incremento di beni a disposizione (è questo, in genere, il risultato dell’incremento di capacità produttiva di un sistema) faccia mutare il saggio marginale di sostituzione tra le due categorie: se i beni vengono a costare meno dei servizi, si tenderà a consumare una maggior quantità di beni rispetto ai servizi – proprio quel che si constata nei nostri ricchi (sempre più ricchi) sistemi; dove si destina una quota maggiore (sempre maggiore) del reddito (lo evidenzia la distribuzione del PIL) ai servizi. (Per cui alcuni osservatori un po’ superficiali ne traggono la falsa impressione di uno “spostamento” dei consumi, dai beni verso i servizi, mentre invece quel che accade è solamente che, i beni venendo a costare meno rispetto ai servizi, e raggiungendosene quindi prima la saturazione-soddisfazione, i consumatori finiscono col destinare una quota maggiore del proprio reddito all’acquisto di servizi.) Nelle comparazioni tra sistemi diversi (a differenti livelli di capacità produttiva, ovviamente intesa pro capite), si dovrebbe allora tener conto di questo fatto: del fatto che nel sistema più ricco (di norma perché più produttivo) è in genere maggiore la quota di reddito destinata a (l’acquisto di) servizi. E si può supporre, anche se nessuno ha ancora pensato di dedicare uno studio (un’indagine statistica) al tema, che quella quota stia in un rapporto prevedibile col livello del reddito (ossia vada crescendo, al crescere del reddito pro capite, secondo una curva prevedibile: dopotutto, i due insiemi, dei beni e dei servizi, sono due aggregati: eventuali squilibri nelle preferenze, nei consumi al loro interno quasi certamente vengono a compensarsi nell’insieme), per cui la conoscenza della produzione (pro capite) di beni può darci l’indicazione (se pur grossolana, data la grossolanità delle rilevazioni di questo tipo) del reale livello di reddito; consentendo quindi una più corretta (migliore delle attuali) comparazione tra sistemi diversi (consentendo, per ognuno dei sistemi considerati, una valutazione oggettiva (comparabile) del reale complesso di merci, beni e servizi, prodotti – e goduti. Ciò perché la comparazione verrebbe effettuata utilizzando il solo complesso dei beni, i cui prezzi sono gli unici che, essendo, come sappiamo, i beni scambiati sui mercati internazionali (a differenza dei servizi: il cui prezzo quindi non può venir reso comparabile in modo attendibile da nessun “paniere”: è questa, la differenza fondamentale tra beni e servizi, ai fini delle comparazioni), possono esser  considerati oggettivi (comparabili). Tuttavia (anche considerando che, come ho appena fatto osservare, non sono ancora disponibili rilevazioni statistiche attendibili in grado d’indicarci quale sia, ai diversi livelli di reddito pro capite, la ripartizione tra beni e servizi), possiamo accontentarci, per molte comparazioni, del modello “rozzo”, quello che si limita a misurare – e comparare, tra sistemi-paese diversi – il complesso dei beni prodotti (tralasciando completamente i servizi); sapendo che, anche se non ce ne fornisce la misura esatta, ci fornisce comunque una buona indicazione del distacco, delle differenze esistenti tra gli apparati produttivi dei vari sistemi messi a confronto, e quindi anche delle differenze di ricchezza. (Nelle comparazioni, poi, tra paesi appartenenti al cosiddetto “Primo Mondo”, quelli ricchi e industriali, si potrebbe addirittura ricorrere a un modello ancora più semplice: si potrebbe addirittura considerare la sola produzione industriale, escludendo quella agricola. Non soltanto perché quest’ultima nei nostri paesi è ormai ridotta a una quota minima, al 4 o al 3 %, o anche meno, del PIL, ma anche perché quel valore non è più, oggi, rappresentativo dell’effettiva ricchezza prodotta: nelle moderne economie industriali l’agricoltura è infatti talmente sussidiata che il “valore”, diciamo così “facciale” – quello espresso nel prezzo –, prodotto è composto per la più gran parte di sussidi.)

Fermo restando che si tratta, come s’è detto, di un modello incompleto, insufficiente, inadatto allorquando quel che si desidera conoscere è l’entità globale del reddito goduto: il cosiddetto “tenore di vita”. (Per cui è forse il caso di aggiungere, a evitare fraintendimenti, che le due modalità di conteggio qui proposte, sia quella che esclude la contabilizzazione dei servizi, sia quella che li contabilizza a prezzi uguali nei vari sistemi-paese messi a confronto, sono destinate non tanto a misurare il benessere (ce n’è già in abbondanza, di tecniche tese a misurare questa entità sfuggente, investigando quelli che ne sembrano i migliori indicatori, o “veri” parametri della qualità della vita), quanto piuttosto la disponibilità reale di merci, beni e servizi. Non sto perciò qui proponendo “calcoli felicifici” di benthamiana memoria, bensì solo un metodo comparativo – di quantità di merci disponibili.)[9]

Capisco come la materia possa sembrare, oltre che ostica, un po’ oscura (o forse sono io che non riesco a spiegarmi bene); perciò, per chiarirci meglio i concetti, proviamo a considerare i due settori, dei beni e dei servizi, uno alla volta – e i prezzi a cui vengono valutati (e pagati).

L’idea che i beni possano venir valutati secondo i loro prezzi di mercato (quale che sia il sistema-paese) si basa sull’ipotesi-postulato che quei prezzi siano direttamente comparabili perché (sostanzialmente) uguali nei diversi paesi. E in effetti lo sono (con un’approssimazione sufficiente ai nostri scopi), perché si tratta di merci scambiabili – e regolarmente scambiate – sui mercati internazionali: grano, televisori, automobili  e PC hanno (a parte i casi di dumping, imposizioni doganali e simili) più o meno gli stessi prezzi dappertutto. Per i prezzi dei servizi invece la faccenda è diversa, i prezzi dei servizi sono quelli dei mercati interni, differenti da paese a paese. A quei prezzi (all’intero settore dei servizi) si richiede perciò una manipolazione, per renderli comparabili (omologabili). E poiché il prezzo dei servizi può ritenersi, ai fini pratici che qui ci proponiamo, quello del lavoro (speso per produrli), e poiché questo (il prezzo-costo del lavoro) può a sua volta ritenersi, in ogni paese considerato, corrispondente (all’incirca) al reddito medio (contabilizzato nel modo tradizionale), ecco che il conteggio può divenire allora semplicemente quello che, valutando “alla pari” quello stesso lavoro, contabilizza il valore secondo l’inverso del reddito (nei vari paesi messi a confronto).

L’ipotesi-postulato di tale modello di calcolo è, chiaramente, che i servizi costino quanto il lavoro. Ipotesi grossolana, ripeto, ma non troppo lontana dalla realtà. Se è vero che per molti servizi nei paesi ricchi (altamente produttivi) si fruiscono vantaggi di tecnologia e applicazione di capitale strumentale (pensiamo, giusto per fare un esempio, all’informatizzazione del lavoro d’ufficio), rimane che il settore dei servizi, considerato nel suo insieme, è quello nel quale la capacità produttiva presenta il minor iato, tra paesi ricchi e paesi poveri. A dimostrarlo c’è proprio quel fatto sopra accennato (e così spesso frainteso), che nei paesi più ricchi sia più ampia (e sempre più ampia di mano in mano che diventano più ricchi) la quota del reddito che viene destinata all’acquisto di servizi. Quell’incremento non è affatto il segno che “si desiderano sempre più servizi”, o, come pontifica qualcuno, che “si sta andando verso una società di servizi”. No. Se si spende sempre di più in servizi è perché ci si è costretti, perché i servizi costano sempre di più (in rapporto ai beni). E ciò perché i servizi si producono, non con delle macchine ma (principalmente) con del lavoro.

Insomma, se vogliamo “equiparare” (rendere comparabile) il lavoro della colf tunisina a quello della colf italiana, li dobbiamo conteggiare secondo il rapporto esistente tra i due redditi (medi, pro capite). Se quel rapporto è di dodici a uno (nei modelli tradizionali di conteggio dei PIL risulta appunto questo il rapporto), i servizi da noi devono venir conteggiati a un dodicesimo del loro prezzo monetario. Solo così gli si può assegnare lo stesso valore di quelli prodotti in Tunisia.

 

Ma perché (a questo punto qualcuno potrebbe chiedere) così e non il contrario? Perché non conteggiare il lavoro (il salario) della colf tunisina al prezzo (salario) di quella italiana? O magari stabilire un prezzo intermedio, risultante da una media aritmetica, o geometrica, o altro? No. Il prezzo da  usarsi dev’essere quello vigente nel sistema più povero (meno produttivo) tra i due (o tre, o molti) messi a confronto. E’ infatti in Tunisia che i salari, sia di coloro che producono beni che di coloro che producono servizi, possono considerarsi, rispetto ai nostri, intercambiabili – perché riflettenti una pari produttività (potremmo anche dire che a essere “artificiale”, non è il salario della colf tunisina bensì quello della sua omologa europea – è quest’ultimo che si presenta “gonfiato” da quel “moltiplicatore apparente del reddito” di cui s’è detto più sopra): il lavoratore italiano impegnato a produrre beni è dodici volte più produttivo di un pari lavoratore tunisino, ma quando prova a fare il colf produce quanto un tunisino (e qui si evidenzia una pecca del modello basato sul PPA: l’uso del PIL degli USA quale “pietra di paragone” per tutto il mondo non può non indurre effetti distorcenti, visto che il costo del lavoro negli USA è tra i più alti del  pianeta). Va da sé, poi, che quei beni che noi produciamo con efficienza più che decupla rispetto ai tunisini sono messi in vendita sui mercati internazionali allo stesso prezzo (non può essere che così in uno stesso mercato), ed è da tale fatto che si origina il differenziale di ricchezza misurato (corrispondente a una dozzina di volte, misurato nel modo tradizionale) tra noi e loro. Capiterebbe la stessa cosa ai servizi prodotti dalle colf, se non fosse che tale merce non è esportabile.

Dunque, il prezzo da usarsi per valutare i servizi dev’essere quello del più povero (di norma il meno produttivo) tra i sistemi messi a confronto. E rimane valido solo nell’ambito di quel confronto. Ché non può esistere un prezzo internazionale dei servizi – o meglio, visto che è il parametro che qui usiamo – del lavoro. Quale prezzo dovremmo usare, il costo del lavoro del paese più povero del pianeta (ammesso che si riesca a individuarlo)? D’altronde, quel che c’interessa, di volta in volta (per i fini che qui ci proponiamo), è solo un rapporto tra sistemi diversi, e non un valore assoluto – che non esiste.

Proviamo a chiarirci le idee con qualche esempio.

Come funziona il modello

Usando il “Business Atlas 1998”, edito a cura delle Camere di Commercio Italiane all’estero, proviamo a fare una comparazione tra i redditi pro capite di Tunisia e Francia.[10]Il testo riporta i seguenti  dati (1997):

 

per la Tunisia (9'000'000 ab.), un reddito pro capite di USD 1'820, così ripartito: agricoltura 15 %, industria 33 %, servizi 52 %;

per la Francia (58'600'000 ab.), un reddito pro capite di USD 26'230, così ripartito: agricoltura 2 %, industria 28 %, servizi 70 %.

Ovvero, un rapporto di ricchezza goduta di ben 14,4 volte tra un francese e un tunisino. Ora proviamo a rifare i conteggi, usando prima l’uno e poi l’altro dei metodi che ho proposto sopra. Vediamo prima che cosa succede a escludere i servizi dal conteggio.

Conteggiando soltanto i beni prodotti (escludendo i servizi), si ha: per i francesi, una produzione pro capite di USD 7'869 (30 % del reddito totale), per i tunisini USD 874 (48 % del reddito totale). Il rapporto, da 14,4 è sceso a 9. La disponibilità di beni del francese medio è circa nove volte quella del suo omologo (altrettanto medio) tunisino.

Conteggiando invece i servizi agli stessi prezzi in Francia e in Tunisia (prezzi della Tunisia), si ha: per il francese medio un PIL (reddito) pro capite di USD (7'869 di beni + 18'360/14,4 di servizi) 9'144; per il tunisino (pure medio) un PIL pro capite di USD (874 di beni + 946 di servizi) 1'820. Il rapporto è sceso da 14,4 a 5 volte. Che è (ce lo diceva già il buon senso) un rapporto sicuramente più vicino alla realtà effettuale, concreta, che non quello di 14,4. Non solo. Quel risultato coincide con quello che si ottiene contabilizzando con la tecnica della PPA. Infatti, se consultiamo l’Encyclopedia Americana (aggiornamento 1998, con dati economici del ’94 e ’95), i conteggi, effettuati usando il metodo PPA, indicano, per la Francia un GDP (“Gross Domestic Product”, o PIL) totale di USD 1'173'000'000'000, ovvero un reddito pro capite pari a USD 20'017; per la Tunisia un GDP (PIL) totale di USD 37'100'000'000, ovvero un reddito pro capite (per una popolazione stimata di 9'300'000 ab.) pari a USD 3'989. Un rapporto di 5 a 1; identico a quello ottenuto usando il metodo che ho qui proposto.

Non si tratta di una coincidenza fortuita. Se qualcuno pensa che io abbia voluto usare, per costruire questo esempio, un caso particolare di cui avevo anticipatamente controllato il risultato (che avrebbe portato a quella coincidenza), ebbene, non ha che da provare a farsi un po’ di calcoli su altri casi, e vedrà che i risultati ottenuti col mio metodo di conteggio sono in genere, se non proprio così coincidenti, abbastanza vicini a quelli effettuati col metodo della PPA. Se ne allontanano (ma non in modo eccessivo) solo quando i sistemi presi in considerazione sono molto differenziati tra loro. Paragonando i redditi pro capite di Francia ed Egitto, che contabilizzati secondo la tecnica tradizionale risultano (fonte “Business Atlas 1998”) in un rapporto di (USD 26'230/790) 33 a 1, usando il mio metodo di calcolo vengono ad assumere un rapporto di 10,7 a 1, mentre il conteggio con la tecnica PPA li presenta in un rapporto di 7,7 a 1. Nel confronto tra (i redditi pro capite di) Francia e India, che secondo la tecnica tradizionale di conteggio si trovano in un rapporto di 77 a 1, col mio metodo di calcolo si ottiene un rapporto di 24 a 1, e con la tecnica PPA 13,8 a 1. Come si vede, rapporti che, se possono anche sembrare un po’ distanti, sono tuttavia molto più vicini tra loro che non a quelli ottenuti coi tradizionali sistemi di conteggio del PIL (tenendo presente che in paesi molto poveri quali l’Egitto o l’India le cifre tendono a essere comunque poco significative, sia perché in tali paesi una parte, anche consistente, della produzione tende a sfuggire alle contabilizzazioni, sia perché in quei paesi non solo i servizi ma anche molti beni, persino alcuni prodotti industriali, anche se magari di qualità così scadente da non giungere sui mercati internazionali, sono più a buon mercato che da noi, grazie ai bassissimi costi della mano d’opera. E di ciò il mio modello non è in grado di tener conto).

Insomma, col metodo di calcolo qui proposto, semplice e rapido, si ottengono quasi gli stessi risultati che con la più macchinosa tecnica della PPA. (La “chiave segreta” della scorciatoia di calcolo sta, come qualcuno ha forse già intuito, nei servizi – o meglio nel loro rapporto di proporzione coi beni. Un rapporto che più avanti indagheremo in modo più approfondito.)

Una cosa interessante da rilevare, in quei conteggi di confronto tra Francia e Tunisia, è che, mentre il francese consuma 9 volte i beni di un tunisino, fruisce di servizi solo per un 35 % in più di quello (USD 1'275 contro USD 946). Questa seconda quantità può lasciarci un po’ perplessi.[11] E farci ritenere che conteggiare i servizi agli stessi prezzi, in Francia come in Tunisia, non sia un buon metodo – sembra produrre risultati inattendibili. E’ lecito infatti presumere che i servizi prodotti in Francia siano, oltre che superiori per qualità (il già accennato “problema del paniere”), disponibili anche in quantità maggiori che non dica quel 35 %; la tecnologia dopotutto offre ai paesi ricchi delle chances anche nella produzione di servizi (l’informatica!). Avevo però preavvisato che il mio modello consente solo approssimazioni grossolane (il suo maggior pregio, la semplicità, non può che andare a discapito della precisione). E comunque quella risultanza, che l’abitante del paese più ricco (il francese) consumi appena un poco di più dei servizi dell’abitante del paese più povero, non è così fuori posto come potrebbe sembrare a prima vista. Perché è proprio questo, quel che accade, anche se il modello che ho usato ce lo rende in modo molto imperfetto. Non è vero infatti che nei paesi ricchi si consumino gigantesche (e crescenti) quantità di servizi, pur se quell’opinione sembrerebbe confortata dai dati: non leggiamo forse che in Francia (come in Italia o in Germania) i servizi coprono ormai il 65-70 % del PIL totale (ed è un dato crescente, nel nostro Paese era il 50 % vent’anni fa), negli USA addirittura il 75 % - i ¾ del PIL; mentre in Tunisia, come s’è visto, interessano solo il 52 % del PIL; e in Egitto, paese ancora più povero della Tunisia, il 40 %? Certo. Ma ciò non vuol affatto dire che noi, abitanti dei paesi ricchi, fruiamo di servizi in quantità molto maggiore che nei paesi poveri. No, quelle abbondanti quote di PIL che le statistiche ci mostrano fluire nell’acquisto di servizi indicano piuttosto che qui, nei paesi ricchi, mentre i beni costano poco (in rapporto ai servizi) e perciò se ne consuma in gran quantità, si deve poi impiegare una quota maggiore del reddito per acquistare i servizi. Perché nei paesi ricchi i servizi costano (rispetto ai beni) di più che nei paesi poveri. Che il francese, mentre consuma nove volte i beni di un tunisino, goda solo di un 35 % di servizi in più, non contrasta con la logica economica. Il francese ha buoni motivi per acquistare solo un poco di più dei servizi che acquista un tunisino: gli costano 14,4 volte tanto.

(Di quanto onerosi siano, i servizi qui da noi, ce lo dimostra anche il fatto che spesso, pur nella nostra immensa ricchezza, ne facciamo uso con parsimonia. Nel contempo magari chiedendocene il perché: non ci sorprendiamo forse a volte a interrogarci su come mai, in mezzo a tanta abbondanza di beni materiali, non si riesca a fornire un’assistenza adeguata agli anziani, come invece “si riusciva una volta”? Non è solo perché gli anziani sono aumentati di numero, o perché “non ci sono più i valori di un tempo”, ma perché quelle merci, i servizi di assistenza, sono – o ci appaiono, dato che i confronti li facciamo coi prezzi dei beni – così care che spesso siamo indotti a farne economia.)[12]

Insomma, noi abitanti dei paesi ricchi abbiamo a disposizione, sì tanti elettrodomestici ma di domestici “umani” pochi (del resto è risaputo che in India il personale domestico di servizio è più abbondante che negli USA).

Quella differenza tra paesi ricchi e poveri nelle quote di PIL dedicate al terziario, quindi, non è dovuta tanto al fatto che vi si produca una maggior quantità di servizi (c’è un differenziale, sì, ma modesto), quanto piuttosto al maggior costo che i servizi presentano in questi paesi – quello stesso maggior costo che, come abbiamo visto, è alla base dell’effetto di “moltiplicazione apparente del reddito”. (Potremmo anche dire che non sono i servizi a costare di più nei paesi ricchi, bensì i beni – automobili e televisori – a costare di meno. Che significa poi la stessa cosa. Se non fosse che, essendo i beni scambiati sui mercati internazionali, i loro prezzi si rendono circa uguali dappertutto (anche se nei paesi ricchi vengono prodotti con minor lavoro), e diventano così parametri di riferimento.) D’altronde non c’è motivo di ritenere che nei paesi ricchi ci sia un desiderio – e quindi un consumo – di servizi diverso che nei paesi poveri. La verità è che i consumatori, poveri o ricchi, ricercano, nell’attuazione delle proprie scelte, la parificazione delle utilità marginali. Se, crescendo il reddito, se ne destina ai servizi una quota via via maggiore, è semplicemente perché ci si sta saziando di beni (materiali). Se gli albanesi spendono in servizi il 30 % del loro reddito e gli italiani il 66 %, è perché agli uni e agli altri “conviene” così: quella è la ripartizione ottimale dei rispettivi redditi, nell’uno e nell’altro paese l’utilità marginale dei servizi goduti (in generale) eguaglia quella dei beni (in generale). E se nella produzione di taluni servizi, segnatamente quelli “sociali” (quel che un tempo veniva a volte chiamato “settore quaternario”), ci capita di rilevare, tra paesi ricchi e poveri, differenze più consistenti di quanto di sembrerebbe giustificato dalla parificazione delle utilità marginali, gli è solo perché, essendo quelle scelte politiche, ce ne sfugge la relazione. Ma il Politico agisce su mandato (almeno, così si suppone) degli elettori, quella sovrabbondanza di servizi sociali è anch’essa tesa alla parificazione (se pure in modo mediato) delle varie utilità marginali. (Comunque, anche qui: se in molti paesi poveri i servizi di questa tipologia sembrano scarseggiare, spesso è solamente perché non compaiono “in contabilità”: perché resi privatamente, nell’ambito di circoli parentali e amicali.)

A questo punto siamo in grado di spiegare  come accada che le risultanze  ottenute col mio metodo di comparazione siano vicine a quelle ottenute eseguendo i calcoli con la tecnica della PPA. La “chiave” per la spiegazione-comprensione delle capacità “euristiche” del mio modello sta nel rapporto tra i due aggregati, dei beni e dei servizi. Per capire però come “deve girare” nella toppa, quella chiave, ci occorre un pizzico di quella che viene chiamata “fuzzy logic”: una logica che fa uso di categorie un po’ sfocate – meno precise di quelle cui ci ha abituati la “logica formale” (quella di cui siamo stati nutriti a scuola).

Abbiamo così visto – e assodato – che la produzione di servizi costa in genere più lavoro (e meno capitale strumentale) che non quella dei beni. Sappiamo però che non tutti i servizi sono fatti di puro lavoro (non c’è solo la “merce colf”); né, d’altronde, i beni sono fatti tutti a macchina, né in tutti si fa uso di uguali quantità di lavoro (non abbiamo visto forse l’esempio dell’industria edilizia?: industria sì – almeno, rubricata come tale – ma il cui “prodotto” richiede cospicue componenti di lavoro). Se in quel modello ho assunto l’equazione “costo dei servizi = costo del lavoro”, è stato solo per conferirgli semplicità e maneggevolezza. Possiamo però supporre  (facendo uso, appunto, di un po’ di “logica fuzzy”) che il rapporto tra la quantità di lavoro presente nei servizi e quella presente nei beni sia non molto diverso da quello che sussiste tra le quote di reddito destinate rispettivamente al consumo delle due categorie (aggregate) di servizi e di beni. In altre parole, che si dedichi il 70 % del reddito all’acquisto di servizi e il 30 % a quello di beni, non potrà forse dipendere dal fatto che i primi incorporando il 70 % (in media) di lavoro e i secondi il 30 %, i rapporti di costi tra le due categorie sono resi tali da spingere i consumatori a ripartire il proprio reddito (all’incirca) in quelle proporzioni? Perché non dovrebbe essere così? Dopotutto, una volta soddisfatti i bisogni “fisiologici”, cibo, vestiario, calore (per i quali ci basta oggi, a noi privilegiati abitanti dei paesi ricchi, una ben piccola parte del reddito), i nostri desideri di merci possono dirsi indifferenziati: cerchiamo la merce che ci procura piacere, indifferenti al fatto che sia un bene oppure un servizio, non abbiamo preferenze innate per l’una o l’altra categoria. Certo, può capitarci di venir indotti a destinare una consistente parte del nostro reddito all’acquisto di una merce, diciamo per esempio un bene, reso improvvisamente a buon mercato da una nuova tecnica produttiva (immaginiamo un elicottero sicuro e facile da guidare messo in vendita al prezzo di un’automobile), e quella scelta (di molti consumatori) farebbe “pendere la bilancia” verso la quota di beni presenti nel PIL. Ma la tecnica è un fattore del tutto casuale, la stessa cosa (l’innovazione tecnologica) potrebbe capitare nel settore dei servizi.

Insomma, il rapporto beni-servizi nel PIL avendo un’attinenza, se pure un po’ sfocata (appunto, di logica fuzzy), con il livello di reddito, diviene possibile trarne indicazioni su quello stesso livello. Da quello “ufficiale” (delle contabilizzazioni condotte nel modo tradizionale) diviene cioè possibile ricavare (se pure con un’approssimazione grossolana) quello “reale”: misurato non in moneta ma in capacità (potere) d’acquisto. Nonché indicazioni sulla capacità produttiva di un sistema-paese (cosa diversa dal reddito).

Quello dei servizi è quindi un settore che, nei suoi rapporti con gli altri settori, può fornire una chiave di comprensione per non pochi problemi dell’economia. Perché quello dei servizi è, per molti versi,

un settore un po’ speciale

Si potrebbe dire che il terziario è (per una gran parte) in pratica un indotto, i servizi si producono in un certo senso “da sé”. Abbisognano in genere di scarso capitale strumentale, per essere messi in atto; tutto quel che richiedono, si direbbe, è che esistano beni dei primi due settori a far “da base”. Ovvero si direbbe che sia la produzione di beni, a “trascinarsi” appresso quella dei servizi; non soltanto perché questi spesso “vengono dopo” (ovvero in molti casi non si danno servizi se prima non c’è produzione di beni); non soltanto perché una buona parte dei servizi altro non è che una specie di “appendice” (“al servizio”, appunto) della produzione di beni, sua distribuzione e gestione, ma – soprattutto – perché quello dei servizi è un settore precipuamente locale (rammentiamo che i servizi sono di norma prestazioni personali). E come tale al riparo (o quasi) dalla concorrenza (se non quella dell’ambito locale: la prestazione personale si consuma subito, nel momento in cui viene eseguita: nel momento in cui viene “prodotta”; non è immagazzinabile né, come sono invece di norma i beni – oggetti fisici – esportabile). Il che nel meccanismo economico ha delle profonde implicazioni; la principale delle quali è che vi si richiede scarsa (in taluni casi, all’atto pratico nessuna) iniziativa, capacità imprenditoriale (o addirittura capacità lavorativa).

Osserviamo più da vicino. Commercio e distribuzione delle merci sono attività squisitamente locali. Anche il trasporto, per quanto possa sembrare diversamente, visto che si svolge su distanze, spesso grandi, ha di necessità almeno una delle sue basi in loco (se non quella di partenza, quella di arrivo). Così dicasi per l’artigianato, le manutenzioni, i servizi finanziari (banche). A maggior ragione il discorso vale per i servizi pubblici (questi, poi, sono privi di concorrenza per definizione).[13] E tutto ciò, che altro vuol dire, se non riparo dalla concorrenza? Il barbiere, il salumiere, il panettiere, il concessionario d’auto – così come il carabiniere, l’impiegato del catasto o dell’ufficio postale –, sono soggetti economici che operano in un mercato carente (se non addirittura privo) di concorrenza: l’unica con cui hanno a che fare in genere è quella locale. Certo, il barbiere incapace o pigro dovrà soccombere di fronte al suo compaesano più attivo e intraprendente che ha messo su bottega dall’altra parte della piazza, ma possiamo star certi che, il paese non potendo fare a meno di un barbitonsore (l’alternativa è recarsi fino a qualche paese vicino), ci sarà almeno un negozio di barbieria, condotto magari da un incapace – o persino due, se la dimensione del mercato lo richiede e il barbiere più capace non è in grado di soddisfare tutta la domanda.

Insomma, ricchezza o povertà (di un apparato, di un sistema produttivo) si giocano sul terreno della produzione dei beni. Il livello di ricchezza (di benessere) di un sistema-paese si può valutare dalla sua capacità di produrre beni (in maggiore o minore quantità – pro capite, s’intende). E’ la capacità di produrre beni (molti beni con poco lavoro – il che vuol dire usando grandi quantità di capitale strumentale) che determina, col livello di produzione, il livello di reddito di un sistema-paese. Perciò possiamo dire che il terziario è un settore in gran parte derivato (o, come forse più propriamente potremmo dire, indotto).

 

Il che suggerisce “trattamenti speciali” in politica economica, quella parte della politica economica dedicata al perseguimento dello sviluppo. Nel senso che (ai fini, appunto, dello sviluppo) può ritenersi pressoché inutile occuparsi del terziario. Incentivi, sussidi, sgravi fiscali e simili – gli strumenti che maneggia di solito il Politico per promuovere (o “riscattare”, come ama dire) le “aree depresse” – risultano, se impiegati nel terziario, del tutto sprecati. L’economia non si sviluppa tramite il terziario. E ciò, anche se a molti “esperti” sembra sia proprio questo il “settore del futuro” (tanto che si è voluto coniare, per indicare una sua parte, l’espressione “terziario avanzato”, che riempie così bene la bocca, richiamando suggestive immagini di “magnifiche sorti e progressive”). Ma se lo sembra, settore del futuro, gli è solo per quella (fra)intesa “constatazione empirica” del suo sviluppo (nei sistemi in sviluppo), della sua crescita. Dopodiché, sulla base di quella constatazione (esibita come dimostrazione di “potenza motrice”), giù a insistere sul terziario – magari sovvenzionando gli operatori che ci si vogliono dedicare. Convinti che sia quello il “motore” dell’economia. Convinti altresì di creare occupazione con poca fatica (nel terziario i costi d’investimento – il capitale strumentale – sono di norma modesti). Senza comprendere che tutto quello “sviluppo” che la contabilità nazionale va registrando è semplicemente dovuto ai costi crescenti (in un sistema in crescita) del terziario rispetto agli altri settori. Senza comprendere che sono invece questi – le produzioni di beni – i veri settori trainanti, sono questi a generare lo sviluppo (quello vero e non finto). Il settore dei servizi “segue” semplicemente lo sviluppo dei primi due settori (soprattutto dell’industria, ché l’agricoltura, per ovvi motivi di assorbimento del mercato, non può svilupparsi più di tanto). E’ la produzione di beni, che avvia – e mantiene – lo sviluppo economico.[14] Se si avvia – e s’incrementa – la produzione di beni, il terziario seguirà (proprio come diceva Napoleone: “l’intendence suivra”). 

Un settore dotato del “senso delle proporzioni”

Non basta. Il terziario risulta legato ai primi due settori, oltre che dal rapporto di dipendenza che s’è detto, da altro un rapporto: di proporzione; una proporzione abbastanza ben definita – e definibile: di mano in mano che s’incrementa il PIL si constata che si dilata (in rapporto al PIL stesso) la quota destinata (spesa) ai servizi, in una proporzione calcolabile (con un’approssimazione grossolana) per più o meno tutti i sistemi. Paesi con uno stesso PIL pro capite presentano una uguale (all’incirca) quota di servizi.

Ci sono, sì, delle eccezioni, ma sono ben spiegabili. Paesi come il Liechtenstein o Monaco, o i vari paradisi turistici o fiscali, spesso presentano un settore dei servizi ipersviluppato, ma si tratta di servizi esportabili – ed esportati (e si tratta altresì di piccoli sistemi). Un’altra eccezione è (o meglio era) quella di paesi con consistenti settori di servizi sociali; fino a non molti decenni fa vi si distinguevano i paesi scandinavi, ma oggi tutti i grandi paesi progrediti si presentano, sotto tale riguardo, più o meno allineati. Comunque, se è vero che si danno casi anomali, di paesi con terziario ipersviluppato, non si danno però esempi di paesi privi, o quasi, di servizi. Ciò perché, tranne che per quelle poche tipologie particolari (finanza, turismo),[15] i servizi hanno la caratteristica di non essere esportabili, devono esser consumati (e prodotti) “in loco”. Ogni Paese (per taluni servizi anzi ogni città, ogni villaggio) è quindi costretto, in questo settore, a “far da sé” (per mezzo del proprio apparato produttivo). Si può perciò affermare, con buona approssimazione, che a ogni produzione di beni materiali corrisponde una data produzione (nonché “fabbisogno”) di servizi. La dimensione di questo settore viene a esser determinata, fissata dalla capacità produttiva dei primi due – dal volume di produzione di beni. Non si danno (a parte le eccezioni citate, di terziario esportato) sistemi poveri con un terziario abbondante, né sistemi ricchi con un terziario scarso, atrofico.[16] L’aggregato della produzione dei primi due settori può perciò venir considerato – e usato – come un indicatore di quella che potremmo dire la capacità produttiva reale di un sistema. L’indicatore più idoneo, anzi. Che il volume di produzione di beni sia il miglior indice di quella capacità, o un indice perlomeno migliore che non l’aggregato includente il terziario, ce lo dicono, sia il fatto che il terziario è in pratica un’appendice dei primi due settori, sia la presenza di quelle madornali differenze nei prezzi tra sistemi diversi, vere e proprie “idiosincrasie”, che affliggono il settore dei servizi, tipico “mercato interno”. Mentre dei beni – automobili e televisori – i prezzi essendo quelli dei mercati internazionali, prezzi simili, che possiamo anche tenere per certi (ai fini analitici che ci proponiamo), le differenze che invece sussistono nei prezzi dei servizi sono tali da inficiare qualsiasi tentativo di confronto. Già questo potrebbe ritenersi un buon motivo per l’esclusione del settore dei servizi dai conteggi.

Campo d’indagine che propongo, con quelle due modalità di conteggio (senza dimenticare la tecnica della PPA: perché rinunciare, quando torna utile, alla sua maggior precisione?), sono quindi i raffronti, non del benessere (la “qualità della vita”), ma:

1 - della disponibilità di merci, quale funzione, oltre che della produttività, dei sistemi di prezzi differenti da paese a paese;

2 - dell’efficienza degli apparati produttivi. 

 

Al fine, ovvio, di ricercare e valutare le possibili convenienze dei trasferimenti di risorse (aiuti, sussidi, investimenti). Ritengo infatti che tra capacità ed efficienza produttiva, sistemi dei prezzi e utilità ricavabili dai trasferimenti di risorse sussistano strette relazioni.

Vediamo come identificarle e valutarle, facendo uso degli strumenti del modello.
CAP.  II - UNA TEORIA DI VANTAGGI COMPARATI

Come districarsi tra tutte quelle comparazioni

Nell’esempio sopra descritto, di raffronto tra i redditi di un francese e un tunisino, abbiamo visto tre risultati:

1 – seguendo la contabilità tradizionale, il rapporto di reddito è di 14 a 1 (arrotondo le cifre per facilità di discorso);

2 – conteggiando i servizi agli stessi prezzi (oppure usando il conteggio in PPA), il rapporto di reddito diviene di 5 a 1;

3 – escludendo i servizi, il rapporto risulta di 9 a 1.

 

La prima cifra, 14/1, indica il rapporto di capacità (efficienza) produttiva tra i due sistemi, per quel che concerne i beni.

Il secondo rapporto, 5/1, sta a significare che un  tunisino può acquistare, col proprio reddito (di salario o altro che sia), 1/5 in media (ponderata) dei vari tipi di merci (beni e servizi: automobili, case e colf) rispetto a un francese. Che sia stato ricavato facendo uso del conteggio in PPA oppure col mio metodo più spiccio, quel rapporto è comunque un indicatore più attendibile (più “sensato”) del tenore di vita del tunisino (rispetto al francese) che non quello risultante dal conteggio effettuato nel modo tradizionale (che dà 14/1). E indicatore altresì di quel che potremmo chiamare il suo rendimento produttivo medio, ovvero “ponderato” rispetto a tutte le merci: ben minore – 1/14 – del lavoratore francese se produce automobili o televisori, di poco minore se costruisce case, e in pratica uguale se fa il colf.

L’altro rapporto, 9/1, misura quel che rispettivamente il francese e il tunisino consumano (e prima hanno prodotto) in beni. E ci dà un’idea della differenza di capacità tra i due apparati produttivi (vedremo in seguito a che cosa ci può servire, questo dato).

Il vantaggio comparato

Quel che balza chiaro è che nei due paesi, Francia e Tunisia, vigono due differenti sistemi di prezzi. E la risultanza interessante è che, col suo differente sistema di prezzi, la Tunisia gode di una sorta di vantaggio: da un reddito monetario (il PIL misurato secondo la tecnica tradizionale) di 1/14 del francese, il tunisino riesce a trarre un tenore di vita pari a 1/5 di quello. Un vantaggio (detto senza ironia, ché non dimentichiamo certo la sua povertà) che possiamo definire “comparato”, in quanto agente, operante nella comparazione (tra sistemi di prezzi differenti). Il rapporto che risulta dalla divisione tra il rapporto ottenuto col conteggio effettuato nel modo tradizionale (14/1) e quello risultante dal rapporto ottenuto, o col mio metodo o col conteggio in tecnica PPA (5/1), misura il vantaggio comparato (che possiamo quindi chiamare un “rapporto di rapporti). Un vantaggio che, già al primo sguardo, sembra si presti bene ai fini di aiuti, sussidi, investimenti – insomma, trasferimenti: un dollaro in Tunisia ne vale quasi quanto tre in Francia (14/5 = 2,8).

Infatti, è proprio così. E ben lo sanno quei tunisini (o albanesi, cingalesi, ecc.) che, senza aver letto nessun trattato di economia, vengono a lavorare da noi, risparmiando quanto più possono (anche se non quanto avevano magari immaginato, perché il costo della vita qui è molto più alto che nei loro paesi), e inviando quei risparmi a casa, dove hanno lasciato la famiglia. Sanno che là (al loro ritorno, o per i parenti rimasti) quel denaro ha più valore, spesso molto più valore (utilità) che non qui da noi: vi si acquista una maggior quantità di merci, soprattutto di servizi. (E a questo si aggiunge anche un altro “effetto”, un effetto diciamo così psicologico: in quei paesi, con una pari quantità di moneta non solo si acquista una maggior quantità di merci, ma si fruisce altresì di una più intensa sensazione di ricchezza – determinata dal livello del tenore di vita circostante. In Europa esser privi di auto o di telefono significa non solamente non godere di quei beni, ma sentirsi altresì frustrati, visto che tutti (o quasi) li possiedono. In Africa o nell’Asia meridionale no. Il trasferimento di denaro dai paesi ricchi a quelli poveri produce quindi un effetto moltiplicatore duplice.)

Naturalmente, il discorso che vale per la Tunisia vale per altri paesi poveri, anche in Europa. L’Europa dell’Est, ben più povera di quella occidentale, può ricavare vantaggi (utilità) maggiori da una stessa quantità di moneta. I rapporti di reddito (quelli eseguiti secondo la tecnica tradizionale di conteggio del PIL) vi sono spesso anche più elevati che tra Italia (o Francia) e Tunisia. L’Annuario 1994 del “Corriere della sera” (su fonti OCSE e Banca Mondiale) riportava tra Italia e Albania un rapporto di 15 a 1; con la Bulgaria di 20 a 1; con la Repubblica Ceca di 8 a 1; con la Georgia di 23 a 1; con la Lituania d 15 a 1; con la Polonia di 10 a 1.

E che dire dei “casi estremi”? Che ci racconta il rapporto che si ottiene confrontando a esempio i redditi di Francia e India? Secondo il conteggio tradizionale, quei redditi stanno tra di loro in un rapporto di (USD 26'230/340) 77 a 1.[17] Col mio metodo di calcolo si ottiene (come si è già visto sopra) un rapporto di 24 a 1, e con la tecnica PPA di 14 a 1. Quale viene a essere il vantaggio comparato del trasferire moneta dalla Francia all’India? Usando le risultanze del mio metodo di calcolo (77/24), 3,2; usando le risultanze del conteggio in PPA, probabilmente più veridiche (77/14), 5,5. Un dollaro in India ne vale 5,5 in Francia.

Forse qualcuno si aspettava un rapporto maggiore, vista la distanza abissale tra i due redditi pro capite. Quel rapporto significa comunque che in India un reddito di USD 300 mensili (immagi-niamo, per comodità, il dollaro pari all’euro) conferisce il tenore di vita (merci acquistabili) ottenibile da un reddito mensile di USD 1'650, un salario medio in Francia. Rimane però che in India automobili e Tv costano quanto da noi, a costar meno, molto meno, sono i servizi. E’ verosimile quindi che la composizione della spesa sia diversa. E’ probabile cioè che un indiano con quel reddito preferisca, anziché mantenere un’auto (come farebbe il francese con un salario di 1'650 €), forse un paio di domestici, merce che là è più “conveniente”. 

Aggiungendo che a quel livello di reddito la sua sensazione di utilità (di “vantaggio psicolo-gico”) è ben maggiore di quel che non dicano le cifre sulla quantità di merci acquistabili: quello che qui è un salario medio, in India, oltre che acquistare 5,5 volte più merci, conferisce al suo fruitore una ben più corposa sensazione di ricchezza: una ricchezza relativa all’ambiente di povertà in cui vive.

Non solo. Quel rapporto di 5,5 volte indica il vantaggio medio (ponderato) fruibile nell’acquisto di tutte le merci. Ma se noi agiamo in modo selettivo, ad esempio acquistando in India lavoro (la merce che là è più a buon mercato), il vantaggio fruibile può diventare enorme: quel 77 a 1 che risulta dalle statistiche condotte nel modo tradizionale. Con la somma che qui occorre per acquistare il lavoro di una persona, in India se ne acquista di ben 77. Non vi sembra, questa, una cifra di entità tale da indurre alcune riflessioni? Riflessioni, a esempio, su quale possa (o debba) essere un’adeguata politica economica mondiale. Una politica alla cui base stia il concetto di trasferimento di risorse.

Una politica di cui si direbbe ci sia un estremo bisogno, visto lo stato di penuria, di miseria in cui versa una gran parte dell’umanità.

Una politica economica mondiale?

D’altronde sembra già cosa evidente di per sé, che le risorse siano meglio utilizzate nei paesi più poveri. Tuttavia questa “evidenza” non poggia in genere sulle corrette motivazioni. A volte si ritiene che sia semplicemente “più giusto” che il paese povero (o meglio i suoi abitanti; sembre-rebbe la stessa cosa, ma non è detto che sia sempre così) riceva da quello ricco; ed è abbastanza ovvio che da pari quantità di moneta o merci un tunisino o un albanese ricavi un’utilità maggiore rispetto a un francese o un italiano. A volte però ci si confonde, immaginando che il differenziale reale sia quello indicato nelle statistiche dei PIL (quel rapporto di 14 a 1). Per poi magari, constatando che molti beni materiali hanno invece gli stessi prezzi, qui e in Tunisia (o in Albania, in Polonia o in Lituania), venir indotti a pensare che l’aiuto al tunisino (o al macedone, al turco o al senegalese) produca piuttosto un risparmio di costi sociali: non lo costringe ad abbandonare il suo paese per venir a lavorare in Italia. Il vantaggio (il risparmio) è invece un altro, e risiede nel differenziale tra i due sistemi dei prezzi: c’è convenienza ad acquistare talune merci in taluni paesi perché vi costano meno. Tra queste merci, massimamente conveniente (in grado di conferire il massimo vantaggio) è il lavoro; e di conseguenza le merci che richiedono, per esser prodotte, maggiori quantità di lavoro.

Esemplifichiamo. Supponiamo di dover scegliere se inviare un sussidio in Tunisia, dove il reddito pro capite (misurato nel modo tradizionale) sta in un rapporto, rispetto al nostro, di 1 a 12, oppure in Portogallo, con un rapporto di 1 a 3; oppure anche in Spagna, con un rapporto di 2 a 3 (arrotondo per semplificare). Con la stessa somma, in Tunisia si acquisteranno beni materiali (automobili e televisori) in pari misura (quantità) che in Portogallo, in Spagna o in Italia, ma di servizi (lavoro), quattro volte tanto che in Portogallo, otto volte tanto che in Spagna, e dodici volte tanto che in Italia. Ciò perché un lavoratore tunisino costa ¼ di uno portoghese, 1/8 di uno spagnolo, e 1/12 di uno italiano. Stipendiare (o anche sussidiare) un lavoratore (o un cittadino) tunisino, infatti, ci viene a costare 1/12 di uno italiano (inviargli il salario in Tunisia sarà come inviargli merci al loro prezzo internazionale, ovvero automobili e televisori: gli euro che riceve non possono che ritornare – perché prima o poi devono ritornare – attraverso l’acquisto di beni di quel tipo), ma il suo prodotto (e il suo reddito reale, inteso quale disponibilità di merci), in Tunisia, sarà ben maggiore: pari a 1/5 in beni e servizi (automobili e colf) di un lavoratore italiano (che qui diamo, per semplicità, uguale al francese). Quel salario (o sussidio che sia) avrà generato un guadagno (un differenziale rispetto al proprio costo): un guadagno dato dal vantaggio comparato presente nei differenziali tra i due sistemi di prezzi.

Ci sarà un vantaggio comparato anche nell’inviare la somma in Tunisia anziché in Portogallo o in Spagna. Poiché questa proposizione può apparire di un’ovvietà tale da non valer la pena di enunciarne la formulazione, occorre specificare che quel vantaggio non ha a che vedere col fatto che i tunisini siano più poveri degli iberici, bensì col fatto che in Tunisia talune merci (quelle la cui produzione richiede maggiore quantità di lavoro, e in primis il lavoro stesso) costano meno che in Portogallo e in Spagna: non confondiamo la maggior  utilità che ricava il più povero da una pari quantità di merci col maggior lavoro che può venir indotto a prestare, pagandolo con la stessa quantità di moneta (con la quale acquisterà merci). Il vantaggio comparato di cui sto trattando non risiede in una maggiore utilità ma in una maggior produzione (va da sé che da quel guadagno di produzione ci si aspetti poi un incremento di utilità; ma questo “viene dopo”, quale “risultato finale”). Una maggior produzione non causata dal fatto che il lavoratore tunisino sia più povero di quello italiano (quindi magari “spronato” a “dare di più” in cambio del salario), ma dal fatto che in Tunisia vige un differente sistema di prezzi.

Nel sistema-mondo: il vantaggio dei più poveri

Per quanto riguarda gli investimenti (che poi in gran parte altro non sono che acquisto di lavoro in loco), il vantaggio comparato dei paesi con basso costo del lavoro è cosa nota da sempre. Se tante aziende vanno a installare impianti di produzione in  paesi del Terzo mondo e nell’Est europeo, è per godervi il vantaggio del minor costo del lavoro. Ci sarebbe anzi da chiedersi come mai quegli investimenti non siano più cospicui. Se la mano d’opera in Tunisia costa 1/12 che da noi, e nel resto dell’Africa ancor meno (nell’Africa subsahariana, come già s’è fatto cenno, fino a centinaia di volte meno), come mai non stiamo assistendo a una migrazione in massa di capitali – anzi di aziende?

La risposta è: perché in realtà quei vantaggi non sono poi così strabilianti – o meglio, sono in gran parte neutralizzati da fattori avversi. Oltre ai casi d’insicurezza, d’instabilità politica – fattori di cui facilmente si comprende la capacità inibente in ordine ai trasferimenti di capitali –, la verità è che la produttività di un’azienda, di uno stabilimento, non è data solo dai bruti impianti ma anche, in una misura maggiore di quanto siamo usi immaginarci, da un”tessuto” circostante (“economie esterne”), formato da elementi spesso impalpabili, non solo di natura “tecnologica” (le cosiddette “infrastrutture”) o politico-amministrativa, ma addirittura culturale (per fare un esempio, quell’atteggiamento nei confronti del lavoro organizzato che i sociologi chiamano “disciplina di fabbrica”, e che ci appare così ovvio, così naturale da non accorgerci neppure della sua esistenza, può richiedere non poche difficoltà per formarsi – qui in Occidente ne ha richieste, in passato, anche se ormai non ce ne rammentiamo più). Potrebbe anche sembrare che, il vantaggio comparato essendo massimo nella produzione delle merci che richiedono più lavoro, sia in queste che dovrebbero specializzarsi i paesi poveri (e difatti nessun imprenditore nostrano progetterebbe di andar a installare una fabbrica altamente automatizzata in Tunisia o nell’Est europeo). Purtroppo la questione non è così semplice. Tra quelle merci ci sono proprio quelle meno facilmente esportabili: i servizi. Sarebbe una vera provvidenza se la Tunisia (con tutta l’Africa) e l’Albania (con tutta l’Europa orientale) potessero dedicarsi alla produzione di servizi di colf e similari (o magari anche di case d’abitazione), da esportare nei nostri paesi, in cambio di automobili e televisori, beni che a noi “riescono” meglio. Ma è chiaro che non si può.

Altrettanto chiaro è però che si può fare qualcos’altro: si può favorire, stimolare – o perlomeno non impedire (ché spesso è proprio questo, quel che accade) – i flussi di risorse (aiuti economici, ma soprattutto investimenti) dai paesi ricchi verso quelli poveri. Nel sistema-mondo questi ultimi godono infatti del vantaggio (almeno quello!) di poter presentare (quando non ostano problemi politici o logistici) più favorevoli condizioni, sia per l’aiuto puro e semplice (“diretto”) che per l’investimento. E si direbbe che nel mondo attuale queste condizioni siano sempre più facili, sia da far conoscere che da far fruttare. Quel fenomeno che va sotto il nome di “globalizzazione”, di cui tutti oggi amano riempirsi la bocca senza preoccuparsi troppo di sapere di che cosa effettivamente si tratti, in realtà altro non è che questo: la sempre più facile, più fluida capacità di spostamento di risorse, capitali e investimenti per tutto il pianeta.

Si tratta di un fenomeno senza alcun dubbio positivo. Che un capitale (un investimento) possa rapidamente, dall’Europa occidentale o dal Nord America, traversare gli oceani per andare a stanziarsi in Asia o in Africa, è senza dubbio un bene, per quello che abbiamo testé chiamato “sistema-mondo”. Se quel capitale si sposta dall’Europa all’Africa, è certamente perché sotto il sole africano ha trovato (così almeno suppone colui che lo sta muovendo) migliori occasioni di profitto. E laggiù produce, per via dei vantaggi comparati di cui abbiamo detto, un beneficio maggiore che non qui. La stessa quantità di capitale, infatti, investita in Africa può dar lavoro a un maggior numero di persone che non in Europa, in rapporti spesso di decine (o addirittura centinaia) di volte (usando a parametro di riferimento i rapporti di reddito, che si possono supporre non molto dissimili da quelli tra le quantità di capitale strumentale necessario nei rispettivi apparati produttivi, e che sono appunto, tra paesi europei e africani, di decine – quando non centinaia – di volte). Per il sistema-mondo ci sarà un guadagno.

Passaggio in India

Ma forse per rendercene meglio conto, per renderci conto di quale effettivamente possa essere il guadagno (il “rapporto di guadagno”: il vantaggio comparato) ottenibile, può tornare utile riprendere l’esemplificazione su quel “caso estremo” che abbiamo visto più sopra: l’India. L’India, come s’è visto, presenta un reddito medio pro capite (e quindi salari medi) di 1/77 di quello francese (anche se negli ultimi anni si mostra in rapida ascesa, per cui questo dato è forse già oggi obsoleto). Il che vuol dire che in India un salario normale è di forse 10 o 15 € al mese (un’entità che ci fa quasi rabbrividire). Il che vuole ancora dire che un’azienda europea che vada laggiù a installare uno stabilimento, con la stessa quantità di capitale strumentale (ma potremmo anche dire con lo stesso “monte-salari”) col quale qui darebbe lavoro a una sola persona, là ne impiega 77.

Solo che, per ottenere questo risultato, che l’imprenditore europeo sia stimolato a muoversi alla volta dell’India, occorre che la sua azienda abbia prospettive di profitti – di buoni profitti (migliori che non qui). Solamente se il suo futuro stabilimento produttivo indiano può dargli buoni profitti egli ha un incentivo a investire laggiù.

E qui cominciano a udirsi alcune dolenti note. A non poche nostre anime belle, infatti, questa faccenda, che l’azienda ottenga (debba ottenere) buoni profitti (anzi, per qualcuno, il fatto stesso che l’imprenditore si muova “solo in vista del profitto”), proprio non va giù (si ha anzi spesso l’impressione che, per le nostre “anime belle”, sia addirittura meglio che quelle popolazioni muoiano di fame, piuttosto che venire “indegnamente sfruttate”). Eppure, per poco che ci si rifletta (”spassionatamente”, potremmo dire), si deve comprendere, si deve ammettere che non può essere che così. L’azienda (qualunque azienda) non va a trasferirsi in India (né altrove) per beneficenza, bensì per trarre guadagno: un guadagno che per l’imprenditore si chiama profitto. Se egli si reca, coi suoi capitali, in quelle lontane contrade, insomma, è solo perché vi è attirato dalle paghe locali, da quei salari di 10 o 15 € mensili. Ed è sciocca demagogia scandalizzarsene; scandalizzarsi, qui, per il fatto che le paghe, laggiù in India, siano così differenti dalle nostre, siano così misere (magari istituendo, per evidenziare meglio quella che a qualcuno appare come un’intollerabile “ingiustizia”, un paragone con i salari che la stessa azienda – non c’è bisogno di pensare a una multinazionale –, operante qui e laggiù, versa ai dipendenti europei: “Non siamo forse tutti, europei o asiatici o africani, figli di Dio, tutti figli di uno stesso pianeta?”). Così non di rado ci capita di vederle, le “anime belle” nostrane, ingegnarsi a impedire quello che gli appare come un “indegno sfruttamento” (un “approfittarsi” della povertà di quelle popolazioni); magari riuscendoci: riuscendo cioè, o a imporre (a far imporre dal legislatore) salari più “giusti” (più elevati), oppure (una risultanza, questa, che di norma non si vede) a inibire quegli investimenti “profittatori”.

Purtroppo. Eh sì, perché costoro, agendo a quel modo, non fanno certo (anche se in cuor loro ne sono fermamente, in perfetta buona fede convinti) il bene, il vantaggio di quei poveretti, di quei popoli. Perché la (cruda) realtà è che per quelle popolazioni l’alternativa (a quelle paghe miserrime) è la disoccupazione. Che in quei paesi non vuol dire ciondolare al bar ma fare la fame. (Cosa di cui forse non è facile, qui, rendersi ben conto. Non pochi di noi, quando sentono parlare di “fame nel mondo”, tendono a immaginarsela come qualcosa di simile a quel languorino allo stomaco che avvertono verso mezzogiorno.)

A questo punto le nostre “anime belle” provano ad avanzare un altro ragionamento: “D’accordo [ci dicono], non ci sogniamo certo di pretendere che le imprese europee che vanno a installare stabilimenti industriali in India (o negli altri paesi poveri del pianeta) si conformino, laggiù, ai nostri stessi livelli (standard) salariali. Lo comprendiamo bene, che quei sistemi economici (i loro apparati produttivi) non sarebbero in grado di “reggere” i nostri livelli salariali. Pure, ci sembra eticamente inaccettabile il fatto che i lavoratori indiani, per lo stesso lavoro che qui svolgono i nostri concittadini, ricevano salari settanta, ottanta volte inferiori. Se anche le loro paghe non possono essere proprio uguali alle nostre (questo, abbiamo detto, lo comprendiamo), tuttavia riteniamo altresì che non debbano essere così distanti dalle nostre – così differenziate”.

Insomma, quel che chiedono le nostre “anime belle” [per i loro “protetti” asiatici o africani], sono semplicemente delle paghe “un po’ più elevate” (che non quelle attuali). Magari aggiungendo (a nostra erudizione) che l’imprenditore europeo (piccolo imprenditore o  multinazionale che sia) “avrebbe comunque un buon guadagno!”

Un discorso, questo, che di primo acchito sembra suonar bene, ma che, a esaminarlo attenta-mente, si rivela, nella sua indeterminazione (in qual modo stabilire quali debbano essere i “giusti” livelli salariali per i lavoratori dei paesi del mondo povero? Paghe più basse delle nostre, sì, ma di quanto?), non solo subdolo, ma decisamente pernicioso – proprio per gli interessi di quei poveri, di quei popoli poveri di cui le nostre “anime belle” si atteggiano a difensori. Proviamo a immaginare, infatti, che cosa accadrebbe se gli imprenditori europei avventuratisi coi loro capitali verso il Sud del pianeta si convincessero (o venissero “convinti”: obbligati da qualche normativa, nostra o dei governi locali) a corrispondere salari maggiori, diciamo, a esempio (giusto per fissar le idee), pari al doppio dei livelli di paga locali: in India (seguitiamo, per la nostra esemplificazione, a frequentare questo Paese) salari mensili, anziché di 15, di 30 €: il doppio (è un fatto, comunque, che le aziende europee o nordamericane che si recano a investire nei paesi poveri sono già propense a offrire salari un poco – non molto, solo un poco – superiori a quelli medi locali, non foss’altro che per le ovvie difficoltà che incontra un’impresa operante in un paese straniero nel reperire la mano d’opera). Accadrebbe semplicemente questo: che col capitale (o, se preferiamo, col “monte salari”) destinato a un determinato investimento, si potrà dar lavoro a metà dei lavoratori. L’imprenditore italiano che sbarca a Bombay, provvisto di un capitale (capitale strumentale e/o somme destinate a corrispondere i salari) adeguato per impiantare uno stabilimento da mille operai con salari da 15 €, allorquando venga obbligato a pagarne 30, che farà? E’ ovvio, ne assumerà la metà, solo cinquecento. Avremo forse fatto, in tal modo, un favore ai disoccupati indiani (e alla collettività indiana in generale)? No di certo, l’avremo fatto solamente a quei cinquecento, i quali, impiegati a paghe di 30 € anziché 15, si ritroveranno indubbiamente più contenti (anche perché consapevoli di percepire salari doppi rispetto alla media circostante), più soddisfatti, e con loro le loro famiglie. Ma degli altri, dei cinquecento rimasti disoccupati, nessuno può pensare che debbano restar soddisfatti di un tale sistema, attuato (così apprendono, se per caso gli capita di leggere qualcuno dei nostri giornali) proprio al fine di “proteggerli”. (Il punto-chiave del discorso, però, il punto dove si fissa – e da dove non si schioda – il ragionamento ingenuo dell’”anima bella”, è che, mentre i cinquecento occupati sono ben visibili, evidenti a se stessi e agli altri, dei cinquecento rimasti disoccupati non si sa nulla; nessuno si sa chi siano, nemmeno loro stessi; questo è il motivo per cui è così facile dimenticarsene. Gli stessi disoccupati, addirittura, ben difficilmente si rendono conto del danno che gli arreca un tale sistema. Più spesso anzi sono convinti che sia quello il sistema migliore – ovviamente non appena anch’essi riusciranno, come fermamente sperano, a ottenere un impiego.) I nostri protettori del Terzo mondo,  che tanto si danno da fare con parole, scritti, manifestazioni, proclami e cortei intesi a far sì che i lavoratori (i popoli) dei paesi poveri siano “trattati meglio”, che non vengano “sfruttati”, si stanno in realtà muovendo nella direzione sbagliata. Se veramente noi desideriamo (e su questo punto ritengo siamo tutti, noi e le “anime belle”, d’accordo) incrementare il benessere dei popoli del Sud del mondo, di quella parte dell’umanità ancora in lotta con la miseria, spesso alle prese coi bisogni fisiologici, primari, quella parte dell’umanità che ancora patisce la fame, ebbene, la via peggiore è proprio quella di volergli “dare di più”. Perché quel “voler dare di più” si risolve nel “dare di più ad alcuni”, lasciando tutti gli altri (tanti altri, tanti che si contano a miliardi) “fuori della porta”. (In realtà, anzi, togliendo a tutti quegli altri: ché quel “di più” dato agli uni non è sottratto, come i nostri ingenui “terzomondisti” pensano, agli “ingordi profittatori”, agli imprenditori occidentali, bensì ai poveri di quelle stesse società: è sottratto ai poveri del mondo povero.)[18]

Il nuovo paradigma: non (più) dare, bensì distribuire

E’ un fatto, però, che, di fronte all’immensità della miseria del pianeta – miliardi (tre, quattro miliardi? Non è certo possibile un censimento di tal fatta. Dove dovremmo fissare – a quale livello di reddito – la “soglia” della povertà?) di esseri umani che ogni giorno devono combattere con (o rassegnarsi a) privazioni di ogni genere, di fronte al grido di dolore che sale dal Sud del mondo, dalle sue campagne derelitte, dalle città malsane, quelle che vediamo crescere come tumori, circondate, assediate dai quartieri di baracche, non si può far altro che chiedersi, perplessi, sconcertati: che fare? Che possiamo fare? Anzi, che cosa dobbiamo fare – perché, di fare qualcosa per contrastare la miseria in cui si dibatte tanta parte del mondo, ce lo impone (ce lo urla), in modo ogni giorno più cogente, il nostro senso etico.

(Ed è, questa, la più grande – ma diciamo pure, senza tema di sembrar retorici – la più nobile impresa in cui sia stata chiamata a cimentarsi l’umanità – o meglio, la parte più ricca di essa, quell’“Occidente” di cui tanto bene e tanto male è stato detto, il protagonista da mezzo millennio della storia del mondo, mentre gli altri stanno a guardare: è all’Occidente, ai ricchi del mondo, che spetta oggi il compito immane di trarre dalla miseria il resto dell’umanità. Ed è da come sapremo gestire quest’impresa, questa faccenda stramaledettamente seria, da come sapremo affrontarla e condurla a termine in tempi ragionevoli e non lasciando fare ai secoli (è ragionevole presumere, infatti, che nel giro di un secolo o due il mondo povero sarà uscito, col nostro aiuto oppure da sé, dalla miseria, ma quanta sofferenza nel frattempo!), che saremo giudicati, noi ricchi di oggi; e che la nostra civiltà, coi suoi valori, verrà giudicata dalla storia, dai posteri. E’ il futuro che ci guarda, ci giudica. Questa, contro la miseria, potrebbe essere la più grande battaglia – ben più grande e nobile di tutte quelle che ci hanno portati a diventare i padroni del pianeta – per la quale sarà rammentata la nostra civiltà nei tempi a venire.)

Tuttavia, proprio perché ci poniamo di fronte all’immensità di quella miseria, sentiamo, capiamo che oltre alla compassione (empatia), a muoverci deve essere anche la ragione: per indicarci i modi migliori, più razionali – ma, diciamo pure chiaramente – i modi più economici, di affrontare il problema. Perché (anche questo sentimento dovrebbe esserci suggerito dal nostro senso etico, ma purtroppo così non è), le risorse disponibili essendo così palesemente inadeguate al compito, dovremmo sentire come primaria, imperativa l’esigenza di amministrarle nel modo più efficace possibile, minimizzandone gli sprechi, ottimizzandone il rendimento.

E qui si apre un nuovo (o meglio un nuovo aspetto del) problema: quali sono (devono essere) i modelli di gestione di quelle risorse? Perché, qualunque sia l’entità dell’aiuto conferito ai paesi poveri (lo sforzo dei ricchi), si potrebbe sempre dire che è “insufficiente”, o che “si può [o si poteva] fare di più”. Ma questa, lo capiamo, è solo retorica demagogica. Ci si deve piuttosto chiedere quale sia il modo più efficiente, più economico di fornire quell’aiuto. E se è il sentimento, a darci la spinta, dev’essere la ragione a indicarci le direzioni, le modalità dell’azione. E la ragione (se le diamo modo di esprimersi, di far udire la propria voce) ci fa capire come non sia più sufficiente, oggi, affidarsi, per la gestione del problema della povertà, alla “buona volontà”, alle esortazioni all’altruismo, e nemmeno alle formule politiche d’impronta “sociale” (quelle che  propongono – e continuamente ripropongono – una “più equa” ripartizione del prodotto sociale). Il problema della povertà oggi non è più (in realtà mai lo è stato, solo che prima era meno facile rendersene conto) un problema di egoismo, di ricchi (“haves”) restii a dividere con i più sfortunati (“have-nots”) un poco dei loro averi – e che devono quindi venire indotti, o con l’esortazione o con la (qualche forma di) coercizione –, a dare.

La verità è che oggi, a fronte della dimensione colossale (e inusitata, perché mondiale) del problema, si pone – o meglio s’impone – un nuovo paradigma comportamentale: oggi si tratta, non più di dare, bensì di distribuire. E sono due cose affatto diverse. Perché distribuire significa, implica quantificare: quantificare la “solidarietà” complessiva attingibile – per poi ripartirla – ovvero ripartire le risorse disponibili nell’ambito, non più – oggi – della collettività nazionale, bensì di quella mondiale.

 

Incominciamo così con lo sgombrare il campo da alcuni pregiudizi (“idee ricevute”). Primo fra tutti quello che la povertà dei popoli poveri sia dovuta alla (nel senso di “causata da”) ricchezza (dei ricchi, dei popoli ricchi): ovvero che, se esistono i poveri, è perché esistono i ricchi. Non è vero, non c’è alcuna relazione causale tra la povertà e la ricchezza nel mondo. Se anche i ricchi sparissero tutti domani, i popoli poveri del pianeta rimarrebbero poveri come sono oggi (forse ancor più poveri di oggi). Perché la loro povertà non è dovuta, come tenta di farci credere certa rozza demagogica pubblicistica, a qualche forma (più o meno “subdola”, visto che non  risulta dalle evidenze contabili; o magari addirittura risalente a epoche passate, quelle della colonizzazione, per intenderci) di sfruttamento (il teorema per cui se uno è povero, non può essere che perché da qualche parte esiste – e se non si vede è solo perché si tiene ben nascosto – qualcuno che lo sta sfruttando): a causa, insomma, di qualche ingiustizia, magari perpetrata un secolo o due fa. No, non c’è alcuna ingiustizia, nell’attuale stato di cose. C’è invece una nostra (forte, sempre più forte) esigenza etica. Che ci chiede di porre fine, con urgenza, a quelle disparità di ricchezza, di benessere. 

Ed è necessario dissipare quell’equivoco, dello sfruttamento, per poter affrontare veramente (in modo efficace) il problema. Che non è, in verità, un problema di spartizione (di ricchezza) bensì di produzione: i popoli poveri sono tali, non perché siano sfruttati, sibbene perché non producono abbastanza (ricchezza). Quello che serve al mondo, insomma, non è tanto una sottrazione – dal ricco per dare al povero (anche se è pur necessario anche questo, se non altro come lenitivo immediato) – bensì un incremento della ricchezza prodotta. E’ quello il solo modo per risolvere il problema nel lungo termine – e non solo per l’immediato (in quella che potremmo chiamare l’ottica caritativa). I popoli poveri non hanno bisogno di elargizioni (di carità), hanno bisogno di industria. Hanno bisogno di investimenti.

Gli investimenti, perché?

Perché è quello il modo più economico di affrontare il problema. Diciamo pure, anche se la cosa può lasciar perplessi, se non addirittura indignati, molti nostri benpensanti, perché “fa economia (tra le altre cose) di altruismo”. Eh sì, proprio così. L’altruismo è una merce rara, costosa, che deve essere (proprio in quanto rara e costosa) utilizzata con parsimonia: al meglio. E’ indubbiamente meno costoso (richiede minori risorse, di qualunque tipo le si intenda), infatti, inviare al Sud del mondo imprenditori che non piuttosto missionari – e i primi non sono meno utili dei secondi. Lo stimolo del profitto (la virgiliana “auri sacra fames”), se pur meno “nobile” di quello dell’altruistico desiderio di beneficare i popoli poveri, è però indubbiamente più efficace, più capace di trascinare gli spiriti – e muovere i capitali. E quanto maggiori saranno le prospettive di profitto, tanto maggiore sarà il volume di capitali (e d’iniziativa imprenditoriale) che si muoverà verso il mondo povero. Ed è di capitali, di strumenti, macchinari, conoscenza, che il mondo povero ha necessità, anche se ciò significa “sfruttamento” (ma chi lo definisce?, chi è in grado di stabilire qual è il “giusto guadagno”, aldilà del quale si dà “sfruttamento”?). Perché da quello “sfruttamento” (chiamiamolo pure così se vogliamo, tanto non sono le parole ma le cose, a produrre i veri effetti) germinerà comunque dell’industria; industria che, col tempo, ne produrrà (per “polluzione”) altra – altre aziende. E quando queste saranno divenute numerose (dando vita anche a un’imprenditoria locale), la povertà (o, se preferiamo, lo “sfruttamento”) poco alla volta si ridurrà – ché è l’abbondanza di aziende, di fabbriche, di attività imprenditoriale, a determinare, con l’incremento di produttività che ne deriva, il benessere, e i buoni livelli salariali; non i decreti dei politici o le esortazioni, per quanto accorate, delle “anime belle”. E’ così, peraltro, che si sono prodotti i (purtroppo non molti) “miracoli economici” degli ultimi decenni: paesi come Taiwan, Corea del Sud, Singapore, si sono sviluppati perché hanno non solo accettato, ma si potrebbe dire invocato, lo “sfruttamento” (l’investimento) straniero, offrendogli tutte le migliori condizioni possibili. Così gli sono arrivati i capitali, dall’America, dal Giappone, dall’Europa. Dal che quei paesi si sono trovata in casa un’industria che, poco alla volta, ingrandendosi, proliferando, ha generato un capitale di produzione autonoma e un’imprenditoria locale – e oggi Singapore ha un reddito pro capite maggiore di quello italiano. Così sta facendo oggi la Cina.

E l’incentivo (il “movente” dell’imprenditore), non è il caso di sottolinearlo, è massimo quando massima è l’aspettativa di profitto. E’ questa – la massima aspettativa di profitto – che, dando origine alla massima tensione acquisitiva, produce i massimi risultati: i massimi investimenti, i massimi rendimenti degli stessi, insieme col massimo impiego (possibile) delle risorse umane disponibili, di mano d’opera. Ché, là ove invece si istituiscano inibizioni, ferule, impedimenti, per quanto appaiano giustificati da motivazioni di “giustizia sociale” (di quella che alle nostre “anime belle” appare come “giustizia sociale”), il risultato sarà invece di ritardare lo sviluppo, e con esso il miglioramento delle condizioni di vita, del benessere generale. Peggiorando, prolungando le sofferenze dei poveri – proprio di quei poveri di cui ci si atteggia a difensori.

Ragion per cui, altresì, i capitali, gli investimenti, hanno da essere precipuamente privati – e condotti da privati imprenditori. Non soltanto perché sono, questi, i capitali di cui è più attento, oculato l’impiego (cosa su cui ormai concordano tutti, persino – anche se obtorto collo – gli ex marxisti), ma altresì perché vi è più equilibrata la gestione: l’imprenditore privato, guidato da criteri di economia, è sempre teso a impiegare nella massima misura i fattori produttivi meno costosi; cercherà perciò di impiegare nella massima misura possibile il fattore che nei paesi poveri è il meno costoso e più abbondante: il lavoro. Degli investimenti “politici”, quelli decisi e attuati dagli Stati (dalle loro autorità politiche), invece, è assai più facile l’estrinsecazione in grandi (spettacolari) opere, quelle più atte a colpire l’immaginazione, o esibizioni di alta tecnologia, ma non di rado con modesti riflessi sull’occupazione locale.Che è invece quel che più conta, quel che veramente dovrebbe interessare.

Massimamente efficace, quindi, è quella politica economica che si affida (anche se la cosa a non pochi terzomondisti si presenta con le connotazioni dell’ingiustizia), senza inibizioni, agli investimenti esogeni (quelli degli imprenditori provenienti dai paesi ricchi, dall’Europa o dal Nord America), accettando il fatto che poi i profitti prodotti se ne ritornino senza difficoltà ai paesi d’origine. Anche se ciò può provocare (anzi, provoca senz’altro) scandalo. Purtroppo, invece, non di rado si vedono all’opera nei paesi poveri, poveri non soltanto di beni, di capitale, ma di capacità tecniche (“know how”) e soprattutto imprenditoriali (gli “animal spirits” di schumpeteriana memoria: non scordiamo che il capitale non serve a nulla senza la capacità di saperlo ben impiegare, di farlo fruttare), tentativi, non di rado patetici (comunque sempre improntatati allo sciupio), di generare, di far scaturire dall’interno – e di fretta – di quelle stesse società, attraverso politiche di “incentivazione” (che altro non sono che distribuzioni di sussidi), un’imprenditorialità locale, quasi fosse questa l’unica “autorizzata” a operare, o l’unica di cui “ci si possa fidare”, senza considerare che una classe imprenditoriale (capace) può richiedere a volte generazioni per formarsi. Nel frattempo sprecando immense quantità di risorse per mantenerne in piedi una fittizia.

Sprecando, quindi, malamente le risorse ottenute attraverso capitali (ché sempre di capitali si tratta, dei capitali non si può fare a meno, per lo sviluppo economico) presi a prestito, o dalla Banca Mondiale o dai risparmiatori del ricco Occidente. Perché in non pochi paesi poveri, infatti, s’era creduto che bastasse avere a disposizioni capitali (in quantità massicce, ovviamente: per una certa “scuola” economica, è la dimensione, quel che conta), affinché si venisse a formare, in virtù di qualche misterioso automatismo, l’industria – con il conseguente benessere. Ritrovandosi invece, dopo qualche tempo, poveri come prima (a volte più poveri di prima), ma in compenso indebitati fino al collo. Così, non solo avviliti ma altresì rancorosi, magari convincendosi che la colpa di quella povertà rimasta immutata, rinsaldatasi anzi, a onta delle grandi aspettative suscitate, sia da imputarsi… a chi ha fornito i crediti.

La politica dei prestiti e il problema del debito

Come sappiamo, alla fine della seconda guerra mondiale, l’Europa semidistrutta ha potuto risollevarsi abbastanza rapidamente (più rapidamente di quanto sarebbe sembrato logico attendersi) grazie agli aiuti americani: il “piano Marshall”. Che consistette non solo di aiuti diretti (e immediati), quelli dettati dall’urgenza delle situazioni, ma anche da prestiti. Quei prestiti furono ben utilizzati, rimettendo in sesto l’economia, e furono poi regolarmente restituiti. Quegli aiuti e quei prestiti hanno non solo contrassegnato ma probabilmente anche dato l’avvio a un’epoca di sviluppo economico quale non s’era più vista dall’inizio della rivoluzione industriale, portando in un paio di decenni l’Europa (occidentale) a un livello di reddito pressoché pari a quello degli USA. Così, sulla scorta di quella felice esperienza (senza riflettere sul fatto che in Europa esisteva, sia una capace classe imprenditoriale, capace di ben utilizzare i prestiti, sia un elevato ethos commerciale, comprendente la nozione di rispetto degli impegni pattuiti), nelle ultime decadi si è pensato di riprodurre lo stesso “miracolo economico” nei paesi del Sud del mondo, con una politica di prestiti  (principalmente della Banca Mondiale, ma anche, tramite il mercato azionario e obbligazionario, di privati risparmiatori), che potrebbe (mutuando una nostrana dizione) definirsi “a pioggia”, per la vastità degli intenti, oltre che delle dimensioni; una politica, però, che ora sta mostrando tutta una serie di carenze preoccupanti, tanto più preoccupanti in quanto continuano a riprodursi, amplificandosi anzi, senza che appaia in vista un rimedio. Non pochi paesi indebitati infatti sono (o dichiarano di essere) ormai in condizioni tali da non poter più restituire i capitali ricevuti in prestito. Ingoiati in progetti antieconomici, al limite dell’assurdità, o finiti nelle tasche di politici, funzionari e amministratori corrotti o maneggioni, distribuiti in regalie clientelari per comprare consenso e potere, volatilizzati nei modi più fantasiosi…, si direbbe (almeno, a quel che si legge e si sente) che in gran parte, forse nella maggior parte dei casi i prestiti concessi ai paesi del Terzo mondo siano andati sprecati, o comunque non abbiano condotto agli scopi che ci si prefiggeva (incremento della produzione, o quantomeno del benessere). Alcuni paesi risultano oggi indebitati per somme equivalenti a cinque o sei volte il loro PIL annuale, il che significa (oltretutto si tratta di paesi tra i più poveri del pianeta) che non potranno mai, pur con tutta la buona volontà, ripagare il debito (e sembra quindi il caso di chiedersi come si sia potuto, in tali situazioni, continuare a erogare prestiti, fuori di ogni logica economica). Di altri paesi indebitati, a rendere ardua la restituzione è forse, più che l’incapacità oggettiva, la scarsa volontà (ma come si fa a distinguere tra le due cose?). La conclusione è che in non pochi casi il debito risulta di difficile, se non impossibile, restituzione. La questione del debito è così diventata una sorta di patata bollente mondiale, che nessuno sa più come gestire.

Per cui a non  pochi sembra che la soluzione del problema non possa che stare in una grande sanatoria (quasi una specie di “rito lustrale”, dal quale il mondo intero possa risollevarsi a novella vita): la remissione del debito. (Usualmente, la formula recita: “remissione del debito dei paesi poveri”. Solo che la questione è: come distinguere i poveri dai non poveri? O anche: come distinguere tra chi è in grado di onorare il debito e chi no?)

Se n’è parlato a iosa, specialmente durante l’Anno Santo 2000, ed è stata una gran delusione, per il buon Giovanni Paolo II, che nel corso di quell’anno non si sia potuto festeggiare, tra gli altri, anche quel “giubileo”, quello del debito che sta “strangolando il mondo povero”. “Rimettere i debiti”, a non pochi di noi (le solite “anime belle”: ma quanto si danno da fare!) appare infatti come il miglior viatico, quando non il vero e proprio toccasana, per la soluzione dei problemi economici del Terzo mondo. Giungendo quindi alla formulazione del teorema per cui la colpa (nel nostro sistema di pensiero quando qualcosa sembra andare storto dev’essere, sempre, per colpa di qualcuno) di quell’indebitamento, della sua dimensione colossale (si dice 2'500 Mld di USD), della sua così difficoltosa restituzione – anzi, per tagliar corto, della povertà del Terzo mondo – è, semplicemente, dei creditori. Ergo: tocca a costoro provvedere: rimettendo i debiti (non sembra prescriverlo anche la prima preghiera della religione cristiana?).[19]

Mi sembra proprio che qui occorra (come abbiamo già fatto altrove) osservare un po’ meglio – soprattutto osservare un po’ in prospettiva, più lontano dell’immediato, un po’ in là nel tempo. Perché la remissione dei debiti, quale soluzione al problema dell’indebitamento del mondo povero – o addirittura (come crede qualcuno) al problema della povertà tout court – è solo una farneticazione infantile, di gente di vista corta. La remissione del debito attuale sarebbe solo un palliativo che darebbe un sollievo momentaneo, nel breve periodo, aggravando però la situazione (facendone ricadere i costi) nel lungo termine. Non accadrà, infatti, non è forse logico prevedere che, “giubilato” questo debito, nel giro di qualche anno si riformeranno altre, nuove situazioni debitorie (stimolate proprio dalla “remissione”)? Allora, che si farà? Si procederà a una nuova sanatoria? E poi a un’altra ancora, e così avanti allo stesso modo? Ma non è da presumere allora che i mutuanti, lungi dal dimostrare l’abnegazione che un tale “modello economico” richiede loro, dopo un po’ si stancheranno di “rimettere debiti”? E che, anzi, per concedere nuovi prestiti esigeranno tassi d’interesse più alti? Via via più alti, alla fine magari chiudendo del tutto i rubinetti del credito?

Forse non s’è capito bene (molti di noi non l’hanno ancora capito bene) in che cosa consiste il meccanismo (la funzione) del credito. Perché si presta denaro? Forse al semplice scopo di “aiutare chi ha bisogno” (“dare una mano”)? Ovvero, nel mondo della finanza, per fornire quel che, in anni non lontani, alle nostre aziende pubbliche (o anche private, purché fossero di grandi dimensioni) asfittiche veniva definito una “iniezione di liquidità”, quasi una specie di cura ricostituente, per “rimetterle in sesto”? (Si trattava sempre di aziende che “davano lavoro” a tanti “padri di famiglia”. E si trattava altresì di una “cura” che poi – regolarmente – bisognava reiterare, perché dopo qualche anno le aziende medesime, finito l’effetto della “terapia”, si ritrovavano in genere di nuovo boccheggianti, di nuovo “bisognose” di “liquidità”, e ne richiedevano altre dosi, e poi di nuovo. Fino a diventare, per così dire, liquido-dipendenti.)

Eh no, ragazzi miei, l’istituto (il meccanismo) del prestito (del credito), è tutta un’altra faccenda. Quello del credito è un meccanismo economico attraverso il quale taluni soggetti (risparmiatori), che possiedono (hanno messo da parte) del capitale (in forma liquida), lo conferiscono ad altri soggetti (investitori, o meglio imprenditori), che ne fanno uso per avviare un’attività, un’intrapresa dalla quale possa derivare un guadagno. E deve trattarsi di un guadagno tale da consentire, non solo il recupero di quel capitale erogato ma anche un sovrappiù; tanto da rendere possibile (dopo un certo periodo di tempo) restituire al risparmiatore quel che ha fornito (più un guadagno), e da consentire all’imprenditore di percepire un compenso per la sua attività (profitto). La restituzione del prestito quindi testimonia, non solo la correttezza commerciale di colui che l’ha ricevuto (il suo rispetto per i patti), ma altresì il buon uso di quel capitale – la prova-verifica che non è stato sprecato.

Purtroppo, nel nostro sistema culturale è andata sempre più diffondendosi – e più rapidamente negli ultimi decenni – l’idea che il credito (l’istituto del credito) altro non sia (o meglio debba essere), invece, che una specie di “regalo camuffato”: si deve (si tratterebbe quindi di una sorta di “dovere sociale”) prestare, ma senza far conto (o senza far molto conto) sulla restituzione. Si finisce così col prestare (spesso sono, non i possessori di capitale bensì gli organi politici, a decidere a chi e quanto prestare), non tanto a colui che del prestito saprà fare buon uso (colui che saprà ben impiegare – e far fruttare – quel capitale) quanto piuttosto a “colui che ha bisogno” (il soggetto, imprenditore o nazione che sia, che meglio riesce a convincere di “aver bisogno”): insomma, il prestito quale forma di sussidio (esempio tipico – e subdolo –, il prestito a “tassi agevolati”, in cui il regalo è celato nel basso costo, a volte uguale a zero, dell’interesse). Se, poi, accade (e con tali premesse psicologiche è prevedibile accada spesso) che il prestito non venga più restituito (conseguenza praticamente inevitabile, questa, quando il prestito viene – e sembra sia un caso frequente – esaurito in consumi anziché nella formazione di capitale strumentale), il mutuante dovrebbe (per una specie di “noblesse oblige”, visto che in questo “modello” il mutuante viene sempre immaginato ricco e il mutuatario sempre povero, giusta la rozza equazione “creditore = ricco/debitore = povero”)… “abbozzare”, insomma: “rimettere i debiti”. (Nonché rimettersi, con solerte premura, ad accumulare altro capitale, per altri futuri “prestiti”.)

E’ chiaro che questa non è etica (o “economia etica”, come a volte pomposamente viene definita dai suoi corifei), bensì una sua parodia (grottesca, se non fosse tragica, per le conseguenze di miseria che produce), questa è semplicemente una visione caritativa dell’economia, la cui applicazione non può che risolversi in una cattiva gestione delle risorse. Che significa incremento della povertà.

L’esortazione a “rimettere i debiti”, quella campagna propagandistica in atto da anni, di legittimazione, per non dire di apologia, dell’insolvenza, perciò, non può che condurre allo spreco, uno spreco non solo immenso (viste le poste in gioco), ma elevato a sistema (vi si intravede, in effetti, un’ipotesi di applicazione in progress). Una tale politica infatti non fa altro che premiare coloro che del capitale avuto in prestito non hanno fatto (o non hanno saputo fare, ma il risultato è lo stesso, e le intenzioni purtroppo non sono verificabili) un buon uso (e qui forse qualcuno potrebbe richiamarsi alla parabola dei talenti, per mostrare il danno sociale di un simile comportamento, ma ritengo sia sufficiente richiamarsi al buon senso). Punendo nel contempo coloro (e sono molti) che invece, usando diligenza e capacità, hanno saputo impiegare in modo razionale e fruttifero i capitali ricevuti e, spesso sacrificandosi (perché onorare i debiti costa sacrificio, specie per chi è povero), li hanno poi restituiti (rendendoli così riutilizzabili per altri, successivi impieghi). Se si generalizza (e potrebbe ben accadere, in conseguenza di quel che viene comunemente chiamato “effetto domino”) il costume di “rimettere” (o meglio “far rimettere”, ché l’iniziativa, se avete notato, è sempre del debitore; anche perché il creditore, di norma, su questo tema è un po’ distratto) il debito internazionale, i paesi, i popoli che finora hanno (con sacrificio) onorato gli impegni, che altro possono pensare se non che sono stati dei “fessi”? Il sistema mondiale del credito si fonda sulla fiducia, fiducia che gli impegni vengano rispettati. Se i “furbi” cominciano  proliferare, e altri iniziano a rendersi conto che si può entrare in quella categoria senza subire serie conseguenze (sanzioni), allora sono guai, l’intero sistema può entrare in crisi, magari fino al collasso. Le “sanzioni”, infatti, nel caso dell’insolvenza tra Stati, sono solamente “morali”: consistono più che altro nella considerazione dell’opinione pubblica mondiale (in realtà qualsiasi stato sovrano può rifiutarsi, in qualunque momento, di pagare il suo debito estero; mica si possono mandare i Marines a sequestrargli i beni). Finora quelle remore morali hanno trattenuto la grandissima parte dei paesi dalla tentazione di “giubilare” i creditori, ma che accadrebbe se si diffondesse l’idea che l’insolvenza è non solo possibile (facile da attuare e priva di conseguenze, legali o d’altro ordine) ma addirittura giusta (giustificata), facendo cadere quelle remore morali di cui s’è detto? La situazione (il costume) che verrebbe a crearsi sarebbe veramente difficile da gestire. (E si direbbe che una tale situazione, qualcuno la desideri, cerchi di provocarla; tanto che soffia ogni dì sul fuoco, proclamando ai quattro venti che la colpa – del debito, se non addirittura della povertà del Terzo mondo – è dei paesi ricchi: dei creditori; ragion per cui l’insolvenza (dei paesi poveri, ma in prospettiva  l’insolvenza di chiunque) si presenta come cosa legittima, altro non essendo che una specie, una forma di indennizzo per qualche non ben precisato torto, attuale o magari risalente a epoche passate, del mondo ricco nei confronti di quello povero.)

Se una tale situazione, un tale sviluppo di eventi dovesse mai, disgraziatamente, prodursi, l’effetto a lungo termine non sarebbe quello immaginato, e sperato, dalle nostre “anime belle”: il beneficio dei paesi, dei popoli poveri, bensì l’opposto (o, diciamo meglio, un beneficio ci sarebbe, sì, ma solo per i “primi arrivati”, i “più furbi”, i paesi che per primi attuerebbero l’insolvenza. A spese, però, degli altri.[20] E comunque anche quel “beneficio di primi arrivati” sarebbe solo un sollievo temporaneo, ché ai paesi resisi insolventi più nessuno farebbe ancora credito, con quell’atto quei paesi si sarebbero “mangiato il proprio futuro”, come si usa dire del debitore che si rende insolvente.[21] L’idea che la “cancellazione del debito” dei paesi poveri possa essergli di beneficio, se non rappresentare una vera e propria panacea per i loro problemi, è solo frutto di una visione ristretta dell’economia: l’economia è un flusso: il che significa che occorre sempre “pensarla al futuro”, ai futuri effetti delle azioni). La diffusione dell’insolvenza infatti darebbe origine a un incremento dei tassi d’interesse (primaria, per non dire precipua funzione del tasso d’interesse è infatti quella di compensare le possibili perdite, di cui la principale è appunto l’insolvenza: il tasso d’interesse è quindi funzione del rischio d’insolvenza): farsi prestare denaro diventerà più difficile, soprattutto più costoso.[22] E a farne le spese per primi saranno i paesi più poveri, non solo perché in genere carenti di garanzie da offrire ai mutuanti ma anche perché più bisognosi di capitale estero, di prestiti. Né vale la tesi che l’insolvenza di Tizio non possa – o meglio non debba – influire sul tasso d’interesse praticato a Caio o Sempronio, i quali hanno sempre onorato, e proclamano che continueranno a onorare, gli impegni: i mutuanti non possono che basarsi su “prospettive generali”: il fatto che anche Caio e Sempronio possano in avvenire seguire l’esempio di Tizio, fa sì che i mutuanti non si fidino più neanche di loro, e gli aumentino i tassi d’interesse (anche se ciò, comprensibilmente, suona ingiusto alle orecchie degli onesti Caio e Sempronio: ma, purtroppo per loro, il costo dell’insolvenza non può che ricadere – in definitiva –  sui debitori. E quando, tra di essi, i solventi non risultano discernibili dai probabili insolventi, quel costo non può che venir ripartito indiscriminatamente fra tutti).[23]

Non sto quindi qui proponendo di “tagliare”, o magari addirittura sopprimere, gli aiuti ai paesi poveri. Tutt’altro, sono anzi del parere che tali aiuti vadano incrementati, e che l’opinione pubblica del mondo ricco (le cui impressioni, le cui propensioni sono fondamentali a questo riguardo) debba essere sensibilizzata con tutti i mezzi possibili su tale tema. Sono invece del parere di “sopprimere” piuttosto l’ipocrisia che grava su queste tematiche (l’ipocrisia, spiace dirlo, specialmente dei mutuatari: “Noi non vogliamo dei regali, vogliamo dei prestiti!” [tanto poi non li restituiremo]). Perché insistere nel chiamare “prestito” quel che facilmente si prevede si trasformerà in regalo, visto che il mutuatario ha poche possibilità (o poca voglia) di restituirlo? Non è meglio chiamarlo fin da subito, quell’aiuto, col suo vero nome, regalo? Oltretutto, in tal modo sarebbe più facile controllarne l’uso (coi prestiti il controllo è sovente inibito), e quindi più probabilmente ridurre gli sprechi.

Le vere cause della povertà del Terzo mondo non stanno nel debito, ma altrove: in quei paesi spesso scarseggia la capacità imprenditoriale (magari perché la cultura locale la tiene in poco conto, quando non addirittura la disprezza, insieme con tutte le attività “banausiche”); a volte vi scarseggia lo stesso attivismo lavorativo (fatto di cui però, sia chiaro, nessuno ha colpa, è semplicemente un portato della cultura); a volte l’organizzazione statuale vi è carente, o per via di rivalità tribali, o per diffusione di pratiche corruttive (frequenti perché non sufficientemente sanzionate dal costume). Ma forse la principale – e sottovalutata (oltre che sottaciuta, forse perché parlarne appare indelicato, non ritenuto “politically correct”) – causa del così faticoso, così lento e stentato sviluppo economico dei paesi del Terzo mondo, è il travolgente incremento di popolazione che vi si è registrato nell’ultimo mezzo secolo, nella quasi totalità di quei paesi. Paesi in cui la popolazione si è incrementata in pochi decenni di quattro, sei, otto volte non potevano che impoverirsi, debito o non debito (per inciso, non pochi dei vari “miracoli economici”, sia dell’Europa occidentale, del nostro Paese in particolare, come pure di altri – a esempio delle “tigri” del Sud-Est asiatico –, sono stati dovuti in non lieve misura proprio al rallentamento dell’incremento demografico).[24] Perché in quei paesi l’accumulazione di capitale (il risparmio, delle famiglie e delle imprese) non ha potuto tenere il passo con l’incremento della popolazione (è sufficiente considerare il rapporto tra l’entità del capitale strumentale necessario per l’industrializzazione e il relativo reddito addizionale annuale cui l’investimento può dar luogo – un rapporto di almeno tre o quattro volte a uno –, per rendersene conto, per rendersi conto di quali difficoltà presenti l’accumulazione di capitale (che significa, non scordiamo, sottrazione di risorse ai consumi). E di quale freno al progresso possa quindi rappresentare l’incremento di popolazione). Povertà o ricchezza infatti non sono, come in molti si ostinano a credere, una mera questione di “risorse disponibili” (quelle che un tempo venivano chiamate le “risorse naturali”), magari addirittura di terra coltivabile (maggiore o minor superficie) o, peggio, di “voglia di lavorare”. E’ il capitale (strumentale soprattutto, ma non solo) il principale (mi verrebbe quasi di dire l’unico) fattore determinante, generante la ricchezza.[25]

Quel che occorre ai paesi poveri è del capitale: investimenti. Esogeni (perlomeno in gran parte) – perché quei paesi non  sono assolutamente in grado (almeno per ora) di “far da sé”.

Un reddito minimo a tutti

Rimane che, in attesa che gli investimenti inizino a dare i loro frutti (e non se ne può ragionare che in termini di decenni), tutta quella gente (gli abitanti dei paesi poveri) non può esser lasciata a soffrire la miseria, non di rado la fame. Occorre qualche provvedimento con funzione di “tampone”. E non possono essere le solite “gare di solidarietà” estemporanee, pronte a mettersi in moto solo quando si constata “l’emergenza umanitaria” – qualche popolazione che si trova (preferibilmente in seguito a qualche spettacolare catastrofe naturale) a rischio di morte per inedia. Nemmeno è pensabile il fare affidamento sulla “buona volontà” (dei privati, o delle associazioni “umanitarie”): se la buona volontà non si presenta sulla scena (succede)? Né i vari “programmi” di aiuti (il termine “programma” evoca sensazioni di razionalità ed efficienza, è per questo che ricorre così spesso), decisi dai paesi ricchi (dai loro politici), che sembrano consistere perlopiù in operazioni d’immagine (vien da pensare a certi impianti, attrezzature ad alta tecnologia, spediti impacchettati in paesi in cui mancava poi la capacità di manutenerli), ben di rado vanno incontro alle reali esigenze dei paesi poveri. Ed è logico che sia così. Investimenti decisi dai politici, strade o ponti o dighe o impianti irrigui o stabilimenti produttivi di questo o quel bene, progettati su un tavolo da disegno in Europa, solo casualmente possono risultare del tipo adatto alle economie di quei paesi, più spesso si risolvono in giganteschi sprechi di capitali (che a volte richiedono poi altri capitali d’integrazione per operazioni di recupero, se non di maquillage, per occultare quegli stessi sprechi). Della “politica dei prestiti”, infine, come s’è visto sopra, convien tacere.

Anche qui, però, può venirci in soccorso la nozione di vantaggio comparato, quel vantaggio nel valore della moneta, di cui godono (in pratica, l’unico vantaggio di cui godono) i paesi poveri: con un sacrificio economico che, espresso in unità monetarie, per noi abitanti dei paesi ricchi rappresenta poca cosa, è possibile ottenere un vantaggio moltiplicato, anche di molte volte, per quei nostri sventurati fratelli del mondo povero. In India una persona può sopravvivere, a quel che leggo, con meno di 1 (uno) € al mese. Sembra inverosimile, eppure mi si assicura che è così.[26] Certo, non si conduce una vita allegra, con quella somma, si è appena in grado di acquistare una libbra (1'800-2'000 Cal, quel che basta per tenersi in vita) di farina (una libbra costa una rupia, che vale circa 1/40 di euro); eppure milioni di indiani campano con quello – a quel livello. Ebbene, proviamo a fare due “conti della serva”: 1 € al mese fanno 12 € all’anno pro capite. Che, per un miliardo di indiani, fanno 12 Mld di euro: il costo di una nostra “manovrina” finanziaria di fine anno. Fornire un aiuto di questo tipo a tre o quattro miliardi di poveri, sarebbe un sacrificio del tutto tollerabile, per gli abitanti dei paesi ricchi.

A qualcuno possono sembrare, questi “conti della serva”, un po’ un’ingenuità, o una stranezza: l’idea di versare a ogni indiano (e a ogni abitante dei paesi del Terzo mondo) la piccola somma mensile che gli basta per non morir di fame, può suscitare non poche perplessità. E dar la stura a un mucchio di domande. A cominciare da queste: “Perché così poco”? (Non si direbbe quasi offensivo, un aiuto così misero?) Oppure: “Perché a tutti? Non è uno spreco (“insensato”)? Non sembrerebbe cosa migliore (più sensata, ed economica) dare solo ai bisognosi (anzi, ai più bisognosi)?”

Queste (e tante altre, che possono via via venire alla mente sul tema), possono apparire osservazioni pertinenti, sensate e intelligenti. In realtà non lo sono, per nulla. In realtà, invece, se facessimo bene i conti, ci accorgeremmo che risulta più economico (e di gran lunga) versare un piccolo tot, se pur di apparenza misera, a tutti (tutti, ricchi e poveri) gli abitanti di un Paese, di un intero paese povero. Più economico che non creare una macchinosa struttura deputata a discernere (con quali capacità, poi?) i casi, discernere i bisognosi da coloro che non lo sono (e, non scordiamo, in quale misura bisognosi). La verità, anche qui come in tante altre problematiche che abbiamo visto, è che, se il Politico preferisce, anziché questa, altre (quelle che ha sempre praticato) forme di aiuto, è per buone (ma solo per lui) ragioni: il Politico cerca sempre (ne sia consapevole o no) forme d’intervento che (gli) producano un ritorno (in popolarità, immagine, riconoscenza, voti). Perciò a un sussidio generale (somministrato a tutti, e che annulli la miseria), possiamo star certi che il Politico preferirà sempre una bella strada, una diga gigantesca o un moderno aeroporto commissionato “chiavi in mano”. Queste sono le “forme” di aiuto che preferisce somministrare ai poveri (ai paesi poveri). E pour cause: sono opere – oggetti che si “vedono” –, danno la sensazione (“tattile”, verrebbe quasi da dire) dell’aiuto fornito. Ma un misero sussidio dato a tutti, giusto per consentirgli di campare… bah! Non gli sembrerebbe nemmeno di aver dato qualcosa (insomma, non si sentirebbe gratificato, lui).[27]

Da quel che dovrebbe essere (la politica economica mondiale)…

Se finora abbiamo parlato, ci siamo occupati dei problemi dei paesi del mondo povero, e dei vantaggi comparati ottenibili nel trasferimento colà di capitali, sussidi, investimenti, non è che dobbiamo scordarci dei nostri poveri, dei nostri lavoratori, soprattutto dei nostri disoccupati. Perché è chiaro che trasferire capitali al mondo povero significa averne di meno da impiegare qui. E il lavoratore europeo che si ritrova (o rimane) disoccupato non può sentirsi tanto lieto quando gli si racconta che al suo posto (col capitale strumentale che avrebbe potuto servire per dare a lui un’occupazione) si dà lavoro a cinquanta o cento lavoratori nell’Africa subsahariana: che col suo sacrificio si soddisfino molte persone non è (non può essere) per lui una consolazione. Occorre perciò trovare il modo di distribuire (diluire) quel sacrificio in tutta la collettività del paese ricco (e anche per questo caso, quindi – anche qui da noi, nei nostri opulenti ma tutt’altro che perfetti sistemi – può soccorrere l’idea di un “reddito minimo garantito”). Rimane però il fatto che quel capitale è meglio investito (dà un’utilità maggiore, nel senso che dà utilità a un maggior numero di persone) in Africa che non in Europa. E’ questo, quel che richiede (o meglio richiederebbe, perché qui si sta descrivendo una situazione ideale) una intelligente politica economica mondiale.

Purtroppo il comportamento – la politica economica – dei nostri governanti (e anche, spesso, di quelli dei paesi del Terzo mondo) non segue questa linea. Anzi, si direbbe piuttosto che segua quella opposta. La globalizzazione appare a molti, forse alla maggior parte di noi, come un fenomeno per non pochi versi negativo, quando non malevolo o addirittura mostruoso (a qualcuno forse richiama alla mente la vecchia idea degli “gnomi”, piccoli maligni indisponenti esseri che, nascosti da qualche parte – un tempo si diceva in quel di Zurigo –, manovrano l’economia sopra le nostre teste). Quando i media ci vengono a dire che ogni giorno si spostano sui mercati finanziari mondiali somme quasi equivalenti al PIL italiano o tedesco di un anno, ci sentiamo presi dalle vertigini. E chiediamo dei controlli, delle briglie a quella pazzesca gigantesca giostra che sembra minacciare di travolgerci tutti.

E non ci accorgiamo che i veri pericoli vengono invece da un’altra parte.

Che accade infatti se quel tunisino a cui sopra abbiamo chiesto di far da esempio per i nostri conteggi sui confronti dei PIL, un bel giorno, stanco di vivacchiare con un reddito di 1/5 (che a lui sembra anche meno, specie quando gli capita di contemplare in Tv i nostri modelli di vita) di quello di un italiano, prende un traghetto (o magari un gommone) e sbarca sulle nostre coste? Ha diritto, per il solo fatto, diciamo, di aver pagato il prezzo del biglietto (o il “pizzo” a un racket mafioso), a un lavoro, con un salario pari (più o meno) a quello di un italiano? Diritto a investimenti, in strutture organizzative e capitale strumentale (in quantità enorme, quest’ultimo), adeguati a fornirglielo? Qui si pone un problema su cui stanno prosperando non pochi equivoci (forse non del tutto involontari). Equivoci, tali da far sì che il problema stesso finisca per venir trattato nel modo peggiore.

…a quel che è: la politica economica internazionale 

Proprio così. Quella che potremmo chiamare la “politica economica internazionale” (altra cosa dalla “politica economica mondiale” cui s’è fatto cenno sopra, e che intendiamo quale disciplina deputata a indagare e, ove possibile, governare,[28] il funzionamento del “sistema-mondo”) sembra decisamente orientata nel verso opposto: orientata, anziché a favorire gli spostamenti (eliminando gli impacci) di capitali (che fluirebbero spontaneamente verso i paesi più poveri), a favorire (o astenersi dall’impedire, che in questo caso equivale a incoraggiare) quello delle persone: dai paesi poveri verso quelli ricchi. Così, alla luce di quella che appare a molti di noi una filosofia socio-economica altamente “liberale” (il principio per cui “la gente ha il diritto di spostarsi dove desidera”), si è messa in moto una “Völkerwanderung” al cui confronto la storica migrazione del popolo longobardo in Italia appare poco più di una scampagnata di quattro amici fuori porta.

Dando luogo a

uno spreco di ricchezza che grida vendetta al cielo

Quel che scarseggia nel mondo non è certo la manodopera, è il capitale. E l’emigrazione da paesi a bassa intensità di capitale (a esempio l’Africa) verso paesi ad alta intensità di capitale (a esempio l’Europa), ne provoca lo spreco. Spreco di risorse, e di conseguenza riduzione di utilità (dell’utilità generale, nel sistema-mondo). Il capitale strumentale (in senso lato inteso) per unità lavorativa è, nei paesi del “Nord del mondo”, nell’Europa occidentale o nel Nordamerica o in Giappone, ben superiore, spesso decine (in taluni casi, come abbiamo visto, addirittura centinaia) di volte superiore a quello presente nei paesi asiatici o africani. La creazione di un posto di lavoro in Europa costa (in investimenti, privati e pubblici) alcune centinaia di migliaia di euro, forse tre-quattrocentomila,[29] un capitale col quale si potrebbero creare decine (in qualche caso centinaia) di posti di lavoro in Africa. E’ un’illusione infatti che i posti di lavoro degli immigrati non costino investimenti: una colf non richiede investimenti al suo datore di lavoro, lui si limita a prendersela in casa, ma l’apparato produttivo (la collettività) deve, per quella persona (per quel posto di lavoro), approntare capitale strumentale e infrastrutture come per qualsiasi altro membro (e qualsiasi altro posto di lavoro) della nostra ricca collettività. Dobbiamo domandarci perciò: che quel tunisino di cui s’è parlato sopra, al costo del biglietto di un ferry abbia diritto all’investimento di qualche centinaio di migliaia di euro, è davvero da considerarsi una cosa giusta, socialmente utile? La riposta è: no. Perché in realtà quel che lui (ovviamente senza rendersene conto) chiede, quando ci spiega di volere solo “pane e lavoro”, è che gli si procuri un posto di lavoro, in un apparato produttivo in cui la formazione di quel posto costa dieci volte più che al suo paese. Il sistema che in tal modo (con l’immigrazione) si viene a creare potrebbe dirsi simile a quello di chi, posto di fronte a una folla di affamati, invece di usare il denaro di cui dispone per acquistare una gran quantità di cibarie grossolane da poco prezzo – e in tal modo sfamarli tutti –, lo impiegasse invece nell’acquisto di un panierino delle Delikatessen cui sono avvezzi i nostri ricchi palati, sfamandone solo uno o due su cento (è questa, grosso modo, la quota di poveri del Terzo mondo che riesce a entrare nel Primo),[30] magari spiegando, a se stesso e agli altri, che costoro (quelli che lui sfama) “hanno i nostri stessi diritti” – il diritto a “vivere come noi” (“non sono forse nostri fratelli?”).[31] Con le risorse che qui consentono a una famiglia di immigrati di vivere (da discriminati e da frustrati), nell’Africa subsahariana ci campa quasi un villaggio intero. Vi sembra questo il modo (il modo più giusto) di aiutare il Terzo mondo – i poveri del Terzo mondo? No, non lo è di certo, chiunque ne dovrebbe convenire.

Solo che qui entrano in gioco

alcune leggende metropolitane

Conoscete quella storiella, quella che ci racconta che “il lavoro degli immigrati produce ricchezza” (per noi, in special modo), una storiella ammannitaci ormai tante di quelle volte che più nessuno (o quasi) ha l’ardire di metterla in discussione? Ebbene, nulla di più falso. L’idea che sia il lavoro a produrre ricchezza è solo uno tra i più stupidi lasciti della teoria economica marxista (quella stessa che ha cosparso il secolo di milioni di morti, rammentate?). Non il lavoro, bensì il capitale strumentale (accompagnato, è ovvio, dalla capacità di usarlo, dalla capacità imprenditoriale), è il vero generatore della ricchezza. Questa, è la verità, anche se dura da mandar giù per non pochi di noi (tanto che, anche quando inghiottita, rimane spesso indigerita – ché si è incapaci di metabolizzarla). Sennò, come si spiegherebbe che quel tunisino che stiamo usando come esempio, al suo paese produce 1/5 (addirittura 1/14 quando si dedica alla produzione di beni) di un francese? Mica vorremo supporre che sia capace o attivo solo 1/5 (o magari 1/14) del suo omologo europeo. Neppure il più esagitato razzista arriverebbe a pensare una tale sciocchezza. Quei rapporti stanno solo a indicare che i due sistemi produttivi, quello tunisino e quello francese, possiedono un differente grado di efficienza (enorme in fatto di beni materiali). Perché caratterizzati da un tessuto istituzionale, tecnologico, organizzativo di ben diversa capacità. Soprattutto, caratterizzati da una ingente, colossale anzi, differenza nella quantità di capitale strumentale a disposizione. Perché è un fatto che il tunisino sbarcato in Francia o in Italia fa uso (se trova lavoro) della stessa solerzia e intelligenza che usava in Tunisia, ma la sua produttività (e di conseguenza il suo salario) qui è quintupla (in termini reali). Dovremmo forse supporre che la traversata del Mediterraneo gli abbia improvvisamente, magicamente quintuplicato le forze? No di certo. Quel differenziale di capacità è tutto dovuto al differenziale, tra i due apparati produttivi, nella dotazione di capitale strumentale – che significa, oltre che macchine, istruzione, organizzazione, tecnologia (fattori tutti di cui – è il caso di rilevare – né ha colpa il lavoratore tunisino né ha merito quello europeo). Non è il nostro apparato produttivo a far uso del lavoro del tunisino, bensì il tunisino a far uso del nostro apparato produttivo, un apparato che per formarsi ha richiesto secoli di lavoro, sacrifici, risparmio, investimenti, intraprendenza delle nostre popolazioni. Il tunisino se lo trova qui già bell’e formato. Non è il suo lavoro, a produrre quel consistente (oltre che sorprendente) differenziale di ricchezza, bensì il nostro capitale.

Un pari credito si può anche dare a quell’altra storiella, quella che (magari consentendo, più o meno implicitamente, con quanto appena detto, e cioè che sia il capitale e non il lavoro a generare la ricchezza) ci racconta che l’impiego degli immigrati è comunque indispensabile, perché costoro si dedicano a quei lavori che gli italiani (gli europei) “ormai rifiutano” (tipico esempio è quello delle colf). Si tratta di una “verità” molto, molto parziale. Anzitutto, non è affatto vero che tutti gli italiani rifiutino quei lavori. Sono gli italiani della classe media (quelli che formano l’“ideologia dominante”), a pensarla a quel modo. Loro sì, li rifiuterebbero, quei lavori. Ma i più indigenti tra noi spesso sarebbero disposti ad accettarli, e si trovano in concorrenza con gli immigrati, questa nuova specie di “armata industriale di riserva”. Una concorrenza esacerbata dal fatto che quei lavori, gli immigrati li accettano per paghe impensabili per un italiano. Questa è la verità: se certi lavori diventano appannaggio degli immigrati, non è perché siano rifiutati, così e semplicemente, dagli italiani. Sono rifiutati a quelle paghe: quale italiano accetterebbe di scaricare frutta e verdura ai mercati generali per trecento euro al mese?[32] Gli immigrati, da parte loro, non vedono certo in quei lavori l’ideale di vita. Vi si adattano, ma solo temporaneamente (una “temporaneità” che, se non hanno fortuna, può durare decenni); intanto si guardano intorno, in cerca di qualcosa di meglio. E, non appena possibile, quei lavori li abbandonano (e finché non ci riescono rimangono dei frustrati). Cosicché continuamente bisogna chiamarne altri, a sostituirli.

Ci sarebbe, infine, da aggiungere alle due sopra descritte “leggende metropolitane” sull’utilità degli immigrati, quest’altra: che l’immigrazione (preferibilmente da paesi extraeuropei) ci è necessaria perché… gli italiani (anzi gli europei in generale) “non fanno più figli”. Ergo: ci troveremo presto a essere una nazione di vecchi (pensionati); e allora chi lavorerà (chi ci manterrà)? (O, detta in altro modo: come “riquadrare” i conti dell’INPS?)

Questa è proprio una boiata sesquipedale. Nell’ultimo mezzo secolo è aumentata la popolazione anziana ma è diminuita quella giovanile, e la popolazione in età lavorativa è rimasta pressoché invariata: un terzo del totale (grosso modo). E’ probabile che in futuro diminuisca un poco, ma non comunque in misura tale da mettere in crisi l’apparato produttivo, o il sistema sociale (per ora abbiamo tre milioni di disoccupati, e un giovane su due – proprio la categoria che si vorrebbe incrementare con l’immigrazione – lo è).[33] D’altronde, uno o due secoli fa la popolazione attiva era ben più numerosa, forse i quattro quinti (non ci sono statistiche attendibili, per cui esprimo solo una congettura ragionevole) o anche più del totale: i bambini, specie in campagna, dove viveva il grosso della popolazione, venivano immessi prestissimo (non appena ne erano in grado) al lavoro (proprio come accade oggi nei paesi poveri, con grande scandalo dei nostri benpensanti dei ceti medi, che mai farebbero lavorare i propri bambini, e sono del parere che anche nelle famiglie in cui si muore di fame si debba fare altrettanto), e i vecchi lavoravano finché potevano trascinar le gambe. Tutti per orari molto più lunghi, e con ben maggior fatica che non oggi. In un paio di secoli la quantità di lavoro prodotta (pro capite, s’intende) s’è ridotta di forse quattro o sei o magari otto volte e il reddito reale s’è moltiplicato (guarda un po’!) di forse dieci o venti volte. Quella “necessità di immigrati” è solo farneticazione di menti incapaci di ragionare (a meno che non sia qualcosa di peggio: il desiderio di scardinare, o quantomeno mettere in crisi questo modello di civiltà, insieme coi valori che lo reggono, e di un tale disegno gli immigrati vengono a essere l’utile, ignaro strumento. Quell’impresa che non è riuscita negli “anni di piombo” – l’abbattimento dell’odiato “sistema” –, viene ritentata oggi, sulla pelle di quei derelitti condotti alle nostre sponde).[34]

La verità è che la ricchezza (il volume di ricchezza, la produzione) è data, non tanto dalla quantità di lavoro (dal numero di lavoratori) quanto dalla sua redditività; e questa è funzione (principalmente, per non dire precipuamente) del capitale strumentale impiegato nel processo produttivo. Se quel capitale viene utilizzato per dare lavoro a immigrati (ripartito quindi su un numero maggiore di unità lavorative), il risultato potrà essere – e molto probabilmente sarà – non un incremento bensì un decremento della ricchezza totale prodotta.[35]

Restando comunque ben fermo che, quale che sia l’utilità degli immigrati per il nostro apparato produttivo, il capitale strumentale necessario per dargli lavoro risulterebbe meglio impiegato (per la migliore economia del sistema-mondo) nei loro paesi anziché qui. (Ma forse la motivazione vera,  fondante è che, se preferiamo investirlo qui, il capitale, non è tanto per solidarietà verso gli immigrati, o, come  dovrebbe meglio essere, verso i poveri del Terzo mondo, quanto perché convinti che, investito qui, quel capitale ci renda di più; e soprattutto qui ce lo possiamo tenere ben stretto. Per il nostro egoismo, insomma.)

Non è questa – l’immigrazione dal Terzo mondo – la via giusta (la più corretta, non solo dal punto di vista economico ma da quello etico: l’economia delle risorse planetarie è imprescindibile, per il passaggio dalla miseria al benessere) per affrontare i problemi, sia dell’invecchiamento della popolazione che dei “lavori sgraditi”. I lavori sgraditi si devono pagare di più, punto e basta (e non perché, come magari pensa qualcuno,  “bisogna aiutare prima i nostri”; bensì perché così è più economico – diciamo pure più giusto – per il sistema-mondo).[36] C’è sicuramente un livello di paga al quale domanda e offerta sono in grado di soddisfarsi: per 2’000 € al mese anche a Milano si trovano tante colf quante se ne vuole.

(Una cifra che – anche se buttata lì solo a mo’ di esempio – a qualcuno apparirà senza dubbio assurda, o scandalosa. Ma perché mai, assurda? Perché mai l’idea di un salario di 2’000 € mensili a una colf dovrebbe apparirci scandalosa? Forse perché si tratta di un lavoro che non sembra richiedere, almeno ai nostri occhi, un gran che di capacità o di fatica, non presenta rischi, non esige un titolo di studio…? Rassegniamoci, non è così, non siamo noi a decidere il “giusto prezzo” delle merci, bensì il mercato. E il lavoro nel mercato è una merce, checché ne dicano alcuni. Il suo prezzo viene determinato, in ultima analisi, dalla domanda e dall’offerta: anche quando ci sforziamo di “calmierarlo”, non ci riusciamo mai completamente, quello di mercato è sempre, comunque, il prezzo cui si tende, che lo vogliamo o no, che lo riteniamo giusto o no. Perché mai questa ovvia (nota a tutti) legge economica non dovrebbe sembrarci tanto più logica in questo caso (nel caso in argomento, del salario alla colf), che appare così favorevole al lavoratore? Perché mai a una colf non dovrebbe esser consentito guadagnare quanto o più di un medico o di un ingegnere, visto che di medici e ingegneri ce n’è in giro a bizzeffe mentre di colf ce n’è invece pochissime? La verità, che stenta a farsi largo tra i nostri ammuffiti paradigmi mentali, è che a stabilire il “valore” del lavoro è, come per qualsiasi merce, la sua scarsità (in relazione alla domanda). Scarsità che oggi non ha più i propri riferimenti in qualità rare (intelligenza, capacità tecniche difficili da conseguire), o addirittura – come si attardano a pensare alcuni – nei costi di produzione (il “titolo di studio”, costato “anni d’impegno”), ma in altri fattori; a esempio, come nel caso della colf (o degli operatori ecologici, o dei manovali nell’edilizia, o dei braccianti agricoli), nell’“indice di gradimento”: quel lavoro oggi vale molto (ovvero è scarso, è la sua scarsità a far sì che valga molto) perché è un lavoro sgradito.[37] La qual cosa agisce, esercita effetti esattamente come se si trattasse di un lavoro rischioso, o che richiede grandi fatiche, o grandi capacità intellettuali.)[38]  Certo, è più comodo utilizzare gli immigrati, questi “nuovi schiavi” (magari sulla base della motivazione che “mica tutti hanno la possibilità di spendere 2'000 euro al mese – più i contributi sociali – per una colf!”).[39] Sono più facili da reperire (la ricerca della mano d’opera ha un peso ben maggiore di quel che di solito ci s’immagina, nell’orientare le scelte degli imprenditori), si accontentano di poco, sono remissivi (spesso perché facilmente ricattabili, a volte con la semplice minaccia di rispedirli al loro paese).

Da qui il colossale equivoco: che gli imprenditori si mostrino spesso propensi a utilizzare il lavoro degli immigrati, a non pochi di noi appare come la dimostrazione, il segno inequivocabile che quell’utilizzo sia proficuo (giusto). Si tratta di un errore marchiano: proficuo lo è, sì, ma solo per l’imprenditore (per quel singolo imprenditore, diciamo, quello che di volta in volta si trova a fare richiesta di manodopera extracomunitaria). Mentre è invece dannoso per la collettività, per il sistema produttivo, sia il nostro che quello del paese d’origine dell’immigrato. La verità anzi è che l’imprenditore (almeno, quello del tipo che potremmo definire più “pragmatico”, oltre che più “al passo coi tempi”), anche a parità di salario, è portato a preferire il lavoratore straniero a quello italiano. Per i motivi sopraddetti: facilità di reperimento, di comando, scarsa “sindacalizzazione”, ecc.[40] Se si adatta ad assumere un italiano (sto sempre parlando dell’imprenditore “pragmatico”), è solo perché (o allorquando) gli servono qualità specifiche, che non può trovare nell’extra-comunitario: padronanza della lingua, livello scolare, affidabilità (in molti imprenditori permane l’idea che dei “nostri” ci si possa fidare di più), conoscenze necessarie a particolari mansioni, ecc. Per il momento sono certamente ancora la gran maggioranza, gli imprenditori poco “pragmatici” che, forse più per abitudine che altro, continuano ad assumere lavoratori italiani – per fortuna di questi ultimi. Ma fino a quando? Fino a quando gli durerà, quella fortuna, ai lavoratori italiani? Perché, parliamoci chiaro, che in seguito alle sue scelte, l’assunzione di lavoratori extracomunitari anziché italiani, accada che degli italiani rimangano disoccupati, è cosa che all’imprenditore non può interessare. Non possiamo certo chiedergli di assumere il personale in base a considerazioni etico-sociali – specialmente quando da altre parti quello stesso imprenditore si sente anzi suggerire l’opposto, ossia che la cosa più buona e più giusta da fare (in base ad altre considerazioni etico-sociali, di segno contrario) sarebbe quella di assumere degli extracomunitari.

Infine, a impiegarli (a “dargli un lavoro”), quei “poveretti” che giungono speranzosi alle nostre opime sponde, ci si sente nobili e superiori (sì, superiori, proprio in quel senso: di chi dà, anzi concede; consapevole di poter anche rifiutare). Ma utilizzare gli immigrati è, oltre che immorale,[41] solo un palliativo, che alla lunga non solo non migliora ma peggiora la situazione. Perché quei lavori, divenendo “tipici” di immigrati, finiscono per svilirsi ancor di più: l’italiano indigente, che prima accettava (e in cuor suo ancora oggi accetterebbe) di fare il bracciante agricolo, ora è restio, perché quello è diventato un “lavoro da negri”. Socialmente squalificante (“Vai a raccogliere pomodori? Ma non lo sai che è un lavoro da negri?”). (Senza scordare la formazione di “caporalati” e racket, per cui l’accesso a taluni lavori è ormai del tutto inibito agli italiani, che siano o no disponibili a farli.) Se prima era possibile trovare una colf italiana, pagandola un poco al disopra della tariffa sindacale, ora non più, a un’italiana ora bisogna offrire molto, molto di più, per compensarle quell’ulteriore svilimento, il fatto che ora quello è un “lavoro da filippine”. Conviene assumere direttamente una filippina; di poche pretese, non “sindacalizzata”, anzi riconoscente di aver ottenuto un lavoro. Così quella diceria, che quei lavori, gli italiani li rifiutano,  si trasforma in realtà: un tipico caso di profezia autorealizzantesi. (E intanto quel signore che ha assunto la colf filippina, oltre che risparmiare ha anche il piacere di sentirsi l’animo gonfio di spirito caritativo soddisfatto: ha dato un lavoro a una poveretta, che al suo paese pativa la fame!)

Vediamo così che a pagare il prezzo di quella “solidarietà” che più pelosa non si può, sono principalmente gli italiani più indigenti,[42] quelli che si trovano in più diretta concorrenza con gli immigrati. Agli altri rimane il piacere di “far del bene”. Se poi sono imprenditori, col “premio bontà” di poter usufruire di manodopera docile per poco prezzo.

Il tutto si risolve in un immane spreco di ricchezza. A parte i costi sociali, criminalità, razzismo, degrado delle città – quei costi sono sotto gli occhi di tutti –, a parte l’omologazione culturale (oggetto di cui per ora è difficile dire se sia un bene o un male), ci sono dei costi economici nel senso stretto del termine: sprechi di risorse. Investire in Europa per assorbire immigrati è uno spreco assurdo, pazzesco. Il che, in un mondo di miseria qual è quello in cui ci troviamo, è un vero e proprio crimine, un crimine contro l’umanità. Spreco di risorse significa infatti costi di benessere, significa dolore e fame. Per ogni lavoratore africano che accogliamo qui si rinuncia a dare lavoro in Africa a decine di persone: proprio come se le condannassimo direttamente (anche se non le vediamo) alla disoccupazione, alla fame. Far muovere persone anziché capitali induce nel sistema-mondo[43] una perdita di utilità (di benessere, di felicità) netta e immensa, di cui a soffrire di più sono i più poveri. Una perdita che dovrebbe pesare sulla coscienza di noi tutti, noi grassi abitanti dei paesi ricchi. Ma di cui invece sembra che alle nostre anime caritatevoli importi meno di niente – ammesso che siano in grado di capirla.

In effetti, può non essere facile da capire: l’evidenza sembra mostrarci chiaramente che la  miglior forma di aiuto che possiamo offrire ai poveri del mondo è quella di accoglierli qui, dandogli direttamente ciò di cui hanno bisogno, un lavoro e un salario (ma l’evidenza non ci mostra anche – basta alzare gli occhi al cielo – che il sole gira intorno alla terra?). E tuttavia sono in molti ormai a rendersi conto, magari solo intuitivamente, che l’immigrazione di questo passaggio di millennio reca in sé qualcosa di “sbagliato”. E c’è chi crede d’individuarla, la “stortura”, confrontando le migrazioni attuali con quelle che, nei secoli scorsi (segnatamente il XIX e la prima metà del XX), hanno portato tanti europei in America. Quelle migrazioni producevano, indubbiamente, utilità, sia all’Europa che all’America, per quel che avremmo potuto chiamare, anche allora, il “sistema-mondo” (è probabile però che gli amerindi, se interpellati, avrebbero espresso una diversa opinione). E gli sembra di arguire che ciò fosse perché quelle migrazioni si svolgevano da paesi intensamente popolati verso paesi quasi disabitati, mentre quelle attuali “vanno” nel senso opposto. C’è, in questa tesi, l’intuizione, il barlume della verità. Per essere più precisi, l’emigrazione dei secoli scorsi si svolgeva da paesi che, pur poveri, erano ad alta intensità di capitale; e si dirigeva verso paesi dove il capitale, o era scarso oppure presentava alti (ben più che in Europa) tassi di redditività (e infatti dall’Europa fluivano in America non solo gli emigranti, ma anche consistenti capitali). Perciò quell’emigrazione produceva un guadagno, per il sistema-mondo (rammentando, comunque, che i divari di reddito e i rapporti di capitale, di disponibilità di capitale strumentale pro capite, tra i sistemi, erano a quei tempi ben diversi – ben minori – di quelli attuali). Mentre quella di oggi produce solo perdite. Materiali (spreco di risorse) e sociali (attriti d’integrazione).

Come si vede, il razzismo (l’immediata reazione demagogica a questi ragionamenti) qui non c’entra. Non c’entra il colore della pelle. Se anche gli immigranti fossero bulgari, moldavi, albanesi, o biondissimi lituani, sarebbe sempre un errore economico accoglierli (mentre non sarebbe affatto un errore accogliere giapponesi, sudcoreani, taiwanesi, o altri abitanti di paesi che, con un diverso colore di pelle, si trovano però a un livello economico pari, o quasi, al nostro). E’ meglio che rimangano a casa loro, dove, se non vengono sprecati qui, affluiranno gli investimenti, i capitali che poco per volta miglioreranno il loro tenore di vita.[44] E se qualcuno ci chiede: “Come possiamo esser sicuri che gli investimenti risparmiati qui fluiranno veramente dove desideriamo, in Africa o in Lituania che sia?”, gli dobbiamo rispondere che no, non lo sappiamo. Sappiamo però che fluiranno verso i paesi più poveri. E questo dovrebbe bastargli.

Ma è probabile di no. Perché l’“anima caritatevole” esige quasi sempre dei compensi per il proprio sacrificio (chi dà vuole quasi sempre qualcosa in cambio – ne sia cosciente o no). E poiché uno dei tipici compensi è, appunto, quello di poter scegliere chi beneficare, possiamo prevedere che le nostre anime caritatevoli sceglieranno preferibilmente… chi gli sta di fronte, chi gli è più vicino (da cui, oltretutto, si riceve un ringraziamento diretto, psicologicamente ben più remunerativo, per esempio, di una lettera di ringraziamento da un paese africano, o addirittura della soddisfazione astratta della consapevolezza di aver beneficato qualcuno di cui non sa nulla, nemmeno dove abiti).

La verità di fondo – la spiegazione psicologica del nostro sciagurato buonismo[45] – è che questi, quelli giunti da noi, sono i poveri del Terzo mondo che vediamo. Questi li abbiamo sotto gli occhi, le loro condizioni di vita ci commuovono, ben più che non quelle delle masse sterminate rimaste laggiù. Rimaste laggiù per ignoranza, timore, incapacità, mancanza del piccolo capitale necessario per giungere fin qui (non sono i più poveri tra i poveri, come qualche ingenuo crede, quelli che riescono a giungere da noi, ma piuttosto quelli, diciamo “relativamente benestanti”).[46] Gli immigrati, qui in Europa, sfilano in corteo, con striscioni che dicono “Non abbiamo scelto dove nascere, ma abbiamo scelto dove vivere”. Come non sentirsi un po’ lusingati, di esser stati “scelti” – di essere il paese scelto (specialmente noi italiani, emigranti un tempo, ora ricchi abitanti di un paese ricco)? Ma soprattutto come si fa, a rifiutargli accoglienza? Questi ti guardano – e ti gridano – in faccia. Mica come gli altri, rimasti in Africa. La voce di quelli è lontana, così flebile che non la sentiamo neppure. (E comunque l’alibi per non sentirla c’è: “Non vedete che ci stiamo già dando da fare per aiutare questi?”).

CAP.  III - UNA CALAMITA’ PROSSIMA VENTURA?

Per mantenere il vantaggio: rimanere separati

Abbiamo visto che i trasferimenti (aiuti o investimenti che siano) tra due sistemi (si suppone da uno più ricco verso uno più povero) generano l’effetto massimo quando massimo è il differenziale, non nel reddito, bensì nel sistema dei prezzi (sembra ovvio che l’uno implichi l’altro; e in genere è così, ma non sempre). Ciò significa che gli investimenti o gli aiuti economici (sussidi) “funzionano” meglio se i sistemi con differente grado di efficienza produttiva rimangono separati, ognuno nel proprio sistema di prezzi. Ogni dato livello di efficienza produttiva consente infatti un dato sistema di prezzi, e non altri. Un sistema produttivo meno efficiente non sarebbe in grado di “sostenere” lo stesso sistema di prezzi di uno più efficiente (e più ricco). A cominciare dal prezzo più importante, quello del lavoro.

Eppure spesso si stenta a rendersene conto. O meglio, ci se ne rende conto solo quando le differenze sono macroscopiche, eclatanti. Che i sistemi produttivi della Tunisia o dell’Albania non sarebbero in grado di permettersi i nostri livelli salariali, è evidente a chiunque. Meno evidente è però, invece, che nemmeno il Portogallo, nemmeno la Spagna potrebbe permettersi i salari della Francia o dell’Italia. Magari ci s’illude che, essendo nel caso della Spagna il differenziale ben minore, non succeda nulla. Invece no. L’effetto sarebbe minore che in confronto a Tunisia o Albania, ma ci sarebbe. Se per questi due paesi la parificazione dei loro salari ai nostri  significherebbe il collasso totale, anche per il terzo implicherebbe una crisi, tutt’altro che lieve. Non esiste una “soglia”, al disotto della quale non si dia alcun effetto (addirittura anche l’Italia avrebbe qualche difficoltà a permettersi i livelli salariali della Francia, benché la differenza tra queste due economie sia minima; e men che meno quelli del Lussemburgo o della Svizzera, che sono una volta e mezza i nostri). Se la Spagna, con un PIL (e quindi una produttività) pro capite circa 2/3 del nostro, volesse parificare i suoi salari ai nostri, il risultato sarebbe un massiccio incremento della sua disoccupazione (d’altronde, se da noi si volesse tentare la stessa impresa, incrementare i salari del 50 %, non ci si dovrebbe aspettare la stessa cosa?). Perché quel differenziale, tra i salari italiani e quelli spagnoli, non è dovuto a una maggior ingordigia o capacità di sfruttamento degli imprenditori iberici, o a una minor capacità contrattuale (“combattività”) dei loro sindacati. Il lavoro è una merce come tutte le altre (anche se ci si ostina a negarlo); gli si  può imporre un prezzo, ma non si può imporne poi l’acquisto, e chi lo acquista (l’imprenditore) lo fa (come fa chiunque di noi per qualsiasi merce) solo quando la sua utilità supera il costo. Il livello possibile dei salari è determinato, non da decreti o desideri, bensì dalla capacità, dall’efficienza dell’apparato produttivo. Quel rapporto, tra grado di efficienza produttiva e sistema dei prezzi, è un rapporto a cui non si sfugge.[47] 

Da qui si trae che sistemi produttivi che intendano collegarsi, unirsi in un solo sistema di prezzi, debbono presentare una certa omogeneità, differenziali di efficienza produttiva non molto marcati. La disomogeneità indurrebbe situazioni di squilibrio, di crisi. Difficilissime (costosissime) poi da sanare, perché caratterizzate da tratti di irreversibilità.

L’unificazione monetaria europea minaccia di produrre grossi guai. Minaccia di penalizzare le parti più povere dell’UE.

Per spiegare come ciò potrà accadere, permettetemi di usare la forma narrativa, attraverso

un breve racconto di fantaeconomia

Vicino alle propaggini sudorientali del nostro Paese si trova la Grecia, membro della UE, tra i più piccoli (una decina di milioni di abitanti) e più poveri: il reddito medio pro capite dei greci è poco più di un terzo di quello nostro.[48] Italia e Grecia fanno parte della UE, ma le due economie sono (ovviamente) separate – i.e.: nei due paesi vigono due sistemi di prezzi differenti. Ora, con un’ardita ipotesi di fantapolitica, immaginiamo che un bel giorno ai greci venga in mente di attuare un’unione integrale (politica) col nostro paese. Sembra tutt’altro che stupida, l’idea di unirsi a un paese con un reddito medio quasi triplo: di un povero che mescola, unisce i suoi interessi a quelli di un ricco, si direbbe non possa che guadagnarci. Il sistema economico italiano, del resto, non dovrebbe avere alcuna difficoltà ad assorbire quello greco, visto che il rapporto di dimensioni è di circa dodici a uno.

E ora vediamo un po’ quel che accade.

Unendo le due economie, è giocoforza che si parifichino anche i salari (i livelli salariali), magari concedendo un certo periodo di tempo alle aziende greche, per adeguarsi.

Alla notizia, probabilmente i lavoratori greci saranno estasiati: che splendida idea, triplicare gli stipendi! Ben presto, però, gli giungerebbero tempi amari. Perché ben poche aziende greche sarebbero in grado di sopravvivere, con quei nuovi livelli salariali gran parte di esse si troverebbe costretta a chiudere. Il vantaggio di una parte dei lavoratori greci verrebbe a esser pagato dagli altri, divenuti disoccupati.

La verità è che i salari greci non sono più bassi dei nostri perché gli imprenditori greci sono più malvagi, più ingordi dei nostri, o perché i nostri sindacati sono più combattivi – perché, in sostanza, i lavoratori greci sono più sfruttati. La verità è che sono le due strutture produttive, a essere differenti: in Grecia il capitale strumentale (per unità lavorativa), in senso lato inteso (attrezzature, ma anche infrastrutture, capacità tecniche, imprenditoriali, ecc.), è minore che in Italia.

Il fatto (anzi, il guaio) è che, una volta commesso, l’errore è pressoché irrimediabile. Per ripristinare gli equilibri, infatti, occorrerebbe ridurre i salari dei lavoratori greci, riportarli ai livelli precedenti. E chi va a dirglielo, ai greci? Io no di certo. E proprio la disoccupazione diffusa apparirebbe un’ottima giustificazione per impedire quelle riduzioni. I lavoratori greci ci direbbero: “Come vi viene in mente, di ridurci i salari? Voi in Italia avete in media due lavoratori occupati per famiglia, qui da noi è già tanto se ce n’è uno. Volete anche decurtarci quei pochi salari che ci sono rimasti?” I sindacati, per parte loro, non mancherebbero d’insorgere, a difesa delle “conquiste della classe lavoratrice” greca. Nel frattempo i capitali d’investimento non avranno più incentivo a dirigersi verso la Grecia (più facile anzi che il risparmio greco, attraverso il sistema bancario unificato, fluisca in Italia). E la situazione tenderà  così a fissarsi, o meglio autoperpetuarsi (quello che viene chiamato un “circolo vizioso”).

Lo strano è che, misurando il reddito dei greci, si avrebbe la sensazione che ci sia stato un progresso. Quella misurazione presenterebbe infatti l’indicazione di una crescita del reddito, sia totale che pro capite. Solo che sarebbe, quella, una crescita fittizia, solamente monetaria perché dovuta (precipuamente) al moltiplicatore apparente del reddito: al maggior costo che (anche in grazia degli incrementi salariali) in Grecia sono venute ad assumere molte merci (i servizi, in special modo).

Sulla trama di questo raccontino, immaginiamo che un giorno i lavoratori europei, guidati dai loro sindacati uniti e combattivi, riescano a ottenere la parificazione salariale nell’ambito della UE. Per ovvi motivi di giustizia. Non appare ingiusto, infatti, che un operaio portoghese o greco riceva una paga equivalente a un terzo o un quarto del suo omologo francese e tedesco?

Ma che accadrebbe in Portogallo, in Spagna, in Grecia, con i salari portati al livello di quelli francesi o tedeschi?

Una calamità prossima ventura?

Oggi la differenza tra i salari di Francia, Svezia, Germania e quelli di paesi come il Portogallo o la Grecia è nel rapporto di tre a uno o anche più. Il che implica un vantaggio a trasferire, non solo sussidi ma anche investimenti, in questi ultimi paesi; perché, se i salari vi sono pari a 1/3 di quelli tedeschi o svedesi, la produttività vi ha senz’altro un rapporto più favorevole (e così il “tenore di vita”, inteso come disponibilità di merci).[49] Un’azienda tedesca o francese può avere convenienza a impiantare uno stabilimento in Portogallo o in Grecia: per godere di quei differenziali di paga; mentre gli investimenti autonomi, più redditizi che in altre parti dell’UE, sono anch’essi stimolati. Ma l’unificazione monetaria pone un pericolo: di provocare una “spinta psicologica” verso la parificazione salariale.

Lo svolgimento può immaginarsi così: a dare il la saranno probabilmente i dipendenti del settore pubblico (dove non ci sono problemi di competitività): quelli greci e portoghesi, osservando la propria busta paga (che, espressa in euro, è ora direttamente confrontabile con quelle degli altri lavoratori dell’UE), si chiederanno perché mai debbano portare a casa un salario che è un terzo di quello dei lavoratori tedeschi (d’altronde già oggi molti funzionari UE, danesi o portoghesi o greci che siano, riscuotono pari stipendi.[50] Di essi si può però dire che vivendo, almeno parte del loro tempo, a Bruxelles o Strasburgo, sono soggetti al costo della vita di quei luoghi, tra i più cari d’Europa). Sarà arduo mantenere prezzi del lavoro differenziati (“gabbie salariali” europee) con una moneta unica, che evidenzia le disparità. Non mancano già ora, le critiche a tali “sperequazioni”; e ogni tanto qualcuno si alza a denunciarne l’iniquità: “Perché”, chiede, “un operaio portoghese o greco deve guadagnare un terzo del suo omologo danese o tedesco? Non viviamo forse nello stesso paese (UE)? A pari lavoro, pari salario!”. Lasciando in ombra il fatto che, là dove i salari sono più bassi (più bassi perché, non scordiamo, più bassa è la produttività del lavoro), sono più bassi anche i prezzi di molte merci, dei servizi in primo luogo, per cui quei rapporti non sono così sfavorevoli come sembrano essere (la moneta non significa nulla, in sé: la moneta vale solo per quel che può acquistare in merci, beni e servizi). Ma non sarà facile convincere gli statali portoghesi che il costo della vita in Portogallo è più basso (consistentemente più basso) che in Germania. “Non è vero!”, diranno i loro rappresentanti sindacali; e, sciorinandoci davanti i prezzi di innumerevoli beni, dalle auto al Big Mac, ci dimostreranno che quella – del basso costo della vita in Portogallo – è una fola per bambini un po’ tonti. E sarà difficile dargli torto, o meglio fargli capire che hanno torto. Perché il costo della vita in Portogallo è, sì più basso che in Francia o Germania o Danimarca, ma non certo nel rapporto di uno a tre.[51] 

E’ improbabile che si arrivi alla completa parificazione salariale, ma anche solo avvicinando, e pur con gradualità,[52] i salari, il vantaggio comparato dei paesi più poveri si ridurrà, magari fino a sparire (quando risulta non più percepibile agli operatori economici, principalmente a imprenditori e investitori, è come se fosse sparito). L’avvicinamento salariale sarà esiziale per i loro sistemi produttivi, meno efficienti, che perderanno quella competitività che gli derivava dal loro più basso prezzo del lavoro.

Il che non significa che nei paesi più poveri (o meno ricchi, se preferiamo dirla così) della UE spariranno tutte le aziende, magari nel giro di pochi mesi. Significa però che vi sopravvivranno solo quelle con buone rendite di posizione (e tra queste favorite ci saranno quelle produttrici di servizi. Il perché dovrebbe essere chiaro: come già s’è spiegato, i servizi sono merci poco o per nulla esportabili, prodotte e consumate nei mercati locali, che risentono poco o punto della concorrenza). Il risultato sarà, nei paesi più poveri della UE, un incremento della disoccupazione (oltre che obsolescenze e sprechi di risorse). Il Sud d’Europa diventerà un gigantesco parco di disoccupati.[53] In paesi come la Grecia e il Portogallo, che oggi sono arretrati ma hanno bassi livelli di disoccupazione (10,4 % in Grecia e 6,7 % in Portogallo, sotto – il secondo ben sotto – la media europea) – c’è quindi una relativamente equa distribuzione dei redditi di lavoro –, domani ci saranno salari più alti, ma altissimi tassi di disoccupazione (sarà quindi peggiorata, resa più iniqua la distribuzione dei redditi di lavoro). E quella situazione sarà ben difficilmente reversibile: come si fa a ridurre i salari, dopo averli aumentati?[54] 

Un problema Nord-Sud (nonché Ovest-Est) in  Europa?

L’ironia della faccenda è che, osservando le statistiche, risulterà che il PIL di questi paesi si è  incrementato. Ma lo sarà solo a causa di quel “moltiplicatore apparente del reddito” di cui abbiamo già ragionato sopra. Infatti, essendovisi incrementati i salari, vi saranno cresciuti i prezzi di numerose merci, segnatamente dei servizi. Sicché accadrà che le stesse misurazioni del PIL, che, condotte nel modo tradizionale, daranno l’illusione che si stia incrementando il reddito, concorreranno ad alimentare la tentazione d’incrementare ulteriormente i salari. E lo stesso aumento del costo della vita, anche questo farà la sua parte nel motivare le richieste di aumenti salariali. Il tutto senza curarsi (se non a parole) della disoccupazione (d’altronde, per quanto questa possa crescere, gli occupati saranno sempre comunque in maggioranza; il che significa che uno dei più potenti paradigmi dell’odierna ideologia di base, il principio maggioritario, è dalla loro parte – dalla parte dei loro interessi, non di quelli dei disoccupati). Soprattutto senza rendersi conto che quegli incrementi del PIL sono solamente monetari, che il reddito reale non solo non sta crescendo ma va addirittura diminuendo.

Qualche decennio fa si sarebbe potuto ipotizzare che i lavoratori greci e portoghesi, piuttosto che rimanere disoccupati, avrebbero preferito emigrare in Francia o in Germania (e infatti era quel che facevano)[55] ma oggi la disoccupazione è diffusa in tutta Europa. In Francia o in Germania è maggiore il reddito accessibile, ma pressoché pari il rischio di disoccupazione. Comunque la differenza di reddito (o anche di rischio di disoccupazione) oggi non produce più la stessa spinta (incentivo) alla mobilità di decenni fa, quando essere disoccupati significava, se non proprio far la fame (ma nei casi estremi anche quella, anche in Europa), vivere in condizioni di povertà, tali da far apparire l’emigrazione, pur coi suoi inconvenienti e disagi, una buona soluzione. Oggi è ben meno facile convincere un lavoratore europeo (occidentale) a spostarsi dal luogo in cui ha la sua casa,[56] le sue amicizie, ecc. (del resto, forse intuitivamente, comprende che il guadagno – la differenza di reddito attingibile – non è in quel rapporto di tre a uno che gli dicono le statistiche, ma ben meno; sa che il costo della vita in Germania è ben più alto che nel suo paese, e che quel salario triplo, ammesso che gli riesca di acciuffarlo, è in parte illusorio). Vediamo, qui da noi, quanto sia restio a spostarsi dal Sud al Nord del nostro paese.[57]

Guaio ulteriore (oltre all’aver incrementato il numero dei disoccupati) sarà che in quei paesi i sussidi (che ovviamente si renderanno necessari) costeranno di più: perché vi si sarà perso il vantaggio comparato dei differenti sistemi di prezzi. Infatti, mutatosi il sistema dei prezzi, in quei paesi sarà cresciuto il costo della vita.

 Mentre intanto in Germania, Francia, Scandinavia – ché sarà dalle regioni più ricche della UE che si dovranno trarre le risorse per i sussidi da destinare a portoghesi, spagnoli e greci – la gente troverà buoni motivi per lagnarsi. E qualcuno, rilevando il fatto che quei “nuovi poveri” che chiedono si trovano soprattutto al Sud (l’Irlanda sta uscendo a vele spiegate dalla lista dei paesi poveri della UE), avrà modo di rispolverare i vecchi cliché sui meridionali scansafatiche (i “terroni” dell’Est non si sono ancora evidenziati come problema, ma capiterà anche a loro), solerti e intraprendenti solo quando si tratta di accaparrarsi sussidi (non sembra, questo, il suono di una canzone già familiare nel nostro Paese?).

Il solo modo che avranno, portoghesi e greci, di scampare a quelle critiche, sarà di puntare il dito sulla (ex) Germania Est. Quella rimarrà, ancora per un bel po’ di anni, una tra le grandi regioni europee in crisi (ovviamente, finirà prima o poi per “allinearsi”, ma con costi enormi, di tempo e di risorse). Nonché esempio da manuale di quella dissennata politica d’incremento delle paghe in sistemi-paese di bassa efficienza produttiva. Se vi rammentate, subito dopo l’unificazione la Germania Est ha dato inizio a uno sviluppo economico rapidissimo, un vero e proprio boom, come in Europa non se ne vedevano più da decenni. Dovuto, indubitabilmente, ai forti differenziali salariali con la parte Ovest del paese. Solo che, sull’onda demagogica dell’uguaglianza coi “fratelli dell’Ovest”, in breve tempo le paghe sono state incrementate: ora (A.D. 2004) sono al 70 % circa di quelle della parte occidentale, mentre la produttività è rimasta a meno della metà. Così il boom s’è subito afflosciato, e oggi la Germania Est contende all’Andalusia e al nostro Mezzogiorno il record europeo della disoccupazione. Disoccupazione a Est, scontento a Ovest, astio contro gli “Ossi” (i tedeschi dell’Est), “Li manteniamo a far niente!”: questi sono i risultati del principio “a pari lavoro, pari salario”. Ma, benché chiarissimo sia quell’esempio, non insegnerà nulla: perché non c’è peggior allievo di colui che non vuole imparare.[58] (Chiaro quindi che l’ingresso – ormai avviato – nell’UE di paesi con un reddito medio 4, 6, 10 volte minore del nostro potrà porre seri problemi. Problemi dei quali, o non ci si rende ben conto oppure si preferisce tacere.)[59]

Una previsione, non una profezia

Comunque, se lo scenario qui delineato può considerarsi (sempre che le mie argomentazioni siano apparse convincenti) molto probabile, non è (ovviamente) da ritenersi certo – inevitabile. Dopotutto, si tratta di una previsione, non di una profezia (ineludibile, come quelle degli antichi oracoli, che se anzi tentavi qualcosa per scansare i guai proprio quella tua azione te li procurava, così imparavi a sfidare gli dèi). Una previsione degli sviluppi futuri di una situazione può, proprio per il fatto di esser formulata, consentire, anzi stimolare i comportamenti, i provvedimenti opportuni (atti alla sua modifica, in questo caso). Una calamità, se prevista, può esser evitata, proprio perché prevista: a che servono le previsioni, se non a orientare l’azione? (Le esitazioni che si sono percepite all’inizio del 2002 sul tema dell’allargamento dell’Unione a Est, integrando paesi a livelli di reddito e salariali ampiamente differenziati rispetto ai nostri,[60] fanno presumere che probabilmente qualcuno stia iniziando a rendersi conto del problema, del problema dei differenziali nei sistemi di prezzi.) D’altronde l’unificazione monetaria non solo presenta vantaggi, tali per cui non è pensabile farne a meno, ma è in ogni modo ormai avviata; il suo processo-percorso di formazione può considerarsi irreversibile.

La soluzione quindi non può che essere: moneta unica, sì, ma mantenendo sistemi di prezzi distinti, per conservare i vantaggi comparati alle parti più deboli, più povere dell’Unione. A Portogallo, Grecia, Spagna (per la Germania Est ormai è troppo tardi) conviene rimanere così come sono ora, in libero scambio con i paesi più ricchi (dell’UE ma anche del resto del mondo), a cui possono vendere più facilmente molti prodotti (quelli che richiedono minori quantità di capitale strumentale) grazie ai minori costi del proprio lavoro, e da cui possono aspettarsi investimenti, convenienti visto che sono in grado di offrire mano d’opera ben preparata a prezzi più bassi, insieme con quadri istituzionali, legislativi, d’infrastrutture, di buon livello (lo sviluppo, nell’ultimo decennio, dei paesi più poveri della CEE-UE, si deve in gran parte proprio a questi fattori, all’azione dei vantaggi comparati).[61] Uniti commercialmente ma mantenendo sistemi di prezzi separati, differenziati. Con le opportunità offerte dalla moneta unica (maggior facilità di scambi, di movimenti di risorse e investimenti), questa è la via su cui gli converrebbe restare. E’ un’occasione magnifica, questa che si presenta ai paesi più poveri della UE. Grazie alla moneta unica.

Nel contempo è da quella stessa moneta unica (proprio il caso di dire che presenta due facce) che viene il pericolo: la tentazione che i loro lavoratori, guidati dai sindacati, comincino a premere per le parificazioni salariali.[62] Convinti di avviarsi tutti verso il bengodi, senza rendersi conto che quel che li aspetta (almeno, una buona parte di loro) sarà invece la disoccupazione.

E’ questo, quel che gli riserva il destino? Non ho la sfera di cristallo, ma c’è una seria probabilità di sì. Che quei paesi (magari insieme con qualcuno di quelli nuovi, dell’Est, che stanno appena ora entrando nell’UE; e non è detto che tutti si comportino allo stesso modo) cioè, facciano la fine del nostro Mezzogiorno.

Ovvero, in Europa sta forse per riprodursi, su scala più vasta, quel che è accaduto nel nostro paese quando, nel secolo XIX, si è unificata l’economia debole del regno di Napoli con quella forte del Nord.

Quell’unificazione tra due aree a differente capacità produttiva ha dato origine a scompensi che oggi, a quasi un secolo e mezzo di distanza,[63] non si è ancora riusciti a sanare.


CAP.  IV - IL CASO ITALIANO: I COSTI ECONOMICI DELL’UNITA’

E veniamo al nostro Paese

O meglio, al nostro Sud, che è quello il punctum dolens. E vediamo come il modello di raffronto dei PIL che abbiamo proposto possa rivelarsi utile e interessante. Anzi, più che interessante: generatore di autentiche sorprese.

Chi segue il dibattito economico-politico attorno al problema del nostro Mezzogiorno, avrà senz’altro notato la riapparizione periodica – quasi un fantasma che ogni tanto riemerge dal passato – di un tema, un argomento che, diciamo una volta ogni paio d’anni in media, qualcuno riprende (sommessamente, ché a proclamarlo forte c’è da rischiare): quello delle zone salariali, quelle che, chiamate anche (con ovvio intento denigratorio) “gabbie”, soppresse nel ’72, conferivano, secondo l’opinione di non pochi economisti (ma, sfortunatamente, di nessun sindacalista), una certa qual competitività al nostro Sud. Il quale, come chiunque può constatare, proprio “non ce la fa” a “tenere il passo” (col Nord). E ciò nonostante gli aiuti, le provvidenze, i sussidi che nel corso dei decenni vi sono stati profusi.[64]

Che ne direste, suggerisce (sempre sommessamente) quel qualcuno, di riprendere in esame l’istituto delle zone salariali; che ne direste dell’idea di ripristinare qualcosa di simile? Dopotutto, al Sud il costo della vita è minore che al Nord (era, questa, una delle motivazioni giustificative delle zone salariali)[65]. Magari (aggiunge, prudente) sovvenzionando (per compensarli delle perdite) i lavoratori, o…

E magari qualcun altro raccoglie, gli dà retta, e risponde: ma sì, forse un differenziale salariale – non esagerato, per carità – forse, chissà… Alla fine, dopo averli lasciati chiacchierare un po’, vengon fatti tacere entrambi. E il problema del Sud rimane al suo posto, fermo e incrollabile come la rocca di Gibilterra.

Perché (dicono altri, e questi parlano con voce forte), prima di tutto le zone (anzi, “gabbie”) salariali “non si possono più ricostituire”. Quando non viene presentata come self evident o self-explaining, questa proposizione viene “spiegata” con argomentazioni del tipo “E’ un istituto che appartiene al passato, noi andiamo verso il futuro… (“indietro non si torna!”)”; “e poi chi ci dice che il costo della vita al Sud sia più basso che al Nord?”. E giù cifre (d’altronde è facile constatazione che in grandi città come Napoli o Palermo il costo della vita può essere più elevato che in molte cittadine del Nord). E comunque sembra un principio elementare di giustizia, nello stesso paese, la parità salariale: “a pari lavoro, pari salario”.

Infine (concludono), via!, ragioniamo; ne varrebbe la pena? E’ vero, c’è un differenziale di capacità produttiva tra Nord e Sud del paese, ma in fin dei conti non così ampio, non tale da richiedere provvedimenti di quel tipo (del ripristino delle “gabbie”). E ci sbattono davanti un foglio di statistiche, da cui risulta che il Sud produce il 33 % in meno rispetto alla media del Paese.[66] Un differenziale sgradevole ma non preoccupante. Il divario nel PIL tra Nord e Sud è poi del 37 % circa. Suppergiù quel che c’è tra Italia (intera) e Spagna. E ci spiegano, pazienti – magari richiamandosi al raccontino di fantaeconomia letto proprio qui, poche pagine sopra –, che se il divario fosse, diciamo, come quello esistente tra Italia e Grecia, o Portogallo, un rapporto di 3 a 1 o giù di lì, allora sì, si potrebbe capire, anzi in tal caso sarebbe non solo accettabile ma doverosa la separazione in sistemi di prezzi differenziati. Che diamine, l’economia la capiamo tutti. Ma la differenza tra Italia e Grecia – un rapporto di 3 a 1 – è ben altra cosa che non quella tra Nord e Sud d’Italia: di un 37 % di differenza, vogliamo farne motivo di separazione? Frantumare il Belpaese in tanti pezzettini? Perché è poi a questo, che potrebbe condurre il ripristino delle gabbie salariali: aree economiche separate, che potrebbero preludere a separazioni politiche… vade retro! Per un divario, per un differenziale del 37 %!, ma siamo pazzi?

Eh no, cari signori, quel 37 % è un imbroglio, ben altro è il divario vero. Tra il nostro Nord e il nostro Sud non c’è il rapporto di capacità produttiva che vige tra Italia e Spagna, e nemmeno quello che vige tra Italia e Grecia, o Portogallo, bensì un rapporto, un differenziale ancora maggiore.

“There are lies, damned lies, and statistics” 

Questa frase, da taluni attribuita a Disraeli, da altri al suo arcirivale Gladstone, viene generalmente tradotta così: “Ci sono le bugie, le bugie spudorate, e le statistiche”. Mai definizione ha potuto attagliarsi meglio di questa, al “caso statistico” che adesso andremo a esaminare.

Nel problema Nord-Sud del nostro Paese c’è infatti un dato economico che finora è stato sempre presentato in modo scorretto, travisato: falsificante. La capacità produttiva delle due aree non è affatto quella che ci indicano le statistiche economiche. In quelle statistiche, come si sa, usualmente si conteggia, per misurare redditi e PIL (che non sono la stessa cosa), l’aggregato di beni e servizi (prodotti, nel caso del PIL). E proprio ciò – l’aggregazione – consente una manipolazione che non può esser definita in altro modo che questo: truffaldina.

La rivista “Limes” n° 1/96, a pag. 33, citando un’analisi della Fondazione Agnelli, riporta: “…per quel che riguarda la Padania vera e propria – Piemonte, Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna – quest’area che è il vero cuore del Nord resta a tutti gli effetti una contribuente netta, che dà molto più di quanto riceve. Per la precisione, in base a questi calcoli il cittadino piemontese medio paga un milione e centomila lire di tasse in più, rispetto a quanto riceve dallo Stato sotto forma di servizi di ogni natura. Il lombardo è quello che si sacrifica in maggior misura: dà 2'385'000 lire all’anno in più; per emiliani e romagnoli la perdita secca è di 1'180'000 lire, per i veneti di 826mila lire a testa”.

Da queste cifre (lo studio della Fondazione Agnelli è del ’94, e i dati sono relativi al periodo 89-92), si deduce un prelievo (34'117 Mld-lire/anno) tale da far forse brontolare un po’ i polentoni, ma non più di tanto (non tanto da giustificare una secessione, a esempio). Il fatto è che quei “calcoli” della Fondazione Agnelli non la dicono giusta, il prelievo reale è di gran lunga maggiore. Vediamo perché.

Prendiamo un annuario statistico, di quelli che riportano i dati economici disaggregati per regione (io ho usato i dati dell’Istituto Tagliacarne, del ’91). Separando, da una parte le regioni del Nord e dall’altra quelle del Mezzogiorno (con la Sardegna), e misurando il reddito disponibile alle famiglie si rileva un differenziale del 59 %: al Nord si dispone di un reddito (pro capite) pari a 159/100 di quello del Sud (facendo invece uguale a 100 il reddito dell’Italia Settentrionale, quello del Sud risulta pari a 63: appunto il divario del 37 % di cui s’è detto sopra). E qui già si confonde (cosa che si fa spesso e volentieri) il reddito col PIL. Ma anche col PIL si “truccano le carte”. Infatti, se si misura il PIL (nel modo usuale, con beni e servizi aggregati in un solo insieme), il differenziale già diventa un po’ più preoccupante: 70 % (76 %, se riferito a quelle sole quattro regioni “cuore del Nord”). E tuttavia si direbbe che ci troviamo in condizioni ancora lontane dallo stato di allarme (se, per esempio, quel 70 % lo leggiamo “al contrario”, cioè prendendo come base 100 il PIL del Nord, il differenziale diventa del 41 %; non è tutta un’altra cosa, “leggerlo” così?). Quella differenza, da 59 % a 70 %, poi, sembrerebbe (il condizionale è d’obbligo) indicare i trasferimenti di “solidarietà” al Sud (170/159: il 6 %: un ammontare veramente modesto). Tutto sommato, con queste cifre si trova più o meno quel che ci si aspettava di trovare, quel che ci hanno sempre detto gli esperti di economia e di statistiche. Appena poco più del rapporto che c’è tra l’Italia (intera) e la Spagna.

Proviamo però adesso a rifare la comparazione, escludendo (secondo i modelli che ho descritto sopra) il settore dei servizi. Si ottiene un risultato che come minimo è da definirsi sconcertante: il differenziale nella produzione di beni (agricoltura e industria) risulta del 142 %.

142 %, per quanto riguarda l’intera Italia Settentrionale. Ché, con quelle quattro regioni che la Fondazione Agnelli chiama “cuore del Nord”, il differenziale è ancora maggiore. Piemonte, Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna (37 % della popolazione italiana) producono da sole più beni, addirittura il 22 % in più, di tutto il resto del Paese messo insieme (255'921 Mld-lire vs 210'400 Mld-lire nel 1991; dati Ist. Tagliacarne). Il loro reddito (reddito, non PIL) globale (531'049 Mld-lire) risulta però inferiore del 23 % a quello del resto del Paese (655'377 Mld-lire). La Lombardia (8'900'000 ab.) da sola produce il 12 % in più di beni dell’intero Mezzogiorno (20'900'000 ab.): 112'739 Mld-lire vs 100'112 Mld-lire. Ma il reddito globale della Lombardia (232'157 Mld-lire) risulta poi inferiore del 40 % a quello del Mezzogiorno (323'118 Mld-lire).

In altre parole, un abitante del Nord produce (o meglio, produceva, ché si tratta di cifre del ’91, oggi la situazione è ancora peggiorata, come vedremo) una quantità di beni, quasi due volte e mezza un abitante del Sud (un rapporto che va da 2,4/1 se si considera l’intera Italia Settentrionale, a 2,5/1 se si considerano quelle quattro regioni dette sopra, fino a 2,7/1 se si considera la sola Lombardia). E’ ben più del rapporto che c’è tra Francia (o Germania, o Svezia) e Grecia: 1,9/1 (ossia, la Francia presenta una produttività di beni del 90 % superiore alla Grecia). Un veneto o un piemontese produce due volte e mezza i beni che produce un abitante del Mezzogiorno, con un differenziale di capacità produttiva quindi del 150 %, ma nelle statistiche compare poi un differenziale di reddito (che qualcuno confonde col PIL) di appena il 59 %. Ma anche misurando i differenziali del PIL ci si sposta di poco: le statistiche ci presentano un differenziale nel PIL (quello che dovrebbe essere il reddito prodotto) tra Nord e Sud di appena il 70 % anziché, come dovrebbe essere, il 150 %.

Dove sta il trucco – o meglio, il mistero di quelle differenze tra produzione, reddito e PIL?

Il trucco (quello grazie al quale ci viene presentato, come abbiamo visto sopra, un divario tra Nord e Sud di solo il 41 %, o addirittura del 37 %) sta nell’aggregazione: nel presentare i redditi (e soprattutto i PIL) regionali aggregando beni e servizi insieme. Per scoprirlo bisogna disaggregare (quando si dice che il diavolo è nel dettaglio!) i beni dai servizi. Eseguita l’operazione, il trucco balza agli occhi: balza agli occhi una colossale ipertrofia, al Sud, del settore dei servizi.[67] Per ogni euro prodotto di beni un veneto ne produce 1,4 di servizi, un campano 2,8. Questa è, chiaramente, un’anomalia. In tutto il mondo sono le economie più ricche, più produttive, ad avere un settore terziario più ampio. Da noi accade l’opposto, nel nostro paese il terziario è più ampio al Sud che al Nord. Ed è proprio quello, il settore dei servizi, che “gonfia” il reddito degli abitanti del Mezzogiorno. Con lo stesso rapporto beni/servizi del Nord, 1 a 1,4, il reddito globale del Mezzogiorno avrebbe dovuto essere, nel ’91, di 206'178 Mld di lire. Ma, grazie a quei servizi “extra”, si è incrementato di oltre metà, di 116'940 Mld di lire. Un bel po’ di differenza, rispetto a quei 34'117 Mld-lire che la Fondazione Agnelli indica come “prelievo” al Nord.[68]

Qui si pone la domanda: da dove origina quell’abbondanza di servizi al Sud?

Un bell’interrogativo

Degno dell’abilità indagativa di uno Sherlock Holmes. E tuttavia, di fronte a quelle cifre (che chiunque, se dubbioso, può andarsi a verificare) qualcuno potrebbe obiettare: be’, il Nord produce più beni, e il Sud più servizi. E con ciò? Come il Piemonte produce più automobili, il Veneto più elettrodomestici, l’Emilia-Romagna più culatelli, così il Sud produce più servizi. I servizi non hanno anch’essi utilità (valore), non producono anch’essi reddito?

Certo. C’è però, qui, un problema di proporzioni.

Perché i servizi non si generano in modo autonomo, indipendente dal resto dell’apparato produttivo. Come abbiamo già fatto rilevare, i servizi (la massima parte di essi) sono in pratica un indotto della produzione di beni. Costituiti per una gran parte da movimento, distribuzione, gestione dei beni, la loro dimensione nel sistema produttivo è, se pur con grossolana approssimazione, “proporzionale” (una proporzione, come s’è visto, variabile a seconda del livello di reddito ma, per un determinato livello, abbastanza stabile – e ben presumibile, ossia calcolabile) all’insieme (a meno che si tratti di servizi “esportati”, come turismo o finanza, ma non è il nostro caso: di turismo al Sud ce n’è meno che al Nord, e di finanza non è neanche il caso di parlare).[69] Per cui, quando ne rileviamo, in una pare di un sistema, quantità anomale, a esempio (come in questo caso) superiori alla “quota competente”, non può essere che per un solo motivo: un travaso di risorse da altre parti dello stesso sistema. Dalla quantità anomala di servizi presenti nel reddito del Mezzogiorno si deduce appunto la presenza, altrimenti non direttamente visibile (perché non contabilizzata), di un travaso di risorse – dal Nord (da dove, se no?). L’abitante del Mezzogiorno, mentre produce i 2/5 di beni di un abitante della Padania, gode però di un reddito pari a 2/3 di quello.[70]

La spiegazione di quell’anomalia contabile, quindi, sta nel flusso di ricchezza che il Sud riceve dal Nord. Un flusso evidentemente ben più ingente di quanto si sia sempre dichiarato, di quanto di sia sempre fatto credere. Una parte di quel che le statistiche ci presentano come reddito prodotto al Sud, è in realtà reddito distribuito, attraverso alcune “partite invisibili”.

E la principale di tali “partite invisibili” (in realtà sotto gli occhi di tutti, anche se nessuno sembra accorgersene) è il settore pubblico, la spesa pubblica. A “gonfiare” i redditi del Sud non sono le famigerate pensioni “fasulle” d’invalidità, o meglio quello è solo un rivolo, il fiume vero è la spesa pubblica. E’ questa (ormai più di metà del PIL nazionale) che, “spargendo sul territorio” stipendi e servizi, incrementa, direttamente o con l’indotto che ne deriva, la ricchezza del Sud (dove – è il caso di rammentare – i dipendenti pubblici sono – ovviamente escludendo il Lazio – del 30-35 % più numerosi che al Nord). Una specie di “integrazione di reddito” che consente al Sud di vivacchiare, pur producendo poco (anzi, sempre meno). E ciò benché l’apporto del pubblico sia, in assoluto, forse minore al Sud che al Nord.[71] Le statistiche, insomma, presentano come reddito prodotto al Sud quel che in buona parte è reddito distribuito, o indotto. E’ solo disaggregando i beni dai servizi che lo si scopre.

E’ probabile che il marchingegno (il “meccanismo di travaso”) a qualcuno non risulti ben chiaro. Così, per illustrare come funziona, per comprenderlo meglio, ho pensato che la cosa migliore sia farsi una gita alla città di Ecotopia.

Un viaggio a Ecotopia 

Ecotopia è una cittadina (diciamo sui diecimila abitanti) del Sud del nostro Paese. Suo carattere peculiare è di essere del tutto priva di industrie. Neppure una fabbrichetta, anche di soli tre operai. Si tratta, naturalmente, di un “tipo ideale”, ma non così eccezionale come si potrebbe pensare; al Sud ce n’è molte, di situazioni, se non proprio uguali, simili. Situazioni che al Nord appaiono inconcepibili. Al Nord, così come si pensa la campagna il luogo dove si producono cereali, ortaggi, carne e via dicendo, si pensa la città come il luogo in cui si producono manufatti: mobili, elettrodomestici, prodotti chimici o altro che sia. In campagna le fattorie, in città le fabbriche. In più, in città ci sono i servizi: quelli privati (negozi, bar, banche, professionisti) e quelli pubblici (scuole, polizia, ospedali). Da Ecotopia invece non esce alcun prodotto industriale, neppure per fornire l’agricoltura circostante. E nemmeno c’è turismo, perché a Ecotopia non c’è nulla d’interessante da vedere.

A questo punto qualcuno senz’altro chiederà: di che vivono gli abitanti?

La risposta è: del settore pubblico. E andiamo a vedere come.

A Ecotopia c’è un municipio, un ospedale, carabinieri, polizia, scuole, uffici postali e così via (senza scordare ferrovie, telefoni, elettricità, ecc. – si tratta pur sempre di aziende pubbliche). Per quella popolazione di diecimila abitanti, si possono presumere 800 o anche 1'000 dipendenti pubblici (possono sembrar tanti, ma siamo nella norma del Sud). Ci sono poi forse 2'000 o 2'500 pensioni, di anzianità, di vecchiaia, di fruitori di pensioni sociali. Aggiungiamo 1'200 o 1'500 pensioni d’invalidità (la norma del Sud), e abbiamo quattro-cinquemila redditi, per forse 50 milioni di euro l’anno.[72] C’è inoltre la spesa pubblica (il settore pubblico oltre che stipendiare spende, in genere acquistando servizi in loco), diciamo una decina di milioni l’anno. In totale, fanno €  60'000'000,00.

Quel denaro distribuito genera un indotto: negozi, bar, banche, assicurazioni, professionisti, officine di riparazione di auto ed elettrodomestici, idraulici, colf e (perché no?) peripatetiche.

Si può congetturare (non ci sono conti precisi al riguardo) che per ogni due euro “pompati” in un sistema se ne generi uno (ma probabilmente di più) di indotto (dovremmo specificare “indotto locale”, ché se ne genera anche altrove, ma quello non c’interessa). Quegli stipendi di dipendenti pubblici più le pensioni più la spesa pubblica “producono” (o meglio “inducono”) un’altra trentina di milioni di reddito, dando lavoro a circa (diciamo) 1'500 persone. E così s’è dimostrato che si può avere un’economia (cittadina) funzionante, senza bisogno di industrie.

(Consultando le statistiche di Ecotopia sembra però risultare presente un po’ d’industria. E’ l’edilizia, attività che nella contabilità pubblica è spesso d’uso rubricare come “industria”, e di cui già abbiamo detto che è necessariamente locale. Di quegli stipendi, di quelle pensioni distribuite una parte viene spesa per costruire e riparare case. Dando lavoro a ingegneri, capimastri, muratori, idraulici ed elettricisti. E’ chiaro che nel nostro caso si tratta di un’”industria” tutta generata per indotto.)

Insomma, Ecotopia riesce a vivere senza produrre, diciamo motu proprio, neppure uno spillo. Da quei 60 milioni di stipendi, pensioni, spesa pubblica distribuita, gli ecotopiani riescono, con l’indotto, a trarre un reddito globale di 90 milioni di euro l’anno, 9'000 pro capite. Ben meno della media nazionale, ma abbastanza per campare.

A Ecotopia però si campa male. Quel reddito oltre che scarso è mal ripartito. Quel “pompaggio” di stipendi e pensioni, che i nostri guru della solidarietà amano presentare come “giusto” frutto della “fratellanza nazionale”, viene sparso in modo tutt’altro che giusto: quei redditi sono alti (o quasi: ché coloro che non si trovano nelle “zone protette”, d’impiego pubblico e simili, lavorano, sì, ma con paghe un po’ bassine) come al Nord ma sono presenti in minor numero. Sono, insomma, ripartiti come i polli di Trilussa. Lo si riscontra dai dati della disoccupazione, che registra livelli elevatissimi, diciamo il 30, forse il 40 %.[73]

Tuttavia a molta gente, tra cui autorevoli economisti, quel panorama dà l’idea di una situazione, sì alquanto seria, ma non certo disperata. Dopotutto, il 60 o 70 % degli ecotopiani un lavoro ce l’ha. Aziende ce ne sono. Ecotopia riesce anche a “tenere il passo” col resto del Paese: le statistiche mostrano che il suo reddito si mantiene, negli anni, più o meno nello stesso rapporto. Il problema, si direbbe, è solo di creare un altro po’ di “posti”… magari nel terziario. Che, ci spiegano quegli autorevoli economisti, è il “settore del futuro” (per cui si potrebbe persino vedere in Ecotopia, che vive letteralmente di terziario, una specie di “avanguardia economica”).

E sfugge completamente il fatto che, se Ecotopia sembra “tenere il passo”, è solo grazie alla continua crescita della spesa pubblica. Ecotopia vive tutta su risorse fornite dall’esterno, senza quelle la sua produttività sarebbe uguale a zero, la sua disoccupazione sarebbe del 100 %. Ecotopia è totalmente mantenuta.

Ma dai dati della contabilità economica non risulta. Qui sta il bello. La contabilità economica registra quei 90 milioni l’anno come reddito prodotto in Ecotopia. E se a qualcuno venisse l’uzzolo di tentar di verificare l’ipotesi di un’Ecotopia “mantenuta”, dovrebbe presto arrendersi. Un quadro di input-output che registri tutti i dare e gli avere è in pratica impossibile da costruire (in ogni caso ne sfuggirebbero gli indotti). Per cui si può tranquillamente continuare a credere (e far credere) che Ecotopia sia produttiva. Non quanto una città del Nord, ma comunque produttiva.

Sicché a quell’asserzione, di essere “mantenuti”, gli ecotopiani non sanno se reagire con sdegno o con una risata. Non lavorano, forse? Non tutti, è vero, perché purtroppo non c’è lavoro per tutti, a Ecotopia, ma chi il lavoro ce l’ha non sta certo a prendere il sole. Gli ecotopiani “fanno la loro parte”, lavorano e pagano le imposte. Anzi, a quest’ultimo riguardo sono persino più solerti di tanti altri. Infatti gli capita spesso di venir edotti dai media che in altre zone del Paese c’è gente che lavora, e anche parecchio (bella forza!, da quelle parti di lavoro ce n’è in abbondanza), ma nel contempo evade le imposte (e infatti, facendo bene i conti, gli ecotopiani rilevano che Ecotopia riceve meno servizi pubblici che le città del Nord). I buoni ecotopiani hanno di che sentirsi non solo indignati ma defraudati.[74]

Infine, sempre autorevoli economisti spiegano che i redditi distribuiti a Ecotopia sono un beneficio per le industrie del Nord, in quanto gli forniscono un “mercato”.[75] Gli ecotopiani, produttivi o no che siano, sono (possono sentirsi) comunque utili: quali consumatori.

C’è da meravigliarsi, dunque, se gli ecotopiani da un po’ di tempo a questa parte hanno scoperto di essere degli ardenti patrioti, dei ferventi sostenitori dell’unità nazionale?

Qualcuno può obiettare che Ecotopia, che vive solo di “pubblico”, è un caso-limite (“ideale”), alquanto raro nella realtà. Non siamone tanto sicuri. Se non proprio Ecotopie, di quasi-Ecotopie ce n’è un bel numero, al Sud. In ogni caso quella è la tendenza (una tendenza che la politica economica sembra voler favorire anziché contrastare: non è forse vero che lo Stato finanzia con “prestiti d’onore” coloro che, al Sud, avviano attività nel terziario?), l’economia del nostro Mezzogiorno va evolvendo, anno dopo anno, sempre più verso un “modello ecotopiano”: producendo sempre meno beni e “appoggiandosi” sempre più sul settore pubblico e l’indotto che ne deriva. Dando origine a un’economia in gran parte finta.

E la contabilità nazionale, eseguita aggregando insieme beni e servizi, privati e pubblici, provvede a “coprire” la finzione.

Si potrebbe anche dire, osservando il desolante panorama economico di Ecotopia, che quel che manca in quella cittadina (e che scarseggia in tutto il Sud) sia, non la voglia di lavorare (era questo, ciò che si diceva un tempo, al Nord, poi s’è capito che non solo non era vero, ma che non era comunque quello il punto importante, il “nocciolo” della questione), quanto piuttosto l’iniziativa, la capacità imprenditoriale. A Ecotopia l’epoca feudale, coi suoi valori pre- o addirittura anti-industriali, non sembra ancora terminata. In una tale cultura quella tendenza che abbiamo visto, ad “appoggiarsi” al “pubblico” (di cui la fin troppo nota ricerca del “posto” nell’Amministrazione Pubblica rappresenta un po’ l’epitome) è per certi versi ineluttabile. Origina infatti non dalla volontà degli attori ma (come avrebbe detto Montesquieu) dalla “logica delle cose”. Quella tendenza finisce per essere (in quello specifico “brodo” culturale,[76] è ovvio) un portato della crescita, sia del settore pubblico che del terziario. Il tutto unito al presupposto (anche questo, un paradigma culturale che ha finito per travestirsi – e farsi scambiare – da teorema economico) che tutti gli abitanti del Paese devono percepire gli stessi salari. Da una tale “logica delle cose” non può che conseguire che anche là dove si produce poco o addirittura nulla si generi un’apparenza di produttività – e un reddito (che appare “guadagnato”). Né si può dar certo colpa agli ecotopiani, della situazione. La situazione gli è data, e loro non fanno altro che profittarne (come farebbe chiunque al loro posto), usando le possibilità economiche che l’ambiente gli offre. Così come non gli si può dar colpa del clientelismo imperante (a Ecotopia per trovare un posto di lavoro c’è sempre da ingraziarsi qualcuno, da sollecitare qualche potente), anche questo è un portato inevitabile di quella situazione,[77] della forza traente di quel mondo culturale: Ecotopia è condannata a farsi mantenere. Tentar di spacciare il sistema che ne consegue (insieme con tutta la “contabilità creativa” messa in atto per nasconderne le magagne) per “solidarietà”, però, è un altro conto. 

Ma quanto è facile ingannarsi!

D’altronde, di quanto sia facile ingannarsi (e ingannare) maneggiando statistiche economiche, possiamo avere contezza, a esempio, nel volumetto dell’Istat “Rapporto sull’Italia” (Il Mulino, Bologna, 1996), dove, a pag. 75, si legge: “I dati relativi al 1993 rivelano che il Lazio (dove si crea circa il 10 % del PIL) è ormai la seconda realtà produttiva del Paese dopo la Lombardia (20 %) e prima di un gruppetto di regioni attestate su una quota del 9 % (Piemonte, Veneto ed Emilia-Romagna)”. Qui s’è confuso, appunto, il reddito con la produzione. La verità è che il Lazio è sì una regione ricca (nel ’95 ha superato il Piemonte nel reddito pro capite e ormai tallona la Lombardia, anzi per taluni parametri l’ha già superata), ma la sua capacità produttiva in beni è circa metà di quella del Piemonte (o del Veneto, o dell’Emilia-Romagna; pro capite, poi, è meno di metà di quella di queste regioni, anzi è addirittura inferiore a quella dell’Abruzzo o della Sardegna). Quella “seconda realtà produttiva del Paese” produce solo una gran quantità di servizi (quelli amministrativi, di Roma). Per dirla in termini un po’ crudi, il Lazio produce pochi beni ma molti stipendi.

 

A questo punto vogliamo provare a metter giù qualche cifra, per vedere, sia a quanto ammonta la differenza tra il PIL che il Sud produce diciamo “per conto proprio” e quel che invece “fruisce” in reddito, sia quant’è quel che viene sottratto al Nord.

Presto fatto. Prendiamo l’Annuario Istat ’98, che riporta le contabilità regionali (anno ’95, ovviamente in lire) disaggregate per singoli settori e attività produttive, e sediamoci – perché c’è il rischio di svenire.

Nel ’95 l’Italia Settentrionale registra (a prezzi ’90):

1 - una produzione di beni (agricoltura, silvicoltura e pesca, più industria in senso stretto – ovvero esclusa l’edilizia) pari a 254'213 Mld;

2 - un PIL pari a 763'868 Mld;

3 - consumi finali pari a 536'047 Mld.

 

Il Mezzogiorno invece registra:

1 - una produzione di beni (id. c.s.) pari a 74'359 Mld;

2 - un PIL pari a 337'217 Mld;

3 - consumi finali pari a 327'258 Mld.

 

Vediamo ora i rapporti.

 

Al Nord:

tra beni prodotti e PIL un rapporto di 1 a 3;

tra beni prodotti e consumi finali un rapporto di 1 a 2,1;

al Sud:

tra beni prodotti e PIL un rapporto di 1 a 4,53;

tra beni prodotti e consumi finali un rapporto di 1 a 4,4

 

Se al Sud tenessimo lo stesso rapporto che al Nord, tra beni prodotti e PIL, quello del nostro Mezzogiorno sarebbe di (74'359 x 3) 223'077 Mld (inferiore di 114'140 Mld a quello che risulta dalle statistiche). Se poi dovessimo tenere lo stesso rapporto che al Nord tra beni prodotti e consumi finali, il reddito del nostro Mezzogiorno sarebbe di (74'359 x 2,1) 156'154 Mld: meno di metà del suo reddito effettivo.

Ma questi sono indici del ’95, a prezzi del ’90. Vogliamo attualizzare un po’ quei conteggi? Con il PIL totale del Paese di 1'385'830 Mld nel ’95 e 2'008'500 Mld nel 2001 il coefficiente di attualizzazione è 1,66/1. Attualizzando al 2001, non solo il PIL del Mezzogiorno risulta superiore di 189'000 Mld rispetto a quel che ha invece prodotto, ma, soprattutto, i suoi consumi risultano superiori di ben 284'100 Mld – sempre rispetto a quel che dovrebbero essere se tenessimo lo stesso rapporto produzione beni/consumi che c’è al Nord.

Quei 284'000 Mld sono, evidentemente, quel che viene sottratto al Nord. Principalmente a quelle quattro regioni “cuore del Nord”. Una dozzina abbondante di milioni di lire (6-7'000 €) all’anno pro capite, quaranta o cinquanta milioni (20/25’000 €) per famiglia. Belle sommette, non c’è che dire.

(A questo punto però qualcuno potrebbe osservare: ma non s’era detto, durante quella gita a Ecotopia, che parte del reddito (l’incremento di reddito) di cui vengono a fruire gli ecotopiani  è dovuto all’indotto? Se, come s’è detto, dal Nord si prelevano 60 milioni di euro e con quelli si genera un reddito di 90 milioni di euro in Ecotopia, non c’è forse un  vantaggio, nel trasferire risorse da Nord a Sud? I polentoni possono forse brontolare un po’, ma dopotutto il Sud ci guadagna più di quanto essi perdano. Insomma, per il Paese nel suo insieme è un affare.

O no?

No. Quell’indotto ci sarebbe anche al Nord. E di pari entità. Perché ci troviamo (caso qualcuno l’avesse dimenticato) nello stesso sistema di prezzi. Se fossimo in presenza di due distinti, differenti sistemi di prezzi, allora sì, avrebbe senso trasferire risorse da quello più ricco a quello più povero, perché l’utilità prodotta in quest’ultimo sarebbe maggiore della perdita prodotta nel primo. Ma così come siamo combinati noi, no.)

Vogliamo ora vedere un raffronto pro capite, sulla produttività in beni? Nulla di più facile. Col rapporto di popolazione tra le due aree (25'667'700 ab. al Nord/21'564'500 ab. al Sud) di 1,19 – coefficiente da usare per trarre i dati pro capite – questi ci dicono che il rapporto di produttività in beni pro capite tra le due aree è (254'213/1,19/74'359) pari a 2,87. (Con un differenziale, nei consumi, di solo il 38 %.)

C’è di che rimanere allibiti. Un settentrionale produce (nel ’95) quasi il triplo di beni di un abitante del Mezzogiorno.[78] Se pensiamo che tra Svezia e Grecia c’è un differenziale di capacità produttiva in beni del 90 %, e nessun economista sano di mente oserebbe pensare che Svezia e Grecia possano convivere nello stesso sistema di prezzi, che dovremmo dire qui da noi, dove il differenziale è più che doppio, il 187 %?

Perché in effetti è questo il punto importante, ancor più importante che non il gigantesco travaso di ricchezza da Nord a Sud. Quello (il travaso di ricchezza) può indispettire, far gridare allo scandalo (oltre che per la dimensione, per il fatto di esser stato sempre tenuto nascosto), ma il vero problema è un altro: è quello della competitività. Con una capacità produttiva equivalente a poco più di un terzo di quella del Nord, il Sud non può assolutamente convivere nello stesso sistema di prezzi. Insomma, il Mezzogiorno nel suo insieme può dirsi una “mezza Ecotopia”. Che, senza quel gigantesco travaso di risorse di cui s’è detto, si ritroverebbe con una disoccupazione magari del 50 o 60 %.[79] (Il travaso di ricchezza è in realtà un portato pressoché inevitabile del differenziale di capacità produttiva esistente tra le due aree del Paese, unito al progressivo incremento del settore pubblico e dei servizi, insieme col principio della parità salariale. Non si tratta quindi di un problema solo italiano, anche se da noi si presenta in modo più marcato. Ci se n’accorgerà presto anche in Europa, di mano in mano che si procederà nell’unificazione economica; soprattutto all’integrazione dei Paesi dell’Est, con livelli di capacità produttiva ben diversi da quelli dell’Ovest.)

Il “caso speciale” del Lazio 

Quella cifra di 284'000 Mld-lire/anno non è però ancora il totale – il totale di quel che viene sottratto al Nord. C’è infatti ancora da fare i conti con la regione italiana forse più ricca ma con scarsissima produzione di beni, il Lazio (che poi vuol dire Roma). Il Lazio da solo costa altri 127'000 Mld (la differenza tra quel che è e quel che dovrebbe essere il suo reddito in base alla quantità di servizi competente – i.e: in rapporto ai beni che produce). Qui si richiede però un discorso più complesso, che dia conto di alcune specificità. La produttività del Lazio non può desumersi, come per le altre regioni, dal rapporto di proporzione tra beni e servizi prodotti. Roma produce, ed “esporta” (nel resto del Paese), servizi (amministrativi). Quei servizi hanno un’utilità, per l’intero Paese. Della funzione politico-amministrativa non si può fare a meno.

E’ però anche vero che Roma, quale città “dedicata” a quella funzione (produzione di servizi amministrativi) si presenta un tantino “surdimensionata”, non appena la si paragoni ad altre città (capitali) in simili condizioni (“dedicate”). Bonn (ovviamente prima del trasferimento a Berlino delle funzioni di capitale), città solo parzialmente dedicata all’amministrazione (era, com’è oggi, una città industriale), contava (come oggi) 260'000 abitanti. Washington, senz’altro più dedicata di Bonn, ne ha seicentomila, e sembrano sufficienti per amministrare un paese (federale, però, non scordiamolo, quindi dotato di una consistente amministrazione periferica) che ha una popolazione cinque volte la nostra (e impegni planetari). Roma, altrettanto dedicata all’amministrazione pubblica (le industrie vi sono quasi inesistenti), è il quintuplo di Washington (per cui il rapporto con la popolazione amministrata viene a essere, paragonato a quello di Washington, di 25 a 1). Qualcuno prima o poi sarà tentato di domandarsi se abbiamo proprio bisogno di una città di tali dimensioni dedicata all’amministrazione pubblica, se è proprio necessario un testone così grande per governare un corpo di dimensioni normali. A quel qualcuno 127'000 Mld-lire l’anno potrebbero sembrare una parcella un po’ alta per il servizio di amministrazione pubblica  (a meno di non voler credere a quel che insinuano taluni maligni, che quella sia una specie di “trattenuta”, una “taglia” posta al passaggio di quel fiume di ricchezza che da Nord viene convogliato verso il Sud).

Quei 127'000 Mld-lire/anno, da dove (dalle tasche di chi) vengono tirati fuori? Questo è un conto un po’ difficile. Dalle statistiche (dai dati Istat, per esempio) non è facile desumere quel che pagano in imposte le varie regioni (l’esempio che si fa di solito per dare dimostrazione di questa difficoltà – in pratica impossibilità – è quello dell’IVA sugli autoveicoli Fiat, versata all’erario tutta a Torino ma, ovviamente, pagata dagli acquirenti in tutto il Paese). Si potrebbe supporre che la ripartizione degli oneri fiscali ricada sulle varie parti del Paese in ragione del reddito (quello goduto o quello prodotto?), ma un tale “modello” lascerebbe molto a desiderare in quanto, come s’è visto, ci sono parti del Paese che vivono “al disopra” (come altre “al disotto”) dei loro mezzi (della loro produzione), per cui non si saprebbe proprio come definire il contributo. Possiamo lasciar perdere l’esatta ripartizione dei “costi di mantenimento” del Lazio, attenendoci all’ipotesi più ovvia: che siano sostenuti per la massima parte dal Nord.[80]

Se aggiungiamo allora ai 284'000 Mld di “solidarietà” verso il Sud i 127'000 Mld necessari per “farci amministrare” da Roma, viene un totale di 411'000 Mld-lire/anno (il che vuol dire che oggi stiamo veleggiando ben oltre il paio di centinaia – 212 nel 2001 – di euro l’anno). Non si direbbe scorretto, quantomeno dal punto di vista semantico, usare per un tale malloppo il termine “solidarietà”? 

 

Insipienza o malizia?

Quelle statistiche aggregate ci hanno quindi sempre dato un’immagine, più che distorta, decisamente falsa dell’economia meridionale, presentandoci come reddito prodotto quello che è invece in gran parte reddito distribuito, o indotto. Il PIL del Mezzogiorno, se lo “sgonfiassimo” della “parte in più” di servizi (quella “non compatibile” con la sua capacità produttiva), si ridurrebbe a livelli inferiori a quelli di Portogallo o Grecia. (E aggregandovi il Lazio, regione che nella sua effettiva, cospicua ricchezza a qualcuno sembra suggerire un’immagine “industriale”, il quadro peggiora ulteriormente. Quella macroregione che, dal Lazio in giù, coi suoi 26'600'000 abitanti di nove regioni costituisce quasi metà del Paese, produce, tutta insieme, un volume di beni inferiore – di ben il 27 % nel ’95 – a quel che, al Nord, produce la sola Lombardia.)

Non solo. Quel differenziale di produzione, già macroscopico (o forse sarebbe più corretto dire catastrofico?), tende a crescere nel tempo. Se il rapporto di capacità produttiva pro capite tra Nord e Sud era nel ’95 (coi parametri Istat) pari a 287/100, e arretrando al ’91 risultava (coi parametri Ist. Tagliacarne) pari a 242/100, nell’84 era solo di 217/100; arretrando ancora, lo vediamo di 195/100 nell’81 e di 180/100 nel ’72.[81]  Il divario tra Nord e Sud, lungi dal ridursi, va aumentando: ogni anno che passa il Sud produce di meno (in quota parte rispetto al resto del Paese) ma, grazie alla continua crescita del settore pubblico (quindi dei servizi), riesce a mantenere pressoché invariato il suo rapporto di reddito col Nord. E, soprattutto, a far credere di aver mantenuto invariato il rapporto di capacità produttiva, ingannando così tanti bravi e onesti studiosi, lasciandoli convinti che i termini del problema Nord-Sud siano, se non migliorati, perlomeno non peggiorati.[82]

Da decenni si inganna il Paese, mascherando la realtà con quelle statistiche aggregate. La cui funzione è duplice: 1) occultare quel gigantesco travaso di ricchezza da Nord a Sud; 2) esibire una situazione che, apparendo meno drammatica di quella reale, può venir presentata in forma di problema risolvibile: un differenziale di capacità produttiva (o di reddito, visto che volentieri si confondono le due cose) del 59 % (o 37 %, o 33 %, a seconda di come fa comodo al momento) tra Nord e Sud può infatti apparire sanabile, in tempi accettabili e con le usuali tecniche di politica economica. Ma un differenziale del 187 %? Chi convincerebbe il Paese che si può ancora tirare avanti con le politiche di sussidi e incentivi, e che non occorrono invece provvedimenti ben più drastici? Soprattutto, chi convincerebbe i polentoni, una volta scoperta l’entità del salasso cui vengono sottoposti, a continuare a subirlo? Non è la Lega Nord a minacciare l’unità nazionale, ma quegli squilibri. Che prima o poi faranno collassare l’intero sistema.

Quali considerazioni trarre 

dal rilevamento di quei 411'000 Mld/anno “occultati”?

Parecchie, e poco confortanti. Proviamo a farne una rassegna sintetica.

Una, preliminare. Con questo modo di conteggio, indiretto, si può finalmente porre termine a quella “vexata quaestio”, dell’esistenza o meno – e dell’ammontare – di un prelievo di risorse dal Nord per “aiutare” il Sud (nonché il Lazio). Il prelievo c’è, ed è oltremodo consistente. Quelle contabilizzazioni che ci hanno sempre presentato ammontari di dimensioni modeste, quasi risibili (addirittura, secondo i conteggi di taluni “zeloti”, un saldo negativo, ovvero un prelievo dal Sud per dare a Nord; col che ci sarebbe da chiedersi come mai non siano gli abitanti del Sud, a volere la “separazione dei beni”), si rivelano per quel che sono: costruzioni fittizie, elaborazioni tese a ingannare, a celare una realtà che si può senz’altro definire truffaldina (e, viste le dimensioni e il perdurare, potremmo anche chiamarla la “truffa del secolo”).

Non è certo facile stabilire quale debba essere l’ammontare della giusta solidarietà. Si tratta, come s’intuisce, di un problema molto complesso e delicato (se, ad esempio, si parte dal presupposto che gli abitanti del Sud hanno diritto agli stessi servizi pubblici e – soprattutto – agli stessi stipendi che al Nord, quel prelievo sembra possedere una sua logica, perversa ma consequenziale, ineccepibile). Di sicuro c’è però una cosa: che anche la solidarietà richiede di essere misurata, e soprattutto resa manifesta. Almeno, così ha da essere in un sistema sociale onesto. Nelle famiglie oneste ci si aiuta, sì, ma in modo palese, trasparente. Ognuno deve poter sapere quanto dà o quanto riceve (e sommamente ipocrita è l’idea che si debba invece dare di nascosto, quasi per una forma di delicatezza, per non offendere il ricevente; perché qui in realtà non c’è un soggetto che dà volontariamente bensì un soggetto che preleva – e lo fa, appunto, di nascosto). E’ ben possibile (anche se poco probabile) che gli abitanti della Padania siano disposti a (continuare a) versare l’ammontare che s’è visto, per aiutare il Sud, ma devono farlo con conoscenza, e poter partecipare alle decisioni sull’entità. Ingannarli, come si sta facendo da decenni, raccontargli che gli vengono sottratti solo pochi spiccioli ( a chi s’azzarda a chieder di “vedere i conti”, rispondere con accuse di egoismo o magari di razzismo), non è comportamento onesto.

E’ inoltre da ritenere che, quale che sia l’entità del prelievo, i “donatori” gradirebbero sapere che è ben speso: che va ai più bisognosi, soprattutto va a investimenti produttivi. Purtroppo così non è. Quel travaso di risorse è, come ho detto sopra, composto principalmente di stipendi del settore pubblico, e dell’indotto che ne risulta. Ossia, è in gran parte reddito distribuito, e distribuito a categorie che non sono propriamente, né le più bisognose né le più produttive. In quanto a investimenti, niente. Quel prelievo non cambia di un iota la situazione di arretratezza, di dipendenza del Sud. E, anche considerato quale semplice meccanismo distributivo, è di un’iniquità ripugnante. Come abbiamo potuto osservare passeggiando per le strade di Ecotopia, quella distribuzione salariale (ma anche di pensioni e sussidi) significa semplicemente che una parte della popolazione lavorativa – a Ecotopia abbiamo detto il 60 o 70 %  – gode salari (redditi) uguali a quelli del Nord, a fronte di un’altra parte, il 30 o 40 %, a salario (reddito) zero, disoccupati. Un tale sistema distributivo può piacere agli amanti del motto “a pari lavoro, pari salario”, ai predicatori di solidarietà incapaci di fare i conti; soprattutto agli uomini politici, che vi trovano splendido pascolo di voti, e purtroppo anche ai loro elettori, ai tanti costretti dal bisogno a vendere il proprio voto (la dignità del cittadino) in cambio di favori, spesso miserevoli, o addirittura solo di qualche promessa che forse non si concretizzerà mai; un tale sistema può trovare approvazione presso tutti costoro, ma ad ogni persona onesta e amante della giustizia non può che suscitare repulsione. Quel sistema non distribuisce stipendi al livello del reddito medio del Sud, quindi nel maggior numero possibile. No. Distribuisce, in regioni povere, stipendi alti quanto al Nord. Il che vuol dire in minor numero di quel che sarebbe possibile. Producendo così una quantità di “beneficati” minore (minore di quel che sarebbe possibile), ma meglio pasciuti. Per chiamare un tale sistema “solidarietà” occorre possedere, o una straordinaria dose d’ingenuità, o, più verosimilmente, d’ipocrisia.

Si comprende qui anche come quel senso di frustrazione, di malcontento che serpeggia al Nord (il “malessere del Nord”), poggi su motivazioni ben più concrete che non un semplice sentimento di “identità etnica” (anche se l’uno non esclude l’altro). Quel prelievo gigantesco, pur se occultato, condotto in modi surrettizi, lascia delle tracce, lascia la sensazione della sua presenza, una presenza reale, non fantasmatica. Il che significa che il “problema settentrionale” non si risolverà, come sembrano credere tanti politici, a colpi di propaganda. Non è questione di propaganda più o meno convincente. Se anche si riuscisse a persuadere i settentrionali che non esiste alcuna “identità padana”, non perciò cesserebbero le motivazioni alla separazione tra Sud e Nord. Perché rimarrebbe comunque il problema di quell’enorme travaso di risorse (un portato, inevitabile, dell’enorme differenziale di capacità produttiva tra i due apparati – tenuti, legati insieme nello stesso sistema di prezzi). Un problema che non solo nessuna propaganda potrà mai eliminare, ma che diventerà, col passare del tempo, sempre più evidente, e difficile da tener celato.[83] La moneta unica europea, insieme con l’ingresso nell’Unione dei “parenti poveri” dell’Est, porrà vieppiù in rilievo, come già s’è detto sopra, le stesse contraddizioni, su scala maggiore. E la globalizzazione dei mercati pure. Chi spera che il “fenomeno Lega” prima o poi si esaurisca, come una moda, un momento di costume, sarà costretto a disilludersi.[84]

Ma quel nuovo modo di conteggio della produttività ci dice anche altre cose. Ci dice che il Mezzogiorno è in condizioni ben peggiori di quel che s’era creduto (e di quel che s’era fatto credere) finora. O, per essere più precisi, ci dice che l’economia del Sud non è tanto debole quanto malata, con una produttività in gran parte finta. E che bisogna rivedere tutti i calcoli. Un conto, infatti, è l’esistenza di un differenziale di capacità produttiva del 59 % (o anche del 70 %), altro conto è un differenziale del 187 %. Nel primo caso si può ragionevolmente sperare (e far sperare) di poter colmare il divario nel giro di qualche lustro, nel secondo caso no. Da decenni si sta ingannando il Paese, seguitando a illudere, a far credere che la soluzione del problema del Mezzogiorno sia dietro l’angolo (“ancora un poco di pazienza, di sacrifici…”). Ma così non è, è ora di arrendersi alla cogenza delle cifre. Comprendendo altresì che se quel differenziale di capacità produttiva, lungi dall’assorbirsi, sta crescendo, è per buoni motivi. Con l’attuale sistema di “aiuti”, consistente, come abbiamo visto, in integrazioni di reddito, la situazione di dipendenza del Sud – coi relativi costi – non può che seguitare a peggiorare. Perché è quella stessa politica, quella basata (ovviamente a fini elettoral-clientelari) sulle integrazioni di reddito, a impedire lo sviluppo del Sud. Sic stantibus rebus, lo squilibrio tra le due aree del Paese non può che aggravarsi.[85]

E’ ora di porsi alla ricerca di qualche altra “tecnica d’approccio” al problema, una tecnica differente da quelle usate finora.

Iniziando col rendersi conto che la politica degli “interventi” (quella che molti meridionalisti si compiacevano di denominare “a pioggia”, espressione che richiamava l’idea, sia della fertilità che dell’equità: la pioggia cade su tutti) e degli “incentivi” (leggi: sussidi), non è più fattibile. Le risorse sono ormai prosciugate, siamo anzi ingolfati nei debiti. Si può seguitare a distribuire qualche “contentino” qua e là, giusto per “dare fiducia” (è una delle formule di rito, che vuol dire “tener buoni”), ma nulla di più. E’ possibile che si riesca a tirare avanti a questo modo ancora per qualche anno, ma prima o poi l’economia presenterà il conto. E può darsi allora che lo faccia in modi bruschi. Non sarebbe meglio prevenire una tale eventualità, e incamminarsi fin d’ora sulla giusta via?

CAP.  V - LA GIUSTA SOLUZIONE (E I SUOI NEMICI)

La via è una sola, e chiara. Occorre separare le due economie, del Nord e del Sud. Istituendo due diversi sistemi di prezzi – a iniziare dal prezzo più importante, quello del lavoro (stipendi e salari). Solo così si può sperare di suscitare in loco e attirare investimenti, avviando nel Sud uno sviluppo economico, che col tempo possa diventare autopropulsivo (e dovrà essere uno sviluppo industriale: smettiamola di trastullarci con favolette sul tipo della “vocazione turistica” del Sud; il turismo non potrà mai essere una quota significativa del PIL di una regione di 26 milioni di abitanti). Con un suo sistema di prezzi – adeguato alle sue capacità –, l’apparato produttivo del Sud potrebbe finalmente diventare competitivo con quello del Nord.

Questo, dice la logica economica.

Purtroppo, a contrastarla ci sono

i paradigmi del senso comune

Per tentare quella via occorrerebbe prima liberarsi di alcuni – anzi parecchi – paradigmi del senso comune (oggetto ben diverso dal buon senso, come già rilevava il Manzoni). E nell’affrontare il problema del Mezzogiorno, di senso comune (e della sua forza trainante, della sua capacità persuasiva strapotente) se n’è fatto uso a carrettate (praticamente non s’è usato altro).

Il problema del Sud s’è evidenziato al momento stesso dell’unificazione nazionale.[86] Subito battezzato “la quistione meridionale”, la sua analisi causale ha fin dall’inizio sofferto di una pletora d’inibizioni, tabù, rimozioni (il “politically correct” non è un’invenzione di oggi). Dell’arretratezza del Mezzogiorno (e poi del suo perdurare) si sono volute cercare le cause nell’orografia, nell’aridità e scarsa fertilità delle terre (nonché nel latifondo), poi nella geografia, nella distanza dai grandi mercati (come se la maggior parte del nostro commercio estero non si fosse sempre svolta per via marittima), o dal resto del Paese (cui avrebbe dovuto provvedere la “cura del ferro” di Silvio Spaventa, ossia la rete ferroviaria), poi nell’analfabetismo, poi nel maggior costo dell’energia elettrica (l’Enel è nato proprio per sopperirvi),[87] poi nella presenza della criminalità mafiosa… fino alle varie teorie “complottiste”, immaginose di governi piemontesi conquistatori che hanno continuamente “privilegiato” il Nord a spese del Sud.[88]

Per tutto il secolo XIX e la prima metà del XX, poi, ha avuto anche grande diffusione l’idea che un ostacolo allo sviluppo economico fosse l’eccessiva densità della popolazione, un paradigma, questo, che ha accompagnato la nostra politica economica, e di riflesso la politica tout court, fino a tutta la prima metà del ventesimo secolo (la “conquista dell’Impero” è stata dettata dalle presunte necessità di riversarvi l’“eccesso di popolazione”). Sotto questo punto di vista il nostro Sud appariva godere di una certa qual posizione di favore (la densità di popolazione vi era un terzo o un quarto di quella della Lombardia): il problema del Sud si sarebbe, prima o poi, risolto da sé. Così si sperava.

Nel periodo fascista il problema è stato “risolto” con la semplice tecnica della negazione della sua esistenza (una “rimozione”: come si suol dire “scopato sotto il tappeto”). Nel dopoguerra, riscoperto – quasi all’improvviso – quel problema, s’è inaugurata la nota serie di “programmi” e “strategie di sviluppo” che, a colpi di sussidi, incentivi, investimenti esogeni inconcludenti,[89] hanno prosciugato le casse dello Stato (e dato origine al “malcontento del Nord”), lasciando il problema allo stesso esatto punto in cui l’avevano trovato. Il tutto però accompagnato da fanfare propagandistiche e toni trionfalistici – in pratica facendo del Sud un “problema di media” (se preferite “di comunicazione”, di propaganda, insomma. A esempio, come tenta oggi il buon Bassolino quando ci spiega che i problemi del Sud devono esser visti non come problemi bensì come “opportunità”: cambiando nome alle cose si ha l’impressione di cambiare la realtà).[90]

Il colpo di grazia è venuto infine dalla soppressione delle zone salariali (l’ultima legge è del ’69, e dava tempo per “adeguarsi” fino al primo semestre ’72). L’idea era che le aziende meridionali sarebbero state “stimolate” (ma diciamo pure “costrette”) ad “allinearsi” a quelle del Nord (per adeguarsi alla produttività di quello). Stimolate (costrette) all’efficienza, alle innovazioni tecnologiche, agli incrementi di produttività: tutte cose che tanta brava gente s’illude possano venir decise – e imposte – per decreto.

Il risultato della soppressione delle zone salariali è stato che le aziende meno efficienti (o sprovviste di rendite di posizione) del Sud hanno dovuto chiudere (oppure hanno rinunciato a possibili ampliamenti, o non si sono neppure presentate sul mercato, non sono mai “nate”). Così nel nostro Meridione il “miracolo economico” che negli anni ’60, sulla scia di quello del Nord, sembrava sul punto di sbocciare, è stato bloccato, o meglio fatto abortire prima di nascere. E la disoccupazione, l’antica piaga meridionale, che pure in quegli anni si andava riducendo, si è fissata – e divenuta endemica. Il vantaggio per una parte dei lavoratori del Sud è stato pagato dagli altri. Perché nel Mezzogiorno la produttività essendo minore (l’apparato produttivo meno efficiente), se il lavoro viene pagato come al Nord possono sopravvivere solo aziende che godano di qualche rendita di posizione. O di sussidi.

E a tutt’oggi sono i paradigmi del senso comune, a imperare.

Tra i più ossificati (è “in azione” da parecchi anni), quello che vuole l’unità (l’unione, la commistione degli interessi) come il luogo della massima solidarietà, e altresì della massima utilità – per tutti (e per converso la divisione, la separazione come portatrice di disutilità, oltre che di diatribe e rancori). Insomma, il paradigma de “L’unione fa la forza” (o, se preferite, “Il numero è potenza”). Per cui: “Restiamo uniti, ne saremo tutti avvantaggiati” (oggi, poi, “davanti all’Europa”, agli apologeti dell’unità appare più imperativo che mai “presentare un fronte compatto”, come se si dovesse andare alla guerra).

Non solo non è così, ma è esattamente il contrario. In un sistema culturale qual è il nostro, la commistione degli interessi produce, non solidarietà bensì egoismo: in quella forma particolarmente odiosa (e tipica, appunto, della nostra cultura) chiamata furberia (che qualcuno ha definito il nostro vero sport nazionale). La nostra, non dovrebbe essere il caso di rammentarlo, è una società dove hanno sempre prosperato i furbi (se non ricordo male, era Longanesi a dire che la vera lotta di classe nel nostro Paese è quella tra i furbi e i fessi). Perché nel nostro sistema culturale la furberia (il “far fessi” gli altri) è sempre stata ed è (lo si nega, a volte, ma senza molta convinzione) socialmente approvata: è questo (l’approvazione sociale) che le dà forza, quella forza che non possiede altrove, in altri sistemi culturali (furbi se ne trovano dappertutto, ma se da noi la loro frequenza è così elevata, è perché solo qui da noi li si ammira: che “freghino” il prossimo oppure la collettività, che evadano le imposte oppure incassino tangenti, la loro figura qui da noi è sempre circondata, anche quando si ostenta di sprezzarla, da un alone di invidia. Che è una forma di ammirazione). Noi siamo orgogliosi di essere furbi (non è forse vero che nelle barzellette in cui compaiono personaggi di varie nazionalità, l’italiano è sempre quello che “fa fessi” gli altri?).[91] Nel nostro sistema culturale si richiede perciò, ben più che non altrove, la massima separazione degli interessi. (Infatti a esaltare, a reclamare l’unione sono, se osserviamo bene, i furbi e i loro mentori, quelli che nella commistione, nella confusione degli interessi sanno di poter far “funzionare al meglio” le loro specifiche abilità.) L’unità è il luogo dove s’incrementa, non la solidarietà bensì l’egoismo: perché lo si premia. E altresì il luogo dell’ipocrisia (perché quel premio dovendo venir celato, lo si camuffa). Infine il luogo, non dell’utilità ma della disutilità economica. Massima proprio per i sistemi più deboli – o per le parti più deboli di uno stesso sistema.

Eh sì, è proprio così. Se tanti di noi ritengono l’unità cosa vantaggiosa per la parte più debole del nostro sistema (del nostro apparato produttivo), è solo perché si rappresentano i sistemi economici alla stregua di persone (altro paradigma del senso comune). Come al parente povero appare conveniente vivere nella stessa casa, insieme col parente ricco, perché può in tal modo sperare che un po’ di ricchezza fluisca nelle sue tasche, così ci s’immagina debba essere per la parte più povera di uno stesso sistema produttivo. Ma i sistemi produttivi non sono persone. In economia, l’unione di sistemi con differente grado di capacità, di efficienza produttiva, genera non utilità bensì danno. Per la parte più ricca, ma specialmente per quella più povera. Se al Nord non conviene rimanere unito al Sud – cosa abbastanza evidente –, a ben maggior ragione al Sud non conviene rimanere unito al Nord. Se questo risulta meno evidente, è solo perché si è legati ai paradigmi del senso comune.[92] La verità è che un sistema debole, posto accanto (legato) a uno forte, viene impedito nello sviluppo.[93] La parte povera è tale perché meno efficiente, meno competitiva di quella ricca. E finché le due parti rimangono unite in un solo sistema, che è di necessità concorrenziale al proprio interno (ha un solo sistema di prezzi), la parte povera continuerà a rimanere povera, anzi a peggiorare la propria situazione, senza mai poter avviare un suo sviluppo autonomo.[94] (Qui da noi si è riusciti, in sostanza, a generare una situazione in cui viene danneggiato sia il Nord che il Sud. Perché pervicacemente convinti, in base a una specie di “corollario” di quel paradigma del senso comune di cui ho detto sopra, che danneggiando l’uno si debba per forza avvantaggiare l’altro.)

Nel nostro sistema abbiamo, al Nord quella che è probabilmente l’area più produttiva dell’UE, e al Sud quella che è (almeno in quelle dimensioni, ché sicuramente in paesi come il Portogallo o la Grecia ci sono aree interne di produttività ancora minore – per non parlare dei nuovi paesi dell’Est in fase d’ingresso) forse la meno produttiva. Pensare di tenere insieme, nello stesso sistema di prezzi, due organismi con quel differenziale di capacità produttiva che s’è visto, è semplicemente demenziale. Se vogliamo che la parte povera del sistema riesca a progredire, a svilupparsi, dobbiamo assolutamente separarla dalla parte ricca. Questa è una necessità oggettiva economica, non ha nulla a che vedere con le differenze etniche o col desiderio d’indipendenza degli abitanti della Padania. Se anche la Lega Nord dovesse sciogliersi domani (o mutare, come si direbbe abbia fatto, atteggiamento riguardo alla questione) la necessità di separare (e mantener separate) le due economie rimarrebbe.

Il che non vuol certo dire “abbandonare i poveri al loro destino”, come ama proclamare una rozza demagogia (tutta gravante su quei paradigmi anzidetti), ma piuttosto che gli aiuti economici (anche quelli “diretti”, d’integrazione di reddito) troverebbero finalmente un senso, un senso che oggi, nello stesso sistema di prezzi, non hanno: oggi creare un posto di lavoro al Sud costa tanto quanto al Nord, e ogni occupato in più al Sud significa uno in meno al Nord. E’ quindi il caso di chiedersi: che specie di “giustizia” è mai questa, che impone di trasferire risorse al Sud allo scopo di “creare occupazione”, come ci si compiace continuamente di proclamare (ammesso che poi davvero si riesca a crearla, quell’occupazione, cosa tutta da dimostrare)? Solo perché al Sud c’è un più alto tasso di disoccupazione? Ma il tasso di disoccupazione non significa nulla, un disoccupato è un disoccupato, al Sud come al Nord – è una persona. Forse che un disoccupato settentrionale soffre meno, a essere privo di lavoro? Ben altra cosa sarebbe, invece, se ci trovassimo in presenza di due diversi – e separati – sistemi di prezzi. Allora sì, avrebbe senso trasferire risorse al Sud. Al “costo” di un disoccupato in più al Nord infatti si creerebbe al Sud non un solo posto di lavoro, ma un po’ di più, 1,5 o 2, o magari financo 3.

Un Sud separato dal Nord, con un suo proprio sistema di prezzi, ha tutte le chances per potersi incamminare sulla strada dello sviluppo. L’imprenditorialità meridionale, finora impedita dalla concorrenza settentrionale e mortificata dall’assistenzialismo, potrebbe finalmente esprimersi (né è da sottovalutare la “spinta psicologica”: il desiderio di far vedere ai “polentoni” quel che i “terroni” sono capaci di fare; dall’astio tra Nord e Sud può venire quindi qualcosa di buono, una voglia d’iniziativa, di riscatto, uno slancio d’orgoglio che prenda il posto dell’attuale vittimismo). Certo, sarebbero necessari dei sacrifici, all’inizio (“nessun pasto è gratis”), soprattutto da parte di quelli che oggi sono ceti parassitari – è chiaro infatti che si ridurrebbero molti flussi di reddito. Ma in compenso s’incrementerebbero quelli degli investimenti. E ci sarebbe, oltre allo sviluppo in prospettiva, l’immediata soddisfazione della dignità di vivere coi propri mezzi. Il Sud si ritroverebbe finalmente (realmente, non nel modo drogato in cui lo è oggi, con sussidi o sgravi fiscali) competitivo. Ma non perché, come vorrebbe certa sociologia da strapazzo, la riduzione degli aiuti, dei sussidi “li spingerebbe finalmente a rimboccarsi le maniche”, bensì in virtù del suo diverso sistema di prezzi.[95] D’altronde, che quella sia l’unica via percorribile (perché la più economica, la più razionale) diverrà sempre più palese col passare del tempo. La crescente globalizzazione dei mercati e l’ingresso nell’UE dei “parenti poveri” dell’Est europeo (che sicuramente cercheranno di negoziare un “cambio monetario” il più favorevole possibile; ossia cercheranno di mantenere, ognuno al proprio interno, un sistema di prezzi differenziato al massimo da quelli in vigore nell’Ovest)[96] renderanno sempre più evidente che il miglior vantaggio (il “vantaggio comparato” di cui abbiamo già ampiamente discusso) delle economie deboli risiede nei differenziali dei sistemi di prezzi.

La soluzione economica

La relativa teoria dei vantaggi comparati, insieme col modello di raffronto dei redditi che ho presentato, ci offre quindi le corrette indicazioni. Da quella teoria abbiamo tratto che un sussidio o un investimento, da parte di un paese (ricco) a un altro (povero), possiede tanta maggior efficacia quanto maggiore è il differenziale tra i due rispettivi sistemi di prezzi. Purtroppo, negli aiuti al nostro Sud questo vantaggio va (quasi) completamente perso. Perché al Sud i salari sono pressoché uguali a quelli del Nord, i servizi che vi porta lo Stato costano come al Nord. Perché ci sono gli stessi contratti di lavoro, lo stesso sistema di prezzi, del lavoro e delle altre risorse umane. Un carabiniere, un medico, una maestra costano quanto al Nord. Quel differenziale, del 38 % di reddito tra Sud e Nord, non significa che al Sud ci sia un ugual numero di salari, in media più bassi del 38 %. No; i salari sono uguali (all’incirca) a quelli del Nord, ce n’è invece un minor numero. Quella formula, “uguale paga per uguale lavoro”, rivela qui tutta la sua stoltezza. Etica, oltre che economica.[97] Quel sistema è infatti non solo iniquo (quale meccanismo distributivo dei redditi di lavoro), ma è altresì economicamente irrazionale, sbagliato (per dirla à la Talleyrand, “E’ peggio che un crimine, è un errore”). Perché, a fronte di un’efficienza produttiva di gran lunga inferiore (quali ne siano le cause, storiche, culturali, geopolitiche, non ha importanza) a quella del Nord, l’uguaglianza salariale riduce la competitività delle aziende meridionali. Ed è, questo, un problema a cui non si può più tentare di sopperire, che non si può più affrontare – è ormai comprovato “al di là di ogni ombra di dubbio” – con la vecchia, costosissima e obsoleta pratica delle “compensazioni”: quella politica economica fatta di sussidi, agevolazioni fiscali, fornitura di infrastrutture,[98] ecc., tutti quei provvedimenti destinati a “compensare” gli handicap del Mezzogiorno: non solo non colgono quasi mai il target, ma ben spesso si risolvono in clientelismi, sprechi e corruzione). Soprattutto inibisce, quella politica economica, gli investimenti, sia esterni che autonomi (anzi, il risparmio che si genera al Sud, grazie al sistema creditizio unificato, fluisce in buona parte al Nord, producendo l’assurdo che i risparmiatori del Sud finanziano gli imprenditori del Nord). Per massimizzare, sia gli effetti degli aiuti economici (sussidi o altro genere di aiuti) sia la competitività dell’economia meridionale, la soluzione economica ottimale non può risiedere che nella separazione dei due sistemi.

Soluzione ottimale, ho detto. In economia infatti non ci sono soluzioni “giuste” o “sbagliate” (in o out). Ce n’è (in genere) una ottimale, e altre subottimali (tra cui quelle pessime). Definendo ottimale la soluzione della separazione economica, non intendo quindi dire che la politica economica attuale (quella a base di sussidi e investimenti “forzati”, per capirci) conduca necessariamente alla catastrofe. No. Conduce però allo spreco, uno spreco colossale - e continuo - di risorse. Ed è, quello spreco, oltre che un fatto immorale (perché significa sciupio, perdita di lavoro, risparmio, risorse che sono costate fatica e rinunce a tanti di noi, a tanti bravi cittadini, del Sud come del Nord), deleterio per il nostro apparato produttivo. Il risultato è minore ricchezza per tutti, a Sud e a Nord.[99] Vogliamo l’unità economica? Bene. Se siamo (e sarebbe il caso di dire tutti) d’accordo, teniamocela pure. Ben consapevoli, però, dei suoi costi. Consapevoli che quell’unità significa minore ricchezza (senza quindi raccontarci – e raccontare agli altri, al popolo – frottole). E consapevoli, altresì, che non si può comunque andare avanti così all’infinito. Sussidi che servono solo a mantenere elevati livelli di consumo, ma che non danno origine a investimenti (anzi li impediscono), sono ancor meno che semplici palliativi, perché non solo non avvicinano il problema alla soluzione ma lo rendono sempre più pesante, sempre più intrattabile.

Al Sud comunque il costo della vita è, come tutti sanno (e come anche noi abbiamo già visto sopra, prima  passeggiando per le strade di Ecotopia, e poi, in una nota, sulla battaglia sindacale allo stabilimento Fiat di Melfi), un po’ più basso che al Nord. Non quanto giustificherebbe il rapporto tra le rispettive capacità produttive, dato che ci troviamo nello stesso sistema (forse dovremmo dire “sistema ufficiale”) di prezzi, ma comunque più basso, in talune regioni perfino sorprendentemente più basso: perché il minor reddito disponibile al Sud provoca una specie di “deriva” sui prezzi di diverse merci, in primis il lavoro “sciolto”, quello non “ufficiale”, o meglio “non protetto” (il che, en passant, significa, come già abbiamo avuto occasione di far notare, che la parificazione salariale implica in realtà una discriminazione, a danno dei salari del Nord); e tale fatto ad alcuni di noi sembra indicare la possibilità di ricostituire qualcosa di simile alle “zone salariali” di vecchia memoria. Forse non è una brutta idea. Forse si potrebbe procedere in quella direzione (ammesso, in via del tutto ipotetica, che si riesca a superare l’opposizione sindacale, nonché dei più diretti interessati, gli abitanti del Meridione, pronti a snocciolarci cifre su cifre per dimostrare quanto errata sia questa convinzione, del minor costo della vita al Sud). Il ragionamento che sta alla base di quest’ipotesi è, tutto sommato, abbastanza corretto (a parte, appunto, il problema dell’opposizione sindacale e degli abitanti delle aree interessate). C’è però da osservare che in questa direzione sono già stati fatti in passato tentativi, approcci che non hanno condotto a nulla. C’è da osservare che l’indicazione dei parametri del costo della vita, diversi da regione a regione (così vengono elaborati, ormai da molto tempo, dagli uffici di rilevazione statistica), renderebbe alquanto farraginoso il meccanismo di determinazione dei prezzi (del lavoro, soprattutto, non dimentichiamo, di una merce estremamente sensibile a ogni manipolazione) – e continuamente oggetto, target di critiche. E comunque, salvo ribadire che il criterio del costo della vita “va” nella “direzione giusta”, il fatto che al Sud quel costo sia (di poco o di molto, a seconda delle aree considerate) più basso che al Nord, non tocca in modo “diretto” il punto cruciale (potremmo dire che lo “tocca”, sì, ma in un modo indiretto, “laterale”), e più dolente: la scarsa produttività dell’apparato produttivo meridionale. Ė quello, il nodo da affrontare, da sciogliere. Ora, alla scarsa competitività si può tentar di rimediare – principalmente – in due modi. O, secondo quelli che potremmo dire gli insegnamenti della “scuola di politica economica meridionalistica”, elargendo sussidi (“compensativi”) alle imprese; oppure riducendo il costo di qualche fattore della produzione.

Del primo metodo (quello che appare anche il più “indolore”, il che in realtà vuole soltanto dire che i suoi costi “si vedono meno”), idea fondante sembrerebbe esser quella che il sussidio sia uno strumento necessario e utile per “avviare” le aziende, le quali dopo un po’ di tempo dovrebbero essere in grado di “camminare con le proprie gambe” (un po’ come le politiche protezioniste di un tempo, destinate a “proteggere” le “industrie bambine”; quelle che poi, come notava sarcasticamente Einaudi, finivano col diventare “eterne fanciulle”). La questione è: chi ce ne assicura? Se in quel luogo, in quella regione aziende non ne nascevano (o ne nascevano poche, poche in rapporto ai desiderata), sarà pur stato per qualche motivo. E il motivo non può che risiedere nella presenza di diseconomie (precipuamente esterne, insite cioè non tanto nella struttura dell’azienda (questa è, di norma, flessibile e ben adattabile) quanto piuttosto presenti nell’ambiente esterno a essa, a esempio nel tessuto culturale). Se tali condizioni (quelle diseconomie) continuano a sussistere, e non è certo la presenza del sussidio che le fa sparire (anzi, i sussidi tendono piuttosto a “fissare” le diseconomie, visto che le “compensano”), le aziende (quelle che già esistevano, o che nascono di bel nuovo grazie alla presenza del sussidio-incentivo) continueranno a vivere (o sopravvivere), sì, ma solo finché permangono i sussidi.[100] Si vengono a creare così dei veri e propri parchi di aziende sussidio-dipendenti, addirittura di aziende in cui il sussidio finisce col diventare il core business, la vera ragione sociale dell’impresa. E il problema di fondo, la scarsa efficienza, la scarsa competitività delle strutture produttive, rimane inalterato.[101] (E magari nel frattempo s’è venuta a formare una bella rete di “solidarietà clientelare”, con tutto il suo corredo di bustarelle, favoritismi, ecc., corrompendo, non solo il mondo delle aziende ma l’intera società. Perché la politica dei sussidi è un fertile terreno per la corruzione, un brodo di coltura ideale per lo sviluppo e la proliferazione di enti, organizzazioni deputate a far da tramite tra il Politico e le aziende (organizzazioni che poi vediamo in prima linea, attraverso i politici di cui sono sponsor, nell’esaltare la bontà della politica dei sussidi). Sperimentata per diversi decenni, la politica dei sussidi non solo non ha fatto progredire di un passo l’economia del Sud ma, oltre che a generare una miriade di aziende sussidio-dipendenti, è servita a ingrassare – e rendere vieppiù potenti e proterve – le varie mafie.)

La “politica dei sussidi” ha fatto il suo tempo, o meglio, si è rivelata un costoso fallimento.

Non rimane che il secondo metodo: ridurre i costi di qualche fattore produttivo.

Ma, se sappiamo tutti che l’apparato produttivo meridionale esige di diventare (di venir reso) più efficiente – la qual cosa richiede d’incrementare gli investimenti (privati, quelli pubblici hanno dato pessime prove: è dubbio che gli svariati milioni di miliardi di lire convogliati nel Sud abbiano creato un solo posto di lavoro permanente) –, sappiamo altresì che questi (gli investimenti privati) non si generano, soprattutto non si muovono, su semplice esortazione, per decreto o propaganda.

Insomma, tanto per esemplificare, non si può chiedere agli imprenditori settentrionali di andare a investire nel Sud adducendo la semplice motivazione che questo “ha bisogno” di investimenti. E occorre ben altro che raccontargli che “Il Sud è alla vigilia di un boom” (Ciampi, primavera 1999: esempio di un tentativo di mettere in moto una profezia autorealizzantesi), e altre simili facezie. Per muovere gli imprenditori (settentrionali o meridionali che siano) occorrono, non slogan più o meno immaginifici sulle “opportunità”, ma condizioni favorevoli reali.

E tra queste condizioni, la principale, la più efficace, e per certi versi anche la più semplice (perlomeno concettualmente) da realizzare (perché richiede pochi e semplici provvedimenti), è quella costituita dal minor costo (rispetto al Nord) del lavoro, del fattore produttivo lavoro. Certo, andarlo a dire ai lavoratori, agli abitanti del Sud non è facile.[102] Tuttavia è questa, come ho detto sopra, la soluzione ottimale. (O, per esprimerci più pragmaticamente, l’unica possibile, l’unica rimasta disponibile. Ché, altrimenti, tra cinquant’anni saremo ancora alle prese col problema dell’arretratezza del Sud. Continuando a interrogarci sui perché e i percome di quell’arretratezza.)

Quel che occorre al nostro Paese è quindi un tipo particolare di federalismo, un federalismo “economico”: che consenta sistemi di prezzi differenziati. Che poi un tale federalismo sia da attuarsi attraverso due monete (due rapporti diversi con l’euro, quindi, ora, una nuova moneta per il Sud: soluzione, questa, che costituisce forse il meccanismo più indolore), o mediante un ritorno (che ritengo altamente improbabile) alle “gabbie salariali”, forse non ha, in fin dei conti, soverchia importanza, pur che il risultato sia di dar luogo a due sistemi di prezzi differenziati – e separati.[103]

Ma queste sono cose che tutti coloro che hanno qualche competenza di economia sanno benissimo (e infatti ogni tanto affiorano, si potrebbe dire “a tradimento”, in scritti o discorsi). Se tacciono, se fingono di non saperle, è per una “consegna” imposta dalla “ragion politica”. Una ragion politica animata, motivata da null’altro che desiderio di potere (probabilmente la peggior forma di egoismo: altro che l’egoismo “materialistico”, quello orientato, diretto ai beni materiali, al danaro). Un desiderio di potere che probabilmente porterà l’intero Paese, se non proprio allo sfascio,[104] al ristagno, alla decadenza, all’emarginazione.

Del che potremo dir grazie ai nostri furbi. Uniti e compatti (splendido esempio di “solidarietà”) in una formazione che più eterogenea non si potrebbe immaginare, politici, intellettuali, massmediologi delle più diverse estrazioni, pronti a dimenticare i contrasti che li dividevano, a rimangiarsi le ideologie professate fino al giorno prima. Il loro “referente di solidarietà” è divenuto, con l’Unità, la Patria. Anche quei soggetti, quegli enti che fino all’altro ieri della Patria non sapevano che farsene, oggi tricoloreggiano a tutto spiano, discettando di ethos nazionale, diramando accorati appelli all’Unità, scagliando anatemi sui “particolarismi egoistici” di chi vuole “spaccare il Paese”, chiamando tutti a raccolta sulla linea del Piave (si direbbe che il nemico ricompaia sempre negli stessi luoghi). Tutto quel patriottismo (a proposito, che ne diceva il dottor Johnson?) di cui fanno sfoggio ruota attorno a quei 411'000 miliardi annui (“ubi bene ibi patria”, sembrerebbe proprio il caso di dire). E’ quello, il luogo della solidarietà: per i tanti che aspettano la distribuzione, a volte solo di qualche briciola, e soprattutto per i “benefattori”, che, elargendo, ottengono in cambio consenso e sottomissione, in un patto scellerato tra popolazione e politici che sta corrompendo l’intera società meridionale. A costoro della Patria, così come non  glien’è importato nulla fino a ieri, non glien’importa nulla neanche oggi. Così come non gl’importa nulla dei problemi del Sud, di quel Sud di cui si atteggiano a protettori. A costoro il Sud interessa solamente quale serbatoio di voti clientelari. Un Sud in sviluppo, che poco per volta si rendesse autonomo, per costoro sarebbe una vera sciagura; gli farebbe perdere, non l’Unità o la Patria, oggetti di cui non sanno che farsene, ma il Potere. Quello è il vero oggetto dei loro patemi, delle loro cure. A costoro serve un Sud povero e dipendente. Legato, sottomesso a quel patto scellerato a cui viene sussiegosamente dato il nome di solidarietà.

Veri e falsi federalismi

Perciò il federalismo che vanno predicando è solo un escamotage gattopardesco, quel che cercano di “far passare” è semplice decentramento amministrativo ribattezzato “federalismo” (magari polverizzato a livello comunale, per renderlo ancor più innocuo). Tentando d’inculcare nella mente dei bravi polentoni che ciò di cui hanno bisogno – anzi ciò che desiderano – è nient’altro che questo: un’amministrazione pubblica “più vicina alla gente”. Ma i cordoni della borsa, quelli non si toccano (a meno che non ci capiti un destino ancora peggiore: il raddoppio delle funzioni amministrative, seguitando a mantenere il vecchio Centro – ché quello sarà ben difficile da smobilitare – insieme con una nuova Periferia). Il tipo di federalismo che si sta così “presentando al popolo”, orientato a produrre solo decentramento di funzioni e pallide autonomie amministrative, non risolverà, non intaccherà neppure i nostri problemi, né del Nord né del Sud.

(Ma anche di un tale falso federalismo, si direbbe che oggi i politici romani non siano più tanto disposti a ragionare, sembra gli faccia arricciare un po’ il naso. Probabilmente perché qualcuno di loro s’è accorto che anche il semplice decentramento amministrativo non è praticabile. Per via del fatto che il Lazio – che vuol dire Roma –, regione specializzata nella produzione di servizi amministrativi e ben poco d’altro, non sarebbe in grado di sopravvivere, ove quelle funzioni le venissero sottratte e “sparpagliate” tra le varie Regioni. Non il Sud ma Roma, è il principale ostacolo sulla via del federalismo.)

Il federalismo che serve al nostro Paese non ha nulla a che vedere con le differenze etniche (perciò la discussione su questo tema è, più che oziosa, fuorviante; sia da parte della Lega Nord, che esaltando quelle differenze finisce col dare esca ad accuse di razzismo, generando un clima di astio tra Nord e Sud; sia da parte dei suoi avversari che invece, minimizzandole, vorrebbero trarne la conseguenza che qualsiasi separazione è ingiustificata), né sembra praticabile il ripristino delle zone salariali (ci sarebbe da superare una ferma opposizione sindacale). Occorre una vera e propria separazione economica. Motivata, non dal differenziale nel costo della vita (la motivazione giustificativa delle zone salariali), bensì dal differenziale di disoccupazione (anche se, come già abbiamo detto, il “criterio del costo della vita” va comunque nella “giusta direzione”). E’ questo, il vero discriminante tra Nord e Sud. In una grande città come Napoli il costo della vita può ben essere uguale o anche superiore a quello di molte cittadine del Veneto, ma in queste la disoccupazione è a livello zero, a Napoli è oltre il 30 %.[105]

Quel che insomma serve, da noi, è quella che potremmo chiamare una “secessione economica”, una sistemazione che consenta al Sud di godere dei vantaggi di un suo (adeguato alla sua capacità produttiva) sistema di prezzi.

Perché ci hanno fatti “entrare” in Europa: ovvero, l’occasione perduta

Ovvio che all’estero, specie in Europa (è con i Paesi europei che abbiamo la massima parte dei nostri scambi commerciali), non vedano di buon occhio una tale separazione. La concorrenza – una novella competitività, conferitagli da un suo sistema di prezzi – del nostro Sud non gli sarebbe cosa gradita. E’ preferibile, per i nostri concorrenti stranieri, che l’Italia rimanga unita e debole. E’ quello, e non altro, il motivo per cui ci hanno “accolti” in Europa, senza fare troppe storie sulla nostra (per la verità non solo nostra) “contabilità creativa” e sul debito pubblico preoccupante. In qualche sede riservata i nostri politici hanno probabilmente rivolto ai partner europei un discorso più o meno di questo tenore: “Cari signori, se l’Italia non “entra” in Europa [in quello che veniva detto allora il “gruppo di testa”, che poi comprendeva tutti meno la Grecia e quei paesi che avevano essi stessi scelto di “rimanere fuori”], c’è il serio pericolo che si spacchi in due. Ve le immaginate, quali sarebbero le conseguenze? Un Nord libero (anche se solo relativamente libero, ché nessuno pensa certo di “lasciare il Sud al suo destino”) dal gravame del Sud sarebbe un concorrente temibile per tutti voi. Nel contempo vi sarebbe giocoforza riconoscere al nostro Mezzogiorno un rapporto di cambio monetario almeno pari a quelli concessi a Grecia e Portogallo. E diventerebbe così anch’esso un sistema competitivo, quanto e forse più della Padania.

“Infine [ciliegina sulla torta], l’UE si vedrebbe costretta a un incremento degli aiuti comunitari al nostro Sud. Quegli aiuti infatti oggi sono minori di quel che dovrebbero essere, perché le nostre statistiche economiche presentano un Mezzogiorno più ricco di quanto non sia in realtà. Ma quando verrà evidenziata la sua reale povertà, l’UE dovrà accollarsi un bel carico suppletivo di aiuti economici (né potrà rifiutarsi, si tratta di un suo compito istituzionale). L’aggiunta del Sud italiano alle aree da aiutare significherà più che raddoppiare il carico attuale. Il nostro Mezzogiorno, infatti, con un PIL reale minore di Portogallo e Grecia, ha una popolazione maggiore di quella di quei due paesi messi insieme.”

Così i nostri partner europei (che, a differenza di quelli delle barzellette, sono tutt’altro che fessi), constatato che gli conveniva di più “farci entrare” che non “lasciarci fuori”, ci hanno spalancato la porta. Presentando la cosa come un grosso favore che ci facevano, un favore di cui dovremo essere eternamente grati. Mentre intanto i nostri politici, al ritorno da Bruxelles, tronfi e gonfi di soddisfazione, ci presentavano quello che per il nostro Paese è stato il peggior affare degli ultimi cento anni (a parte l’alleanza con Hitler)[106] come una “conquista”, dovuta alla loro sagacia politica e alla loro abilità negoziale. Insomma (senza false modestie) alla loro furbizia.

La cosa giusta da proporre ai nostri partner (quel che avrebbe proposto un politico intelligente e onesto) sarebbe stata invece, nel deliberare la separazione economica delle due aree del Paese, negoziare uno specifico rapporto di cambio per la moneta del Sud: l’euro, ovviamente, ma con un valore adeguato alla capacità produttiva (non difficile da misurare, come s’è visto) di quell’area del nostro Paese. Una capacità produttiva che si presenta, come abbiamo mostrato, ai livelli di Portogallo o Grecia. Una moneta svalutata, insomma, e di parecchio (giusto per fissar le idee, diciamo a metà, se non magari un terzo, del suo valore attuale).[107]

Non sto dicendo che si debba svalutare la moneta del nostro Sud per danneggiare (“fregare”) gli altri paesi europei (attuando insomma quel che si chiama una “svalutazione competitiva”, una manovra di politica economica che, per gli ovvi vantaggi che procura, può addirittura esser soggetta a reprimende del FMI). Sto semplicemente dicendo che le regioni più povere d’Europa, tra cui il nostro Sud, hanno il diritto a mantenere (o ricostituire se gli sono stati tolti) quei vantaggi comparati che gli danno, con una competitività specifica, la possibilità di ridurre (nel modo più razionale – oltre che più stabile –, ovvero incrementando la propria capacità produttiva e non solamente seguitando a incamerare sussidi) il divario di reddito che le separa da quelle più ricche. Non per un grazioso ottriato dei paesi più ricchi, ma perché quei vantaggi gli spettano di diritto – per la loro minore capacità produttiva. Questa avrebbe dovuto essere, questa sarebbe stata la via più giusta da seguire, nel negoziare il nostro “ingesso in Europa”. La via, non solo più vantaggiosa per noi, per gli interessi del nostro Paese, ma altresì la più giusta, la più onesta.

Proprio il contrario di quel che s’è fatto. Grazie a quell’idea ricevuta, a cui siamo così affezionati: quel paradigma dell’Unità, in questo caso “di fronte all’Europa” (la locuzione – rammentate? – che ci siamo sentiti ripetere ad nauseam in quella contingenza), l’idea che, nell’Europa che si va formando, nei rapporti coi nostri partner sia indispensabile l’Unità nazionale (una specie di “fronte compatto” davanti allo straniero).

Un paradigma mentale al contempo disonesto e svantaggioso per noi (per i nostri interessi). E per chiari motivi. Anzitutto, il paradigma dell’“unità che fa la forza” è ormai superato (ma si sa, noi siamo sempre un po’ in ritardo, andavamo a far le guerre coloniali quando già era iniziata la decolonizzazione), i rapporti tra i paesi d’Europa non sono più improntati (per fortuna) al paradigma della forza; in Europa non ci aspettano guerre tra Nazioni ma solo trattati commerciali. Non serve più schierarsi tutti sulla linea del fronte, quello dell’Unità nazionale è un paradigma ormai obsoleto, inutile. Che ci presentiamo in un solo pezzo di sessanta milioni[108] o in due o tre pezzi di venti o trenta milioni, non fa differenza (il più ricco paese dell’UE è il piccolissimo Lussemburgo).[109] Nell’Unione Europea il patriottismo nazionale va perdendo progressivamente di significato (specie se, come in molti sperano, verrà poco alla volta sostituito da un senso di lealtà – chiamiamolo pure patriottismo, se vogliamo; diretto non più verso i singoli gruppi nazionali ma verso l’Unione stessa).[110]

Ma alla base di quel teorema del “fronte compatto” c’è anche un altro ragionamento disonesto. L’unità nazionale (sembra suggerire quel teorema) ci serve (presenta un’utilità) perché ci consente di negoziare meglio, di ottenere di più (rispetto agli altri). E questa è un’idea, se non proprio truffaldina, perlomeno poco corretta, poco onesta. Noi non siamo in Europa per arraffare il più che sia possibile, per “fregare” gli altri partner. Noi siamo in Europa per ricevere – e dare – quello che ci spetta; nulla di meno e nulla di più. Secondo le nostre condizioni economiche e non secondo le nostre abilità negoziali, o di furbizia (che poi sono, come si rileva alla prova dei fatti, ben modeste).

Il problema, però, non è soltanto economico

D’altronde, non c’è soltanto l’economia (nel senso di benessere materiale), da considerare. A parte gli interessi costituiti (e sono una miriade, da non sottovalutare), una separazione politica tra Nord e Sud potrebbe avere effetti psicologici gravissimi, devastanti anzi, potrebbe condurre ad asti e rancori (se ne vedono ogni tanto i segnali) insanabili. Dietro di noi ci sono centoquaranta anni di unità nazionale, che, quali che siano i modi in cui è stata realizzata, ormai c’è e per molti di noi significa qualcosa, significa affetti e sentimento di appartenenza. Una separazione provocherebbe, al Sud, oltre alla sensazione di venir “abbandonati al proprio destino”, quella di venir reietti, di venir considerati dei cittadini inferiori. Rifiutati. Tutte sensazioni che, pur se poggiano in realtà sul nulla, possono produrre effetti – ed essere sfruttate da una propaganda politica. Anche di ciò si deve tener conto. Anche se, come capiamo bene, l’immagine dell’“abbandonare i poveri al loro destino” è solo dettata dall’astuzia demagogica di una classe politica che vuol continuare a godere il potere, e che vede nell’ideologia patriottico-assistenzialista lo strumento per mantenerlo, tuttavia quell’immagine c’è, può venir evocata dai media. Può produrre effetti psicologici, e questi indurre comportamenti.[111]

Insomma, si deve tener conto, non solo dell’economia in senso stretto, non solo del benessere materiale ma anche di quello psicologico.

Ritengo tuttavia che in casi come questo (quando l’economia sembra “stridere” con altre esigenze) quel che occorre sia (tentare) una valutazione globale del problema: conteggiare il benessere psicologico insieme con quello materiale, valutare quanto cara ci sia l’unità, e con essa gli affetti e i sentimenti che quella parola evoca in tanti di noi, e poi valutare il tutto, lo psicologico e il materiale, insieme. Che il paradigma dell’unità quale luogo della solidarietà e vantaggio dei più deboli sia, come s’è visto, fallace e ingannatore, non toglie che l’unità rimanga per molti di noi un oggetto apprezzabile, se non quale valore economico quale valore affettivo, o etico. Da valutare, soppesare insieme con gli altri.

Il discorso che dobbiamo tenere a noi stessi quindi è: preferiamo rimanere uniti e più poveri, oppure separati e più ricchi? Tutto qui. Dobbiamo tentare, insomma, un conteggio totale dei pro e dei contra dell’unità. Non già costruirci razionalizzazioni fasulle per giustificarne una presunta necessità.

Purtroppo, nell’affrontare questo problema si sta usando, non la razionalità, bensì solo un ammasso di confuse razionalizzazioni. La prova l’abbiamo chiara se appena dedichiamo un po’ d’attenzione alla battaglia politico-mediatica che s’è venuta a creare intorno alla Lega Nord (oggi un po’ calmata, visto che quel partito, oltre che esser diventato membro del governo sembra aver rinunciato – e le due cose sono evidentemente connesse – alle velleità secessionistiche). Che il problema Nord-Sud sia non solo economico ma psicologico e sociologico, ce lo può far comprendere la reazione emotiva (durata un decennio abbondante) che ha scatenato la Lega e il suo leader, Bossi. Una reazione tale da essere difficilmente spiegabile (specie osservandola, ripercorrendola oggi, da un angolo prospettico un po’ più pacato, diciamo pure rasserenato) con le categorie usuali della politica, dell’avversione politica. Nemmeno il MSI ai suoi bei tempi (quando si presentava – e soprattutto veniva presentato – ancora come il partito “anticostituzionale”, quello che sognava la “restaurazione” dell’“ancien régime”), ha attirato una tale concentrazione, una tale massa di fulmini. Le campagne diffamatorie condotte “senza esclusione di colpi”, spaziando dai (tentativi di produrre) messaggi subliminali fino alla retorica più bolsa (i “morti per l’Unità”), i toni, ora minacciosi ora derisori ora dolenti, ai limiti dell’isterismo, con cui il tema è stato affrontato, sia dai politici che dai media che dalla gente comune, sono chiari sintomi di un approccio emozionale e non razionale al problema. (Una spiegazione, se pur parziale, di quell’alto livello di emotività, consiste quasi sicuramente nel fatto che Bossi ha messo il dito su un nervo estremamente sensibile: quello del rapporto, non tanto economico quanto psicologico, tra Nord e Sud. Bossi dice in piazza quel che al Nord s’è sempre detto, in famiglia o tra amici al bar, ma che il politically correct ha però sempre impedito di dire in pubblico, men che meno in presenza di meridionali: cioè che al Sud c’è scarsa propensione per l’industria, c’è carenza di iniziativa, di attivismo imprenditoriale. Che tra Nord e Sud ci sono, insomma, differenze culturali. E che sono queste, e non altre, le vere cause che inibiscono lo sviluppo economico del Sud.)

Non un contrasto politico, dunque (scontro tra differenti idee sul come gestire la cosa pubblica), ma una battaglia, o meglio una crociata. Alla quale sono stati chiamati a partecipare tutti, destra e sinistra, compattate contro il comune Nemico.

Talché, sulla base di una diagnostica così abborracciata,[112] le “terapie” adottate per fronteggiarlo, per contrastarne l’avanzata sono state, da una parte l’occultamento del problema economico (il presentarlo meno grave del reale, per farlo credere risolvibile, anzi risolvibile in breve tempo), dall’altro la demonizzazione di quel movimento politico che, al Nord, s’è fatto portatore di sensazioni di disagio (il “malessere del Nord”). Perché infatti non c’è stato bisogno di aspettare che tutto il Sud diventasse una gigantesca Ecotopia, per trovarci in crisi, la crisi c’è già. E, se pur con alti e bassi (in buona parte dipendenti dall’attenzione, se non dai capricci, dei media), perdura. Ma séguita a venir mistificata, elaborata, continuamente interpretata – e reinterpretata – in modalità equivoche. Cercando, da una parte, di enfatizzare ogni minimo accenno di sviluppo economico al Sud, per presentarlo come il segnale del “miracolo economico meridionale” imminente (in virtù del quale verrà finalmente scongiurata qualsiasi ipotesi di separazione, grazie a Dio), dall’altra di far credere alle popolazioni settentrionali che il “malessere del Nord” sia dovuto, più che altro, a un desiderio di autonomia amministrativa (appunto, come s’è detto, l’amministrazione pubblica “più vicina alla gente”). Quando non a una (indubbiamente “deplorevole”) scarsità di ethos nazionale italico (evidentemente non coltivato a sufficienza in passato).[113] Per la cui “cura” appare quindi sufficiente qualche iniezione di decentramento amministrativo battezzato “federalismo”, insieme con grosse cucchiaiate di propaganda: appelli all’Unità, accuse di razzismo, patriottismo a palate. Così si tira avanti, trastullandosi nella speranza che la Lega Nord sia un fenomeno folcloristico, che prima o poi si esaurirà da sé (se già non l’ha fatto, visto che, ora che è al governo, non è più probabilmente lo stesso oggetto di prima: quello spauracchio di buonisti e benpensanti che sembrava voler spaccare tutto, a cominciare dal Belpaese, ora appare addomesticato). Comunque, ad accelerarne l’estinzione (l’estinzione di quelle sue idee, sovvertitrici dei valori nazionali) potrà servire l’ausilio di una intelligente propaganda, il richiamo, oltre che ai valori della Solidarietà (valori cui nessuna persona ammodo può dichiararsi insensibile), a quell’Ethos nazionale troppo a lungo negletto. Sì, la Patria: quella potrà salvarci. E la missione di “riconquistarla” è così commendevole che vi si sono impegnati non solo i politici e i media ma, con sorprendente buona volontà, persino quei soggetti che fino a pochissimo tempo addietro apparivano insensibili, indifferenti (se non insofferenti) a quell’idea – come, a esempio, la Sinistra e la Chiesa (quest’ultima, tuttavia, con un entusiasmo che ultimamente sembra essersi smorzato). Un po’ tutti, con appelli all’Unità e alla Solidarietà, si stanno dando da fare per il Bene Comune. Prima o poi i polentoni si ravvedranno (se già non l’hanno fatto) del loro errore. O – meglio – comprenderanno che non possono fare altro che adeguarsi (e si direbbe che questo l’abbiano compreso addirittura i leader leghisti, a iniziare dallo stesso Bossi).

Dopodiché si potrà ricominciare – e proseguire – come prima, tutti felici e contenti. E uniti.

Nel frattempo aiutandosi con finzioni autoconsolatorie, con razionalizzazioni tranquillanti, non di rado autocontraddittorie (un tipico carattere delle razionalizzazioni). Di quante ce ne sia in circolazione, ecco un piccolo florilegio (giusto pour montrer): c’è il teorema pseudoeconomico (del già citato Mario Deaglio) che vorrebbe persuadere gli abitanti del Settentrione di quanto sia conveniente aiutare il Sud, perché… i soldi inviati al Sud si trasformano in acquisti alle industrie del Nord (un vero affare!).[114] C’è quella che mette in guardia dalla separazione, perché le industrie del Nord si trasferirebbero tutte al Sud (Andrea Monti, su “Panorama” n° 19 del 16.05.96). C’è quella che dice che la separazione darebbe un tale vantaggio competitivo alle industrie del Sud, da rendere la loro concorrenza “mortale” per quelle del Nord (Sergio Romano). Insieme possiamo metterci gli “amichevoli avvertimenti” (Rocco Bottiglione et al.), che in caso di separazione non verrebbero più rimborsati i titoli di stato posseduti dai cittadini della Padania.[115] Tutti tentativi, ai limiti del patetico, per far credere che l’economia coincida con l’etica (o quel che qualcuno intende per etica), che quel che appare giusto eticamente (mantenere l’unità del Paese) sia anche economicamente conveniente (soprattutto per gli abitanti del Nord, quelli che più facilmente possono provare la tentazione del distacco). Sono stati così costruiti scenari di fantapolitica (uno comparso qualche anno fa persino su “Il Sole-24 Ore”), in cui s’immagina che, in seguito a un distacco del Nord dal Sud quest’ultimo, lasciato solo, darebbe inizio a uno spettacolare sviluppo economico (ma non è proprio questo, ciò che tutti desideriamo?). La “morale” che se ne dovrebbe trarre sarebbe (rivolta ai leghisti): “Vedete? Avete voluto abbandonare il Sud, e adesso quello sta progredendo più rapidamente del Nord!” (come per una specie di vendetta, o dispetto, dei meridionali per esser stati abbandonati). Insomma, presentando (senza cogliere la contraddizione) come una iattura  quel che qualsiasi persona intelligente e ragionevole non può che augurarsi: l’ottenuta competitività dell’apparato produttivo meridionale. Per non tacere, infine, di quelle argomentazioni che qualche anno fa (quando il pericolo secessionista appariva incombente) venivano offerte a ogni tavola rotonda televisiva, buttate lì senza nessuna attenzione per la grossolanità o l’incongruenza: a esempio che in realtà è il Sud a finanziare (“mantenere”) il Nord (cosicché la ritrosia degli abitanti del Mezzogiorno a fare “casse separate” non potrebbe che imputarsi a una sindrome masochista).

No, l’unità del Paese non  presenta nessuna convenienza, non solo per il Nord ma nemmeno (anzi soprattutto) per il Sud, sotto l’aspetto puramente economico, di benessere materiale. Presenta, però, come abbiamo detto sopra, delle convenienze di altro ordine, di benessere psicologico (“morale”, se preferiamo). Convenienze di cui occorre tener conto. Ma senza raccontarsi frottole. Nascondersi la verità non può, alla lunga, che produrre disastri.

Purtroppo, il “federalismo” che si va delineando, un federalismo che non “fa i conti”, che continua a ignorare, o meglio a nascondere, sia la dimensione dei travasi di ricchezza da Nord a Sud sia, soprattutto, il differenziale (l’enormità del differenziale) di capacità produttiva, nascerà (se mai nascerà) zoppo. Il nostro sistema, finché permangono quegli squilibri, rimane instabile, potenzialmente esplosivo (forse si potrebbe dire che, se non esplode, è solo perché “la gente non sa”). Abbisogna di interventi riequilibratori coraggiosi e sostanziosi, non di pannicelli caldi per il Sud e un finto federalismo per il Nord (quel che si direbbe l’applicazione pratica dell’andreottiano teorema del “tirare a campare”). Non si può continuare a baloccarsi nella finzione di un Sud con un’economia, sì, un po’ arretrata ma “in progresso” (ogni tanto scoprendo qua o là qualche piccolo “miracolo economico”: qualche azienda in rapido sviluppo, qualche “pezzetto di Nord-Est”, subito presentati come l’indizio di quel “miracolo economico” di cui si è in attesa da almeno un secolo); fingere l’esistenza al Sud di un apparato produttivo giusto un po’ più piccolo di quello del Nord ma sostanzialmente omologo – in grado di conviverci; continuare a nutrirsi (e nutrire la gente) delle fantasie allucinatorie di un Sud un po’ malato, sì, ma “in via di guarigione” (da qui il lemma che ricorre volentieri sulle bocche degli speranzosi: il “rilancio” [del Sud]; come se in altri tempi un “lancio” dell’economia meridionale si fosse già verificato), un Sud che, con un po’ di sforzo e qualche incentivo (leggi: “sussidi”), sarà presto in grado di mettersi al passo col Nord.

Tutta paccottiglia demagogica. Occorre ben altro, per il Paese.

Occorre intervenire con progetti coraggiosi, seri e duri. E occorre intervenire con urgenza. Oggi è probabilmente ancora possibile l’applicazione di una formula che limiti la separazione all’economia (una separazione “pilotata”, controllata), mantenendo intatta l’unità politica. Ma più il tempo passa più darà difficile trovare, realizzare quella formula. Perché crescerà lo “scontento del Nord” (se oggi appare sopito, è solo perché non se ne parla più sui giornali, ma tra la gente – non solamente nel cosiddetto “popolo leghista”, quello che vediamo in Tv nelle adunate di Pontida – permane immutato, uguale a quello di prima). Dovuto, più che a una “identità padana” per ora presente solo in uno stato embrionale (ma in crescita), alla percezione, sempre più chiara nonostante vengano tenuti celati, di quegli squilibri. Che finché non verranno sanati seguiteranno a produrre effetti disgreganti.

Impedire la separazione economica delle due aree del Paese, come s’è fatto finora, non è stata una strategia intelligente. Anche perché ha in un certo senso costretto la Lega Nord a “ripiegare” sulle differenze culturali (etniche) tra Padania e Penisola. Che sono forse piccole, ma ci sono. E sono suscettibili di venir “coltivate” e incrementate, in un processo difficilmente reversibile. Quel processo è ormai in corso, da molti indizi trapela che si sta formando una “identità padana”. Grazie, probabilmente, più che alla propaganda leghista, alla cecità, all’ottusità di una classe politica (insieme coi suoi coadiutori nel sistema intellettual-mediatico), tale da trovare pochi riscontri nella storia, e spiegabile solo con un’avidità di potere che, sfuggita a ogni controllo non solamente etico ma di semplice prudenza, ha finito per porre i propri riferimenti solo più nel mantenimento dello status quo, quali che siano i costi per il Paese.[116] Quell’ottusità ci sta portando verso il “punto di non ritorno”, il punto in cui, formatosi un ethos padano, finirà con l’apparire logica (inevitabile) la separazione tra Nord e Sud. Una separazione che sarà allora decisamente politica, non solamente economica. E, proprio perciò, assai più dolorosa, più lacerante che non se ci si fosse limitati a quella economica. Perché sugli interessi l’accordo è in genere possibile, sui valori no.

Solo che per prendere decisioni corrette si richiedono corrette conoscenze, corrette rappresentazioni della realtà. Camuffarla, come si sta facendo, nascondersi (e nascondere al popolo) la reale entità dei problemi non è mai stata politica intelligente, né strategia vincente. I problemi occultati non possono che ingigantirsi e incancrenirsi. Fino a quando finiscono col risolversi da sé. Male.

Un possibile epilogo?

Così, mentre i bravi ecotopiani, confortati dai media, rimangono in fidente attesa di veder sempre più allargarsi quella solidarietà che già ha gratificato così tanti di loro, mentre solerti politici studiano modi sempre più fantasiosi per ampliare ancora il settore pubblico, sì da produrre quei desiderati posti di lavoro (che per brevità conviene chiamare direttamente “posti”) al Sud, avviando città e paesi al modello di Ecotopia (producendo, insieme col lavoro, tanta soddisfazione e soprattutto tanta gratitudine), mentre autorevoli economisti ci spiegano che per il Nord è di tutta convenienza finanziare il Sud perché così facendo questo compra i prodotti dell’industria del Nord, mentre l’intellighenzia (se così vogliamo chiamarla) esorta a “rimanere uniti”, mentre i politici ci spiegano di essere intenti a lavorare alle magnifiche sorti e progressive del Paese, questo, tranquillamente, passivamente, si avvia verso il degrado, la decadenza, l’emarginazione, in Europa e nel mondo.

Non una catastrofe, quindi, non un Götterdämmerung che, magari accompagnato dal suono di trombe rivoluzionarie, dia l’improvviso segnale del precipitare della situazione (e forse annunciare il volgere dei tempi, la speranza di una futura palingenesi) ma il lento sprofondamento, l’avviluppamento in una melassa grigia fangosa, non di vera povertà (siamo in Europa, diamine!), quanto piuttosto di rassegnazione, di abbandono degli spiriti d’iniziativa e intraprendenza (inutili, in un mondo in cui ci si aspetta tutto o quasi dal favore del Politico): di sfascio, prima ancora che economico, morale.

Ma non è certo questo, ciò che dobbiamo augurarci, quel che vogliamo per il nostro Paese

Postfazione

In questo saggio, come avrete notato, vengono presentate due forti, consistenti eresie (economiche, ma coi loro ovvi risvolti sociali). La prima sta nell’idea che qui sostengo (e che spero di aver dimostrato in modo corretto, anche se certo non convincente: per convincere ci vuole ben altro), che l’immigrazione dai paesi poveri verso quelli ricchi non solo non produce quel maggior benessere (per i poveri in primo luogo, ma anche per i ricchi) che tanti (quasi tutti) s’immaginano bensì, all’opposto, incrementa la miseria nel mondo (in quel che ho chiamato “sistema-mondo”). La seconda eresia è quella posta nell’idea-ipotesi che una separazione tra il Nord e il Sud del nostro Paese sarebbe non soltanto opportuna ma necessaria proprio per il bene (per il vantaggio) del Sud: per consentirgli di avviarsi (finalmente!) allo sviluppo economico. 

Sulla prima eresia non ho gran che da dire, o da far rilevare, se non forse il fatto che, benché il ragionamento economico qui esposto non faccia una grinza, è più che sicuro che la maggior parte (la massima parte) di coloro che l’hanno seguito – e capito – continuerà comunque a credere, rimarrà comunque ferma nel convincimento che l’immigrazione dai paesi poveri verso quelli ricchi sia un’ottima cosa, e che promuoverla sia la miglior politica economica possibile, per affrontare i problemi della povertà nel mondo. E ciò, checché ne dica qualunque esposizione, per quanto non solo formalmente ma anche sostanzialmente  corretta, che sembri dimostrare il contrario. Perché, nella parte più profonda (“viscerale”) della più gran parte di noi, séguita ad albergare, inamovibile e incrollabile, la convinzione che le leggi dell’economia non possono (non devono) prevalere su quelle dell’etica (di quella che appare come la giusta etica, mentre in realtà è soltanto una specifica etica, frutto di una specifica, parziale visione del mondo).

Di quanto siano errati – e perniciosi – quei convincimenti, ci si renderà (forse) conto solo tra qualche decennio, quando saranno diventate, non solo evidenti ma eclatanti, le magagne della politica economica che oggi vi s’ispira.

(Anche perché a produrre quei convincimenti c’è probabilmente un motivo oscuro, celato nei meandri della parte più profonda della psiche di tanti di noi: un’avversione, quando non un vero e proprio odio, verso questo modello di società, la società aperta, libera, democratica. E’, questo, un modello di società che a tanti di noi, molti più di quanto ci s’immagini, non piace, proprio “non va giù”. Proprio non riescono, pur magari protestando di sì, ad accettarlo, questo modello di società. A motivarli, perciò, a determinare i loro comportamenti – di cui la politica, l’atteggiamento sull’immigrazione dal Sud del mondo è un aspetto –, non è tanto l’amore, quell’amore per i poveri, per i “deboli”, i “diseredati del mondo”, che proclamano continuamente, quanto piuttosto il sentimento opposto, l’odio: odio verso questo tipo, questo modello di società. Che vorrebbero poter abbattere, schiacciare, annichilire. Per sostituirlo con un qualcosa che, se pur non ben chiaro nella loro mente, se pur non ben definito nei suoi contorni, gli appare comunque migliore, più morale. E’ l’eterno sogno di una società – se necessario, costruita ad hoc – in cui tutti si vogliono bene, in cui tutti agiscono avendo in vista, avendo per scopo il bene degli altri, il bene comune. Quell’utopia sociale di cui nel XX secolo abbiamo fatto esperienze tali, così atroci che dovrebbero averci vaccinato per sempre. Ma tant’è, l’essere umano è fatto così: è un inguaribile sognatore.)

Per quanto concerne la seconda eresia, invece, ho da raccontare delle vere e proprie avventure (condite da un pizzico di mistero). Di quelle “anomalie” della contabilità nazionale di cui ho ragionato sopra, di quel gigantesco (e ignoto pressoché a tutti) travaso di risorse dal Nord al Sud del Paese, mi ero accorto (quantomeno a livello impressionistico) fin dagli anni ’80. Ma all’epoca non avevo tempo per occuparmene (per buttar giù qualche relazione, cercar di diffonderla, ecc.). E’ stato solo all’inizio degli anni ’90 che, andatomene in pensione, e quindi con maggior disponibilità di tempo, ho cominciato a raccogliere e mettere insieme un po’ di dati (che hanno puntualmente confermato le mie impressioni),  costruendo quel che in gergo economico si dice un “modello”. Di cui ho poi tentato di diramare in giro le risultanze. E mi sono buttato sull’impresa con non poco entusiasmo (la mia scoperta era, indubbiamente, non solo originale, ma estremamente interessante). Ho così iniziato a inviare brevi relazioni esplicative: dai giornali ai periodici, economici e no, alle case editrici specializzate, e via di questo passo. I risultati? Zero. Black out totale. Non uno che mi rispondesse, non uno che mostrasse il minimo interesse per le mie relazioni, le schede che sventagliavo in ogni direzione, per i miei teoremi economici (non fosse stato altro – così m’immaginavo – per la loro originalità). Credo di poter affermare che, a parte “La settimana enigmistica” e “il Tuttosport”, nel corso degli anni ’90 pressoché tutti i giornali del Paese abbiano ricevuto le mie relazioni, continuamente rielaborate per adattarle di volta in volta ai riceventi (da una sezione economica alle rubriche di lettere dei lettori ce ne corre, quanto a capacità ricettiva, ed è obbligo usare linguaggi differenti: un lavoraccio). Una delusione completa, una débâcle totale. Esattamente come se tutte quelle lettere le avessi infilate in un  cassonetto della spazzatura (in quel caso avrei perlomeno risparmiato i francobolli).

Pazienza, mi dissi. D’altronde, un po’ me l’ero immaginato, l’avevo preventivato. Andare in giro a raccontare che c’è un travaso enorme di ricchezza da Nord a Sud, un travaso ben più grande di quanto tutti si siano sempre figurato, può non essere una notizia tanto gradevole, è sicuramente anzi una notizia che non tutti, nell’establishment intellettual-mediatico, hanno voglia di recepire, figuriamoci di diffondere. Che diamine, mica si può pretendere che tutta quella brava gente – giornalisti, economisti, politici – sputi nel piatto in cui mangia.

Mi rimaneva però (così supponevo) ancora una carta da giocare: la Lega Nord. Non avevo mai pensato finallora (eravamo nel ’96) a un tale contatto, anche se quello che avevo allo studio era proprio il tipo di problema che avrebbe dovuto interessare la Lega Nord, i suoi leader e i suoi organi mediatici. In effetti, quel tema non avrebbe potuto non interessarli: l’idea, la tesi anzi, che esistesse un immenso travaso di ricchezza da Nord a Sud era, dopotutto, uno dei (anzi il principale) leit motiv della propaganda leghista da forse una decina d’anni. Che quel travaso di ricchezza fosse in realtà (come si mostrava, appunto, nel mio studio) ben più consistente di quel che la gente aveva sempre creduto (anzi, probabilmente di quel che gli stessi leghisti, a iniziare dai loro capi, avevano sempre creduto!), sarebbe suonato come musica celestiale alle loro orecchie (forse che non venivano quotidianamente scherniti, presi in giro per la loro continua insistenza su quel tema?, forse che non venivano quotidianamente presi in giro per il fatto che, pur seguitando a proclamare l’esistenza di un gigantesco travaso di ricchezza dal Nord verso il Sud del Paese, non riuscivano a presentare uno straccio di prova in proposito? Be’, la prova gliela potevo fornire io, ben impacchettata e legata coi nastrini dell’ISTAT). Certo, per me sarebbe stato preferibile che il mio studio fosse riuscito a riscuotere interesse presso i media dell’establishment: un sostegno della Lega alle mie tesi sarebbe apparso sospetto, fino al punto da rivelarsi controproducente. Comunque, faut de mieux

Così, a metà circa del ’96, mi decisi, e inviai una breve relazione a Pagliarini, il “ministro dell’economia” della Lega Nord (rammento che lo feci proprio in seguito a una sua comparsa in Tv, nella quale asseriva che presto avrebbe prodotto un’analisi economica sui trasferimenti di risorse da Nord a Sud, quantificandoli (finalmente!), e fornendo così (finalmente!) un supporto concreto alla propaganda leghista).

Nessuna risposta. Riscrissi. Niente, nessun segno di vita, o d’interesse.

Poco male, mi dissi. All’epoca già si sapeva che di lì a poco, all’inizio del ’97, sarebbe nato il quotidiano “la Padania”. Appena gli invierò il mio studio (così pensai), lo studio in cui si mostra – anzi si dimostra – come l’esistenza di un enorme travaso di ricchezza da Nord a Sud sia, non un’illusione, una favola della propaganda leghista ma una solida realtà, in redazione faranno i salti di gioia.

Perciò, all’inizio del ’97, spedii il mio studio alla redazione del neonato quotidiano “la Padania”. Nessuna risposta (né rumori di salti, di gioia o altro). Riscrissi. Niente. Telefonai. Una signorina cortese (all’epoca c’era alla redazione una persona con l’incarico specifico di PR) cercò di rassicurarmi (spiegandomi con toni suadenti che il mio studio era “allo studio”, certamente sarei stato presto contattato, ecc…). Riscrissi, più e più volte. Telefonai, cercando ogni volta di trovare la persona adatta, quella che potesse avere anche solo il minimo interesse ai miei scritti. Niente. Solo risposte evasive (“Non  dubiti, appena avrò cinque minuti di tempo darò un’occhiata al suo scritto…”, e simili).

Cominciai a “giocare su diversi tavoli”: cercai di contattare altri soggetti, sempre più numerosi, parlamentari come Borghezio, l’Editoriale Nord, il Direttore, l’Amministratore Delegato (irraggiungibile, quello: la telefonista, scandalizzata come se avessi cercato di telefonare al Papa – e naturalmente non mi riuscì di parlargli). Infine, in seguito a una letterina, cortese ma seccata, al Direttore del giornale (all’epoca era Gianluca Marchi), in cui (con la presentazione delle mie tesi sintetizzata in meno di mezza pagina, per evitargli sforzi di lettura) mi dichiaravo sconcertato (e quanto lo ero!) di un tale disinteresse su un tema così importante per il Partito della Lega Nord, finalmente ebbi una risposta, un po’ meno evasiva delle precedenti: mi telefonò la signora Ferrari, che curava la rubrica delle lettere dei lettori, per propormi di riassumere ulteriormente (pochissime righe!) il mio studio, per pubblicarlo… tra le letterine dei lettori!

Ero veramente seccato, ma non lo diedi a vedere. Mi sembrava di aver fatto finalmente una breccia in quella fortezza di atarassia, e volevo sfruttarla. Iniziò così un lungo rapporto telefonico-epistolare con la signora Ferrari. Io le inviavo le mie relazioni, pregandola di leggerle o di passarle a qualcuno, in redazione, che potesse esserne interessato (qualcuno, a esempio, che si occupasse di economia, o di politica). Dopodiché telefonavo, sollecitando. La signora regolarmente mi rispondeva, gentile, che non aveva ancora trovato (“purtroppo!”) i dieci minuti di tempo per leggere le mie relazioni, o per passarle a qualche collega. Ogni tanto le perdeva. Prontamente gliene spedivo un’altra copia, che faceva la stessa fine. Dopo sei mesi alzai bandiera bianca. Così, spiegandole che quel mio studio non era comprimibile al punto da farne materia per la rubrica di lettere dei lettori (al che lei mi rispose di averlo sempre saputo), riuscii a farmi confidare un po’ di nomi di altri redattori del giornale. E ricominciai, indefesso, a telefonare, ritelefonare, mitragliare in giro copie su copie delle mie relazioni. Nel corso di un paio d’anni ho speso una piccola fortuna in interurbane, credo d’aver parlato con tutti i redattori de “la Padania” e probabilmente più d’una volta anche con la donna delle pulizie. Tutta brava gente, tutti cortesi al telefono, ma tutti anche assolutamente disinteressati, indifferenti, nessuno che trovasse mai i “cinque o dieci minuti di tempo” per leggere le poche o tante paginette che gli inviavo (da una a dieci a cento, rielaboravo continuamente lo scritto, lo mutavo continuamente, sempre nella speranza di trovare prima o poi la dimensione, la formula giusta, quella che finalmente suscitasse l’interesse: quante migliaia di ore di lavoro buttate!). E quando infine (a seguito delle mie reiterate, per non dire drammatiche, insistenze – tali da farmi sentire, più che un postulante, un mendicante) capitava che qualcuno desse una leggiucchiata, a quel mio studio in cui si dimostrava con cifre tratte dagli annuari ISTAT quel che Bossi aveva sempre dichiarato alle folle senza però mai riuscire a dimostrarlo (per cui ci fu anche un tale, non ricordo più chi, che mi fece osservare che nel mio studio dopotutto non c’era nulla di nuovo né di originale, visto che Bossi diceva le stesse cose ormai da diversi anni: come se tra il “dire” e il “dimostrare” non corresse differenza alcuna), tutto finiva lì: qualche aggettivo di commento sul tipo di “interessante”, oppure “veramente carino, quel pezzo su Ecotopia”, “bravo, continui così” (come si direbbe a uno scolaretto delle elementari che ha appena fatto vedere il temino al signor maestro).

All’inizio del’99 tentai un’altra strada. Provai a puntare sull’Editrice Sintagma di Torino (una città in cui mi reco spesso), un’editrice vicina alla Lega Nord (nei suoi uffici aveva sede la redazione torinese de “la Padania”). Dopo qualche visita e l’acquisto di qualche libro (vi si pratica la vendita diretta al pubblico), giusto per far conoscere la mia faccia, provai a consegnare una copia di “Globalizzazione” all’editore, Civra. Questi (come si usa in tali casi, per evitare le seccature) si schermì, adducendo il motivo solito, che “non aveva tempo” di leggerlo (“sempre un mucchio di impegni”, e via di questo passo). Pochi giorni dopo, però, mi telefonò a casa, dichiarandomi, in toni entusiastici, che il saggio (evidentemente s’era incuriosito a leggerlo) era “veramente notevole, ecc., ecc.”. Aggiungendo che non solo era disposto a pubblicarlo, ma che ci sarebbe stata, ad accompagnarlo, pubblicità promozionale (indispensabile, quella, altrimenti la pubblicazione, come sanno tutti, rimane un puro formalismo senza nessuna risultanza reale) su “la Padania”, presso le sedi leghiste, alla radio, in Tv (“Si prepari per una serata da Costanzo”…), ecc., ecc.

Mi sentivo rincuorato. Forse ho finalmente trovato la strada giusta, mi dissi.

Macché. Dopo quella vampata di entusiasmo, i fuochi cominciarono a smorzarsi, e i mesi cominciarono a trascorrere, o meglio a trascinarsi, sempre più lenti e monotoni (“Ora siamo in periodo preelettorale”, “Ora siamo nel dopo-elezioni”…), senza risultati. Così nell’estate (ci troviamo sempre nel ’99) provai a giocare un’ultima carta, una carta che (chissà perché) avevo sempre esitato a calare: spedii una copia di “Globalizzazione” a Bossi in persona. (In effetti un perché non l’avessi fatto prima, quel tentativo, c’era: ho sempre immaginato Bossi un tipo indaffaratissimo, intento a saltabeccare da un comizio a una comparsa in Tv, e quindi ben poco propenso a trovar tempo per la lettura di un saggio d’economia.) Che colpo di fulmine! Nemmeno una settimana dopo l’invio del manoscritto mi telefona la segretaria personale del Senatur, dicendomi che il saggio gli è piaciuto (“moltissimo”), e che ha già dato disposizioni all’Editoriale Nord (l’editrice della Lega) per l’immediata pubblicazione (a spese del partito e con adeguata pubblicità, s’intende).

A quel punto, purtroppo, commisi un errore di correttezza. Non mi sembrava infatti corretto (leale), nei confronti di Civra, l’editore di Sintagma, scavalcarlo a quel modo, quasi abbando-nandolo, così, di punto in bianco. Perciò, senza esitare, spiegai subito alla segretaria di Bossi che, pur ben lieto che il mio saggio avesse finalmente incontrato quell’interesse in cui avevo sempre sperato, il libro doveva però venir pubblicato dalla Sintagma di Torino, e non da altri. Ebbi quasi due anni di tempo per pentirmi di quell’atto di correttezza (proprio vero, come dicono taluni, che nessuna buona azione rimane impunita). Perché la faccenda ricominciò a trascinarsi (posso supporre che Civra stesse contrattando con la Lega per ottenere un contributo finanziario). E, mentre il tempo passava (e le statistiche contenute nel mio saggio diventavano sempre meno attuali), alcune cose iniziarono a mutare (me n’accorgevo, ma non potevo farci nulla): alcune condizioni politiche e sociali (nonché dello “Zeitgeist”, degli umori del Paese, insomma), che mi apparivano – anzi indubbiamente erano – necessarie alla comprensione dei temi, dei teoremi contenuti nel mio saggio, si andavano modificando. (Lo capii bene quando, all’inizio del 2000, provai a ritelefonare alla segretaria di Bossi, per vedere se mi era possibile riesumare quell’offerta di pubblicazione del mio saggio che mi era stata fatta in precedenza: la segretaria, la stessa persona con cui avevo colloquiato pochi mesi prima, finse di non capire di che cosa stessi parlando. Tanto che a un certo punto dovetti interrompere la conversazione.) La Lega Nord, apprestandosi a diventare partito dell’alleanza di governo, appariva sempre meno vogliosa di opposizione, figuriamoci di secessionismo. Le idee esposte nel mio saggio stavano rapidamente invecchiando – o meglio, divenendo sempre meno “politically correct” (lo erano sempre state, è ovvio, ma ora l’opposizione a quelle idee stava diventando una faccenda “bipartisan”: nessuno ne voleva più sapere). Così il mio saggio, nonostante le mie insistenze, le mie continue pressioni su Civra, non usciva mai. Vide la luce, finalmente, quasi due anni dopo, nella primavera del 2001.[117] E tuttavia rimanendo, per così dire, confinato nella “nurserie” dell’Editrice Sintagma. Pubblicato, sì, ma solo pro forma (probabilmente giusto perché io la smettessi di scocciare). Nelle librerie, manco l’ombra. (L’indifferenza della Lega Nord alla pubblicazione di questo mio saggio, si è poi ben evidenziata nell’autunno 2001, quando una mia proposta, per la verità un test, per saggiare l’interesse della Lega Nord, inviata a “la Padania”, di acquistare uno spazio sul giornale per promuovere il mio libro, è stata ignorata. E sì che è risaputo che “la Padania” ha un intenso, per non dire estremo, bisogno di vendere spazi pubblicitari!)

Insomma, la pubblicazione del mio saggio era stata solo un pro forma, dovuto a null’altro che alle mie (ormai annose) insistenze, reiterate e divenute sempre più pressanti col passar del tempo. In realtà non c’era una vera intenzione di diffonderlo, di diffondere le idee che vi sono contenute. Un’intenzione che tuttavia probabilmente c’era stata, anni prima. E che, se non s’era estrinsecata in decisioni, in azioni, forse è stato solo a causa di pigrizia mentale (o di “pura stupidità”, come ebbe a dire l’editore Civra in un’occasione – all’inizio del nostro rapporto – in cui, appunto, mi ero lagnato con lui di quell’inspiegabile indifferenza per il mio saggio da parte degli organi dirigenti, politici e mediatici, della Lega Nord). O forse perché quei tipi che si aggirano nei “corridoi del potere” sono avvezzi a parlarsi soltanto tra di loro, e non possono tollerare che un “outsider” tenti di rubargli – o, peggio, insegnargli – il mestiere (“Ma di che s’impiccia costui? Non lo sa che l’economia, insieme con la Politica, è faccenda nostra?”). O forse ancora perché (almeno, nei primi tempi, quando lo andavo presentando ai vari notabili, giornalisti, ecc., della Lega Nord), perché quel mio saggio minacciava di “fare ombra” a qualcuno, qualcuno di quei politicanti perennemente affamati di notorietà e potere. Forse è un pot pourri di tutte queste ragioni, la causa che l’ha bloccato, impedito, tenuto fermo. Col che, lasciando poi trascorrere il tempo, si sono andate mutando, come ho detto sopra, altre cose, soprattutto le condizioni dello scenario politico nazionale. Quella Lega Nord che nel ’96 e ancora nel ’97-98 sventolava senza esitazioni la bandiera del secessionismo, nel 2000 già si apprestava a diventare un rispettabile partito di governo (nel caso di vittoria elettorale della coalizione, come in effetti è avvenuto). Quella mia ipotesi-proposta di una separazione economica tra Nord e Sud del Paese, che, supportata com’era da dati economici di tutto rispetto, sarebbe apparsa splendida, allettante agli occhi dei dirigenti leghisti negli anni dal ’96 al ’99, era divenuta già critica nel 2000, e decisamente inattuale, obsoleta nel 2001. 

Così questo saggio, che, negli anni “caldi” dell’“onda” secessionista, avrebbe forse potuto contribuire a chiarire il quadro socio-economico nazionale, e magari dare una mano a cambiare in meglio i destini del Paese, avviando il Mezzogiorno verso una condizione di economia dinamica, finalmente affrancata dalle zavorre, dalle pastoie in cui è stata finora inviluppata, è rimasto dimenticato in soffitta, inutilizzato. O forse volutamente “messo in naftalina”, nell’illusione di potersene servire in momenti più propizi – che non si sono mai presentati. E che quasi certamente non si presenteranno più.

 

Anche questa, credo si possa ben dire, è stata un’occasione perduta.

 

Perché, come dice Schiller (come fa dire a Talbot nella sua “Jungfrau von Orléans”): “Contro la stupidità gli stessi dèi lottano invano” (“Mit der Dummheit Kämpfen Götter selbst vergebens”).Avete già visto una

Post-postfazione?

 

Be’, eccone qua una. La vicenda non è ancora finita.

 

E infatti, non volendola considerare conclusa, ho provato a fare qualche ulteriore tentativo (diciamo qualche altro “test”). Nella primavera del 2002 ho spedito una copia di questo manoscritto, corredato della postfazione che avete appena letto qui sopra, all’On.le Ballaman (l’unico parlamentare leghista col quale mi sia capitato di scambiare qualche parola, anche se solo per telefono), dicendo che era mia intenzione divulgarlo in Internet: se c’erano obiezioni (per motivi di “immagine” dei dirigenti leghisti), me lo si facesse sapere. Nessuna risposta. Tuttavia ho voluto aspettare ancora un po’, e nella primavera successiva (2003) ho ripetuto la stessa prova con Bossi. Identico risultato: nessun segno di vita, nessuno che mi dicesse se questo scritto era gradito o sgradito, interessante o no.

Infine, nell’aprile del 2004, per poter appurare in modo inequivocabile quale fosse l’atteggiamento della dirigenza leghista sugli argomenti trattati in questo saggio, mi sono presentato (beninteso, dopo aver chiesto appuntamento) alla segreteria provinciale della Lega Nord di Torino, con una proposta: avrei fatto una donazione di 15'000 euro, per la sua pubblicazione in allegato a un numero de “la Padania” (col testo, ovviamente, “purgato” di quella postfazione in cui la dirigenza leghista non fa una troppo brillante figura). Pensavo, in tal modo, di suscitare un po’ d’interesse.

M’ero illuso. M’ero illuso che, presentandomi con in bocca un assegno da 15'000 €, qualcuno si sarebbe accorto di me, e m’avrebbe magari ascoltato.

Nei mesi successivi, infatti, ho ri-sperimentato la solita solfa, quella già abbondantemente sorbita negli anni precedenti: telefonavo, ritelefonavo, ricevendo sempre le stesse risposte vaghe, quelle a cui mi sono ormai abituato (“Vedremo, sentiremo…”). Nessuno che prenda una decisione, anche magari negativa (del tipo “non ci rompa più le scatole”: in effetti, in questi otto anni passati a cercar d’interessare qualche dirigente leghista, se nessuno ha mai detto di sì al mio scritto, è anche vero che nessuno è mai stato capace di dirmi chiaramente di no. Tutti solo capaci di tergiversare). Neppure per 15'000 euro un dirigente leghista sembra disposto a sprecare un’ora del suo tempo. Tutti occupati, tutti indaffarati altrove, ognuno intento a curare il suo orticello, completamente indifferente agli interessi, non dico del Paese ma del suo stesso partito.

(Un episodio in particolare mi ha colpito, e mi sembra il caso di riferirlo. In una delle mie telefonate al segretario provinciale, lagnandomi del fatto che nessuno, a quel che mi stava spiegando, lì a Torino aveva l’autorità per prendere decisioni, ho osservato: “Ma se voi non siete in grado di assumere decisioni, perché non interpellate i massimi dirigenti, che so… Maroni, Speroni?”, ho ricevuto una risposta che mi ha lasciato sconcertato: “Ma quelli sono ministri! Neppure noi possiamo parlarci assieme.”)

Dalle ultime notizie, sembra che qualche mese fa (sto scrivendo queste righe nell’ottobre 2004) abbiano trasmesso il mio manoscritto a Pagliarini, quello stesso cui l’avevo inviato otto anni fa, e poi reinviato ancora nel ’99…

Per cui ora ho deciso di lasciar perdere la Lega Nord, e divulgare questo saggio via Internet. Cominciando così col risparmiare 15'000 euro.



[1] Forse il primato è nel rapporto Svizzera-Mozambico: 400 a 1 (secondo un’altra fonte, addirittura 500 a 1.

[2] Una distinzione, usuale in contabilità economica, separa l’attività produttiva in tre settori: primario (agricoltura e attività estrattive), secondario (industria), e terziario. I primi due settori producono beni, il terzo, servizi (a volte detti anche “beni immateriali”).

[3] La cosiddetta “rendita edilizia”, quell’incremento di valore degli immobili che, come sa qualsiasi osservatore men che superficiale, si viene a generare non solo per cause contingenti (incremento di valore di talune aree, centri cittadini di città in espansione, località turistiche divenute di moda), ma altresì per il semplice “trascorrere del tempo” (non si usa forse dire che “il mattone è fedele nel tempo”, al riparo da alcuni dei “malanni dell’età”, in primis l’inflazione, cui sono soggette altre forme d’investimento?), è dovuta allo stesso fenomeno che qui sto discutendo. La “rendita edilizia”, quella continua, anche se lenta, crescita dei valori immobiliari nel tempo (a meno che non si sia stati così sfortunati da aver fabbricato in qualche località divenuta out), altro non è che un continuo riadeguamento di quei valori al costo della vita – o meglio al reddito (medio). La tecnica costruttiva edilizia è mutata di ben poco nel corso, non solo dei decenni ma potremmo dire anche dei secoli. Facendo sì che il costo di costruzione di una casa risulti legato, oggi come ieri, per una grandissima parte al costo della manodopera. E poiché il costo di questa varia col variare del reddito (monetario), ecco che la casa ne risulta un bene di valore stabile nel tempo (indifferente all’inflazione). Non solo: in sistemi economici in crescita, i valori edilizi seguono l’incremento del reddito (monetario), senza che i proprietari “muovano un dito” (questa, a rigore, può dirsi la sola vera rendita; ché l’altra caratteristica dei beni immobiliari, l’indifferenza all’inflazione, non produce guadagni ma solamente protegge da una perdita).

[4] Così anche quelle stime, quelle proiezioni statistiche che ci presentano un divario di reddito tra i paesi dell’Occidente e il Terzo mondo, non solo drammaticamente elevato ma in continua – e rapida – crescita (la cosiddetta “forbice”, che “si va sempre più allargando”, con tutte le conseguenze, etiche e politiche, che la cosa può implicare), sono viziate dallo stesso difetto. Quel divario è certamente, alla luce della nostra attuale etica, inammissibile, e probabilmente sta anche aumentando, ma non nella misura drammatica, assurda persino, che sembrano dirci i confronti  (le misurazioni, effettuate con le modalità usuali) dei PIL, nostri e dei paesi poveri.

(Ecco un paio di esempi di quel modo di misurare, e dei risultati che produce. Il primo: “Secondo l’Human Development Report 1992 dell’Undp, nel 1970 il quinto più ricco della popolazione mondiale godeva di un reddito di trenta volte più alto del quinto più povero, mentre nel 1989 esso era divenuto sessanta volte più alto.” (J. Brecher e T. Costello, “Contro il capitale globale”, Feltrinelli, Milano 2001, pag. 419). Il secondo esempio lo traggo da G. Bocca nel suo “Il Dio Denaro” (Mondadori, Milano 2001, pag. 34): “Per secoli la differenza del tenore di vita fra i ricchi e i poveri della terra è stato[a] di tre a uno, nel Novecento siamo passati a dieci a uno e ora a centoventicinque a uno”.)

[5] E all’interno di un singolo paese? In molti paesi poveri i prezzi nelle località turistiche, o comunque frequentate da occidentali, sono più elevati, spesso di parecchio, che nel resto del paese. Se da noi non ci sono gli stessi prezzi a Milano e a Caltanissetta, nei paesi del Terzo Mondo possono esserci differenze, in taluni casi elevatissime (da noi impensabili), tra città e campagna.

[6] Sia quel rapporto che quello tra le varie monete non hanno quindi nulla a che vedere coi rapporti (tassi) di cambio. Questi corrispondono (quando non sono forzosi) al potere d’acquisto sulle merci scambiate nei mercati internazionali.

 

[7] E’ ovviamente auspicabile la formulazione di modelli più raffinati, in grado di tener conto anche delle particolari caratteristiche di taluni subsettori (un esempio è quello dell’edilizia, abitativa in special modo, di norma contabilizzata come industria, ma i cui beni vengono prodotti a prezzi spesso molto differenti dall’uno all’altro paese). L’ideale sarebbe un modello, un sistema di computo che riuscisse a tener conto della quantità di lavoro (rispetto al capitale strumentale) presente in ogni prodotto: quanto maggiore quella quantità, tanto minore si può supporre la differenza tra paesi ricchi (che sono ricchi soprattutto di capitale strumentale) e paesi poveri (la spiegazione delle differenze reddituali tra gli uni e gli altri sta infatti tutta qui: nella differente dotazione di capitale strumentale). 

[8] E’ il caso di osservare (ed è un’osservazione che calza anche a proposito del discorso sull’attendibilità dei modelli) che le contabilizzazioni dei PIL sono ben meno “oggettive” di quanto ci si potrebbe aspettare (di quanto si aspetti in genere il profano che per la prima volta si accosta a questi dati). E’ sufficiente mettere a confronto le risultanze di fonti (istituti d’indagine statistica) diverse per trovare differenze notevoli, sorprendenti, addirittura del 20-30 %. D’altronde, oltre ai conteggi sulle parti “sommerse” dei PIL, impossibili da verificare per definizione, in molte economie una quota, spesso notevole in quelle più primitive e povere, della ricchezza prodotta non viene contabilizzata (pensiamo a molti servizi personali, in culture contadine, caratterizzate da intensi rapporti familiali e amicali) perché non diviene oggetto di scambio sul mercato (e da noi, forse che il lavoro delle casalinghe viene conteggiato nel PIL?). La contabilità nazionale è tutt’altro che una scienza esatta, anche se si presenta paludata di numeri.

[9] Un modello, questo che propongo, di cui ci si può servire altresì per comparazioni nel tempo, oltre che nello spazio. Quando si legge, nei racconti di Maupassant, ambientati nella seconda metà dell’800 francese, che un ombrello di cotone (il più a buon mercato) costava  7 franchi, mentre uno di seta 30 franchi (quando la paga di un apprendista operaio era di un franco e mezzo al giorno), mentre un buon pasto in un ristorante, ai tempi della Nanà di Zola, costava tre franchi, ecco che possiamo già farci un’idea di quali fossero i redditi, i tenori di vita (insieme coi sistemi di prezzi: quanto valessero perciò effettivamente quei franchi) dell’epoca.

[10] Francia e non Italia perché quella fonte tralascia il nostro Paese; ed è bene usare, per le comparazioni, sempre e solo dati tratti da un’unica fonte. D’altronde il PIL francese è quasi uguale a quello italiano (di appena 1/20 superiore).

[11] Ma anche l’altra entità a qualcuno di noi può apparire poco verosimile – nel senso opposto: che il francese consumi nove volte i beni di un tunisino può sembrargli un’esagerazione. Ma solo perché la considera, quell’entità, nel suo aspetto più squisitamente quantitativo. La verità è che il francese consuma beni di qualità superiore. Dai cibi alle scarpe alle automobili, i suoi beni sono in genere di marca più pregiata, nonché soggetti a costi maggiori (controlli sanitari, d’infortunistica, di qualità, ecc.), ben diversi che in Tunisia. Sono, insomma,  beni differenti – anche quando sembrano gli stessi. Chiunque abbia provato a girovagare nei paesi del Terzo mondo avrà notato che le automobili sono spesso dei catorci cui qui sarebbe vietata la circolazione. Il fatto che in molti paesi poveri gli incidenti stradali siano, nonostante la bassa densità di veicoli e di traffico, frequenti quanto o addirittura più che da noi, la dice lunga sulla qualità del “bene-.automobile” in quei paesi (e la stessa cosa su può supporre di molti altri beni).

[12] Un esempio – tra i tanti – di questi “errori di prospettiva”, lo trovo nel noto (noto anche come la “Bibbia dei No Global”) “No Logo” di N. Klein (Baldini & Castoldi, Milano 2001), nel quale l’Autrice, con scandalizzata meraviglia, rileva (a pag. 217) che “Oggigiorno, il numero di americani che vendono capi di abbigliamento nei grandi magazzini e nei negozi specializzati supera di quattro volte e mezzo quello degli operai che li confezionano”. Ebbene, non c’è proprio nulla di cui sorprendersi (né tanto meno scandalizzarsi), non appena si pensi che il PIL degli USA è composto per ¾ di servizi – che significa che ¾ della popolazione è occupata lavora a produrre servizi (contro ¼ impegnato a produrre beni). Con quel ragionamento l’Autrice dimostra di essere rimasta ancorata a vecchi stereotipi mentali, addirittura di stampo mercantilista (quelli per cui l’unico soggetto che genera veramente ricchezza (“valore”) è l’operaio, colui che “fabbrica” i beni, mentre il soggetto che li trasporta e li distribuisce – il “mercante” – è solo una pressoché inutile appendice della macchina economica – poco meno di un parassita, insomma). All’Autrice, legata ai vecchi schemi economici, appare impossibile che possa occorrere più (tempo di) lavoro per distribuire i beni (o merci che siano) anziché per produrli. Invece oggigiorno è proprio così.

[13] E un uguale ragionamento vale per talune tipologie di industria (almeno, usualmente rubricate come tali nella contabilità nazionale), a esempio quella edilizia. L’industria edilizia, specie quella abitativa, è di necessità locale (non s’è ancora trovato il modo di fabbricare case in catena di montaggio e poi spedirle imballate agli acquirenti). Il che vuol dire che non deve misurarsi con la concorrenza, se non quella locale. Insomma: pur che ci sia in loco un po’ di denaro da spendere, l’industria edilizia non può non essere presente.

 

[14] Epperciò dalla produzione di beni può anche ottenersi, come ho accennato sopra, quella che è forse la miglior misura del reale (stato di) sviluppo economico di un sistema-paese. Da qui l’idea-opzione che presento più sotto: di confronti di PIL in cui il terziario viene del tutto escluso dai conteggi.

[15] E i famosi “collegi per ragazze di buona famiglia”, le note cliniche svizzere? Anche quelli sono servizi esportati (a dimostrazione della capacità imprenditoriale del bravo popolo alpino), anche se collegi e cliniche di sicuro non si spostano fisicamente dal Paese “produttore” (sono i consumatori di tali merci, a spostarsi, come avviene nel caso del turismo). E oggi a questi, collegi cliniche finanza e turismo, si stanno aggiungendo servizi che si diramano – e vengono venduti – attraverso le reti info-telematiche. Aziende europee e americane affidano la propria contabilità a ditte indiane, collegate in Internet (anche se mi suscita qualche perplessità il fatto che l’India, un paese, non solo con centinaia di milioni di analfabeti, ma in cui si fa tuttora la fame – quella “vera” – destini alla formazione di ingegneri elettronici e informatici risorse tali, da “produrne” in quantità maggiore, molto maggiore,  di quel che il mercato interno è in grado di assorbire, tant’è che molti laureati di Bangalore e New Delhi vengono poi a lavorare in Europa). Così, mentre abbiamo talune industrie di necessità locali (la citata edilizia), abbiamo anche servizi capaci di muoversi per il mondo. Resta però che, almeno per ora, la gran maggioranza dei servizi (prestazioni personali) sono prodotti locali, mentre la gran maggioranza dei beni (oggetti fisici) sono prodotti in grado di essere venduti in ogni dove – quindi più soggetti alla concorrenza.

[16] Anche qui  (da questo “lato”), però, qualche eccezione o, per meglio dire, qualche scostamento dalla norma prevedibile, sembra esserci. Giappone e Germania (paesi con una forte tradizione industriale), a esempio, presentano un terziario che appare un po’ smilzo per il loro livello di reddito: secondo il “Business Atlas 1998”, il 64,5 % del PIL della Germania e addirittura il 56 % di quello del Giappone. Se la Germania si presenta appena al disotto della norma (in Francia e Svezia, paesi circa allo stesso livello di PIL, la quota di servizi è del 70 % e 69 %), quel 56 % del Giappone appare effettivamente un po’ basso. Tuttavia, il fatto che la fonte “Atlaseco” desse, nell’83, la quota di servizi nel PIL del Giappone al 53 % (la stessa di allora dell’Italia), lascia presumere una certa qual grossezza nel gestire questi calcoli (come ho già avuto modo di far osservare).

[17] Differenziali di quest’ordine di grandezza (come quelli, già visti sopra, che addirittura superano il centinaio di volte) dovrebbero far capire quanto sia assurda l’idea, da certuni ventilata, di un salario minimo mondiale. Un tale salario, nei paesi più poveri del pianeta, non potrebbe che venir stabilito a un livello di molto (magari di molte volte) superiore a quelli attuali (ai redditi medi attuali degli occupati). Col risultato di produrvi eserciti di disoccupati.

[18] Da altre “campane” viene, ovviamente, un suono tutto diverso: “Se non si fissano standard mondiali per i diritti dei lavoratori, almeno uno standard minimo, se non si considerano le condizioni di lavoro disastrose del Terzo mondo – dice Jimmy Hoffa jr nel dicembre del ’99 – la globalizzazione sposta tutto e i lavoratori americani perdono il posto.” (F. Nanni, A. d’Asero, G. Greco: “Sopravvivere al G8”, Edit. Riuniti, Roma 2001, pp. 38-39). Vien da chiedersi  (a parte che il “salario minimo mondiale”, come abbiamo gi accennato sopra, altro non sarebbe, stanti le enormi differenze nel costo della vita, che una scemenza planetaria): la preoccupazione vera, qui, per chi è? Per i lavoratori “sfruttati” del Terzo mondo, o per quelli (forse parimenti sfruttati, ma comunque ben nutriti) americani?

Se noi imponiamo (come da molte parti si auspica) ai paesi poveri i nostri parametri (o quasi) – a esempio in fatto di ecologia, d’igiene o sicurezza sul lavoro – il loro sviluppo industriale ne verrà frenato, o impedito (e se fosse proprio questo, quel che si prefiggono i nostrani “protettori” del Terzo mondo?). Quelle popolazioni avranno forse aria e acque più pulite, ma non gli rimarrà di che sfamarsi. Perché industria vuol dire più cibo, più benessere, più risorse – da destinare anche alla protezione dell’ambiente – e quindi alla salute. Vuol dire più medici, più ospedali – anche in un ambiente più inquinato (ma che oggi forse non lo è, l’ambiente dei paesi poveri? Se non è inquinamento industriale, lo è di sporcizia e malattie infettive. L’inquinamento industriale in Europa è forse ben maggiore che quello dell’Africa, ma la vita media qui da noi è lunga il doppio che laggiù: non ci dice nulla questo?). Non illudiamoci di poter evitare ai popoli poveri quella “monetizzazione della salute” che tanto scandalizza i benpensanti nostrani (d’altra parte, forse che qui da noi, all’inizio del nostro sviluppo industriale, siamo riusciti a evitarla?).

[19] Della confusione imperante in materia, un esempio (tra i tanti) lo troviamo nel libretto “Debito da morire” (a cura di AA. VV., Baldini & Castoldi, Milano, 2000), che raccoglie una serie di interventi in cui si cerca di dimostrare la tesi che il debito, soprattutto con gli esosi interessi, sta appunto “strangolando” il mondo povero. A pag. 12 si legge che l’ammontare totale del debito è di circa 2'500 Mld di dollari. Poche righe sotto, dopo aver lamentato che “la Banca mondiale impone tassi d’interesse molto alti”, quantifica questi interessi in… 50 Mld di dollari l’anno. Il che (la matematica non è un’opinione) significa un tasso del 2 (due) percento. A pag. 26, poi, si legge che l’Africa sta sborsando 13'000 Mld di dollari l’anno in rate di debito (una somma equivalente quasi al doppio del PIL americano, o un terzo del PIL mondiale). E così via di seguito. Tanto, per molti lettori, l’importante è contemplare un po’ di cifre: danno un’aria “tecnica” e soprattutto “imparziale” alla materia presentata. E chi la presenta è sicuro che il lettore (quel tipo di lettore) dell’attendibilità delle cifre certamente non s’importa. E’ già convinto prima ancora di leggere.

[20] Difficile sapere se la decisione del governo argentino, di “giubilare” il proprio debito estero, abbia o no fatto contento il Papa (non ne ha parlato. Al momento della dichiarazione di “default” da parte dei governanti argentini, c’era comunque, accanto al primo ministro e al ministro dell’economia, il primate della chiesa argentina). In effetti, non si tratta di un paese povero (peraltro nel “Pater noster” si esorta semplicemente a “rimettere i debiti ai debitori”, senza cavillare sulla situazione economica; anche se c’è chi ritiene che l’originale aramaico non parlasse di debiti, bensì di “perdonare le offese”). Resta in ogni caso che oggi si contempla lo spettacolo poco decoroso di uno dei paesi più ricchi (quantomeno di risorse) del mondo, che non paga i debiti. Così, mentre sui muri delle strade di Buenos Aires si scrive “no pagaran” (calco del ben più famoso, nonché più eroico, “no pasaran”), i nostri terzomondisti (ma lo sanno gli argentini, così orgogliosi, di esser stati collocati nel Terzo Mondo?) discettano sulle colpe della situazione, che vanno dalla “politica implacabile” del FMI (una specie di Shylock in versione planetaria) alla “esosità dei tassi d’interesse” (che nel ’99 erano al 7 %, un tasso che, depurato delle imposte e dell’inflazione, non si può certo definire da usura; è solo quando l’Argentina ha iniziato a dar segni di non aver troppa voglia di pagare i debiti, che i tassi hanno cominciato a salire), evitando accuratamente di guardare le vere cause, ovvero che i soldi prestati venivano spesi non per investimenti ma per compensare i (crescenti) deficit del bilancio statale (in altre parole, per pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici), e non per investimenti produttivi. Ma per l’incompetenza e l’incapacità (e forse anche qualche briciolo di corruzione) dei governanti argentini, per la loro insolvenza, saranno chiamati ora a pagare (oltre che i risparmiatori dei paesi ricchi, gabbati) gli abitanti dei paesi poveri (quelli poveri sul serio), che si troveranno di fronte la diffidenza dei risparmiatori dei paesi ricchi. Che significherà maggiori difficoltà a farsi prestare denaro, e quindi tassi d’interessi più elevati.

[21] E tuttavia l’insolvenza degli stati, quale sistema per liberarsi dai debiti, può funzionare anche nel lungo periodo – vale a dire a ripetizione. Ė vero che un’insolvenza distrugge la credibilità del paese, ma, grazie al fatto che i risparmiatori “gabbati” sono in gran parte persone anziane, si può star certi che nel giro di pochi anni, qualche decennio al massimo, l’anagrafe avrà provveduto a far sparire la memoria della truffa. E si potrà ricominciare da capo. Ovvero, dopo un certo periodo, riprendere a vivere lietamente alle spalle degli altri.

[22] Ma – forse il punto più importante di tutti – la diffusione dell’insolvenza ridurrebbe la produzione di capitale. I risparmiatori e gli investitori, infatti, saranno meno proclivi a spostare i loro capitali all’estero, verso quei paesi che più ne hanno bisogno (e così gli stessi risparmiatori di quei paesi, che preferiranno, o spostare i loro capitali in luoghi più sicuri, che sono in genere paesi ricchi, oppure ridurre la produzione di risparmio). E il mondo povero ha un bisogno imperativo (potrei dire anche disperato, e non sarebbe un’esagerazione) di capitale. Ostacolarne la produzione, o il flusso verso il mondo povero (ché tale sarebbe l’effetto delle insolvenze) può dirsi senza dubbio un’azione criminale. 

[23] Il modello comportamentale del mutuatario può divenire (in molti casi lo è già, stimolatovi da quella “campagna di legittimazione” dell’insolvenza di cui ho detto sopra) simile a quello del “cane che si morde la coda”: mentre il rischio d’insolvenza determina elevati tassi d’interesse, quegli stessi elevati tassi d’interesse gli possono fornire il pretesto per giustificare… la stessa insolvenza (“Troppo esosi, quegli interessi! Non ce la facciamo a pagarli, né a rimborsare il prestito”). Cosicché non di rado può esser lo stesso mutuatario a offrire (nell’emissione dei “bond” e nell’indicazione del tasso d’interesse offerto, l’iniziativa è sempre del paese mutuatario) elevati tassi d’interesse, già col “retropensiero” di rendersi poi insolvente (punendo così i mutuanti per la loro “ingordigia”: “Ben gli sta, a quei ‘profittatori’!”). Purtroppo a “spezzare” un tale cerchio vizioso non può essere il (l’azione del) mutuante (come chiedono a gran voce le solite “anime belle”) ma solamente il (l’azione del) mutuatario. In qual modo? Dimostrandosi affidabile. (Che la grassa Svizzera possa farsi prestare denaro sui mercati finanziari internazionali al 3,5 % d’interesse, mentre molti paesi del mondo povero devono pagare il 10 % o più, quindi, non è cosa determinata da malevoli “Diktat” dei mutuanti, che costringono i secondi (forse perché considerati  “inferiori”?) a quegli interessi “da strozzinaggio”, bensì dal fatto che quei paesi spesso hanno dietro di sé un curriculum d’insolvenze. Per godere di tassi minori dovrebbero manifestare – a esempio presentando garanzie – una più chiara volontà di onorare gli impegni.)

[24] Proviamo a volgere un attimo il pensiero al nostro Nord-Est (il Veneto). Non è forse vero che il suo recente sviluppo economico ha fatto seguito alla caduta del suo tasso d’incremento demografico? (Il Veneto era noto per esser l’unica regione settentrionale con alti tassi di natalità – e povera.) Del pari, il differenziale di crescita economica tra il Nord e il Sud del nostro Paese sembra riflettere gli stessi processi demografici: nel primo secolo e mezzo dall’unificazione, mentre la popolazione centrosettentrionale è cresciuta di solo il 20 % circa, da 24 a 30 milioni (il rimanente della crescita essendo dovuto all’immigrazione dal Sud), quella meridionale si è praticamente triplicata (da 10 a 30 milioni; all’unificazione meno di 1/3, oggi circa metà della popolazione del Paese è di origine meridionale), nonostante l’emigrazione verso altri paesi (tale da far dire a un economista americano, nel descrivere la situazione industriale italiana, che al Sud l’unica industria fiorente era la “produzione di figli… per l’esportazione”). Che il divario di sviluppo tra Nord e Sud nel nostro paese sia da imputarsi, perlomeno in parte, a quell’imponente differenziale di crescita demografica, può forse esser difficile da dimostrare (troppe, le concause possibili), ma rimane comunque impressionante la concomitanza dei due fenomeni.

Eppure, per una certa ideologia, chi non fa (o fa pochi) figli viene ritenuto un egoista; mentre, per converso, chi ne fa (possibilmente molti) è un altruista. Quando dovrebbe invece esser chiaro che, perlomeno nello stesso sistema socioeconomico, chi non fa figli si trova in genere a dover fornire (attraverso lo Stato assistenziale) risorse a chi i figli li fa, magari numerosi.

[25] Perciò possiamo perfino azzardare previsioni su futuri “boom” economici. A esempio di Brasile e Iran: in entrambi questi paesi i demografi prevedono infatti nel futuro prossimo una consistente riduzione del tasso d’incremento demografico. Vedremo se l’avvenire darà ragione a questa ipotesi (ma non la stiamo già verificando, su scala colossale, per la Cina?).

[26] Poiché l’India sta oggi (2004) avviando un formidabile processo di sviluppo economico, è probabile che in una prossima edizione (se ce ne saranno) di questo saggio dovrò fare uso di qualche altro paese, per il caso che sto cercando di mostrare. Ma non c’è (purtroppo) che l’imbarazzo della scelta (l’Africa, a esempio, ne pullula). 

[27] Comunque, per una più ampia escussione di queste tematiche mi permetto di rimandare al mio “Un reddito garantito per tutti”, Ed. Anaphora, Torino, 1998.

[28] Un termine, questo, che ricorre abbastanza spesso, allorquando si parla di globalizzazione. La globalizzazione, udiamo dire da molte parti, può essere una buona cosa, sì, pur che sia “governata”. Col che, in realtà non si dice niente. O meglio, si può voler dire qualsiasi cosa. Ma, se “grattiamo” un po’ sotto quel termine, e osserviamo i contesti in cui viene più spesso usato, la verità salta fuori: coloro che più assiduamente, più diligentemente insistono sulla necessità di “governare” la globalizzazione (e che, en passant, ritengono se stessi i soggetti più adatti alla bisogna – anche se, modestamente, non lo reclamizzano), altro non intendono, con quella parola, che la cara vecchia idea dello statalismo, quel sistema che in taluni paesi – che con non poca fatica se ne sono poi liberati – si chiamava anche “socialismo reale”. (Come diceva quel marpione di Talleyrand: “Per far digerire alla gente una vecchia cosa che ha già rifiutato, si può provare a ripresentargliela… cambiandole nome.”)

1 Vi  sembra tanto? Quasi certamente è una sottostima. Proviamo (ancora una volta) a fare due “conti della serva” (malamente approssimati, è ovvio), del capitale esistente nel nostro Paese: con un PIL annuo di forse 1'100 Mld di euro si possono presumere, con un rapporto di 3 a 1 (quello usuale, ritenuto normale dagli economisti) 3-3'500 Mld di capitale strumentale in senso stretto (macchinari e attrezzature di aziende); per il capitale immobiliare, altri 2'500 Mld di euro (una stima di “24 Ore” lo dava, alcuni anni fa, a 4'500'000 Mld di lire); in infrastrutture (strade, porti, reti di comunicazione, strutture pubbliche, amministrative e simili), altri 2-2'500 Mld di euro. In totale sono circa 8'000 Mld di euro. Divisi per 20'000'000 di lavoratori (“ufficiali”: sarebbero da aggiungere quelli “in nero”) fanno 400'000 euro a testa. E’ questa all’incirca la somma che il nostro sistema, il nostro apparato produttivo deve stanziare per creare un posto di lavoro. Anche se non la vediamo.

(Che il “conto della serva” qui presentato non sia campato in aria, lo conferma, tra l’altro, il conteggio delle attività liquide (titoli, azioni, depositi bancari, ecc., che ovviamente rappresentano solo una parte del capitale esistente nel Paese), un conteggio che, secondo i calcoli dell’Istat, ammontava nel 1995 a 8'473'417 Mld di lire. Oggi, A.D. 2004, si può senz’altro presumere ben superiore ai 5'000 Mld di euro.)

[30] Il “modello comportamentale” relativo si potrebbe definire “della sineddoche”: “una parte [simbolica] per il tutto”. Esattamente come quello del ricco caritatevole che si dedica esclusivamente “ai suoi poveri”, o di quello che, per sfamare i bisognosi, ne raccoglie un gruppetto (magari una volta l’anno, preferibilmente a Natale), per un ricco pranzo. “Testimoniando” così la propria generosità con poca spesa. Dimostrando, agli altri e a se stesso, che (giusti gli slogan di certa propaganda caritativa) “l’importante è dare qualcosa” (il “gesto”). A non pochi di noi, il semplice fatto di vedere in giro per le strade un po’ di africani con un lavoro (magari una bancarella), dà la sensazione che “stiamo facendo qualcosa” per (se non addirittura “stiamo risolvendo”) il problema dell’Africa. Il fatto che quei pochi neri in giro per le nostre strade siano una minoranza risibile rispetto al totale dei bisognosi, non viene percepito (grazie a quel che si può dire, appunto, un “effetto di sineddoche”).

[31] Si potrebbe definirla, quella in atto, una “politica economica internazionale” schizoide, o meglio contraddittoria: per un verso consiste di aiuti diretti (anche investimenti) ai paesi poveri, per l’altro verso pratica il protezionismo. Nell’assurda (ma largamente condivisa, a tutti i livelli d’intelligenza) paura che prima o poi “saremo invasi” dalle merci di quei paesi “dove la manodopera” costa un ventesimo che da noi”. Chi ha l’età dovrebbe rammentarsi che timori simili hanno accompagnato i primi anni di crescita del Giappone (dove, si diceva, la gente “vive con un pugno di riso”). Poi il Giappone è cresciuto, i suoi salari hanno raggiunto i nostri – e infine li hanno superati. Ma tant’è, le vecchie paure si ripresentano sempre.

Così, un po’ per ingannarle, un po’ per fingere di “fare qualcosa”, ci si trastulla magari con leziosaggini sul tipo del “commercio equo e solidale”, che altro non vuol dire se non acquistare da Caio anziché da Tizio – a un prezzo un po’ più alto, così si ha effettivamente la sensazione di aver “aiutato”. Nel frattempo impedendo che i prodotti dei paesi poveri facciano “concorrenza” ai nostri (al  fine, ovvio, di “proteggere” i “nostri lavoratori”). Un po’ come guidare con un piede premuto sull’acceleratore e l’altro sul freno. Quando sarebbe più semplice lasciar fare al mercato (ma si sa, al Politico, di Sinistra ma spesso anche di Destra, non piace lasciar che le cose si regolino da sé. Se non ci mette le mani lui, gli sembra di non essersi guadagnato la paga).

[32] Anche se, fino a non molto tempo fa, capitava ogni tanto di venir a sapere dalla Tv o dai giornali dell’esistenza di fabbriche clandestine dove erano al lavoro extracomunitari – ma a volte anche italiani (in tal caso il fatto si registrava in qualche povera località del Mezzogiorno) – per paghe miserande, di due o trecentomila lire al mese.

[33] Da dati “Eurostat” (cit. su “Panorama” del 20.09.2001, p. 139), risulta che nel nostro Paese il tasso di occupazione della forza-lavoro (popolazione in età lavorativa, occupata) è del 53 %.Contro il 63 % dell’UE e il 74 % di UK e USA. Ne abbiamo già parecchia in casa, di gente che potrebbe lavorare e non lo fa (spesso perché non può).

[34] Il “problema” dei conti dell’INPS, poi, non è altro che una (come ne abbiamo già trovate, e come ne vedremo ancora) trappola contabile. E’ il voler ricavare i fondi per pagare le pensioni da una determinata voce contabile – i contributi versati dai lavoratori –, che ci sta conducendo verso quel che si presenta come un incombente (o già attuale) drammatico problema: dove trovare i fondi per pagare le pensioni? Ora (a parte il fatto che in un sistema “a capitalizzazione”, in cui ogni lavoratore paga da sé la propria pensione, il problema non sussisterà più), in realtà il PIL cresce (e con esso il reddito pro capite) ogni anno. Ovvero, le risorse disponibili – quelle da cui trarre anche le pensioni – sono ogni anno più abbondanti. Ci siamo ficcati in un falso problema, solo perché abbiamo stabilito che i fondi per le pensioni devono venir ricavati da quella specifica voce contabile. (D’altronde già ora si trascura nei conteggi un elemento fondamentale: di mano in mano che s’invecchia, mentre aumenta l’entità dei contributi versati, contemporaneamente si riduce l’aspettativa di vita. Il non tener conto di ciò – dell’età anagrafica –,  induce tra i soggetti interessati, oltre che una percezione distorta dei trattamenti ricevuti, delle vere e proprie discriminazioni – e ben consistenti.)

[35] L’invecchiamento della popolazione nei paesi ricchi potrebbe addirittura essere una manna. E’ infatti immaginabile un modello di sistema-mondo in cui i ricchi anziani dei paesi ricchi risparmino (gli anziani hanno una propensione al risparmio maggiore dei giovani), consentendo ai paesi poveri (alle imprese che operano nei paesi poveri) di usufruirne. Quei ricchi anziani potrebbero vivere di rendita, giustificando la propria utilità sociale col capitale che mettono a disposizione di altri. (Un tale “modello” è però per il momento poco affidabile. L’idea di una “classe” che vive senza lavorare, coi soli proventi del proprio risparmio, urta contro forti, e ben consolidati, paradigmi mentali: verrebbe vista come una “classe di sfruttatori” del lavoro altrui, dei popoli poveri. E grande sarebbe la tentazione di “giubilarli” – di fargli (periodicamente)  “rimettere i debiti”.)

[36] Anche prescindendo dal capitale strumentale (quei 400'000 euro di cui s’è visto sopra) che risulta necessario mettere in opera per accogliere un’unità lavorativa proveniente dall’estero, il risparmio ottenibile dall’impiego di manodopera extracomunitaria (il differenziale tra il salario che occorrerebbe corrispondere a un lavoratore italiano per convincerlo a fare un dato lavoro “sgradito” e quello corrisposto invece all’extracomunitario), è in gran parte illusorio. Il lavoratore italiano (quello che non siamo riusciti a convincere ad accollarsi quel dato lavoro “sgradito”), lo dobbiamo comunque mantenere (mica possiamo sopprimerlo, o espellerlo dal Paese): o con un assegno di disoccupazione o in qualche altro modo (a esempio lasciandolo a carico dei suoi parenti). Non soltanto per il “sistema-mondo” (per il quale il danno è sicuro), ma quasi certamente anche per il nostro stesso sistema (quello “nazionale”) sarebbe più economico (per non  dire anche più morale) che fosse un italiano ad assumersi quel “lavoro sgradito”: offrendogli un salario sufficiente a motivarvelo.

Quanto a quell’altro ragionamento, che spesso si sente fare, che “tanto non si possono impedire gli sbarchi”… be’, una cosa è pensare “che gli sbarchi non si possono impedire”, altra cosa è asserire che quegli sbarchi (di immigrati) “ci arricchiscono”. Una cosa è dire che i furti (una certa quantità, quella che si suol dire “fisiologica”) non si possono impedire, altra cosa sarebbe dire che “i furti sono utili” (magari all’economia; come spiegava, in un filmetto hollywoodiano, il padre ladruncolo al figlio apprendista ladro, per convincerlo della funzione sociale del loro mestiere; dopotutto, non è forse vero che il furto incrementa i consumi, la “domanda”? Non è logico allora supporre che possa giovare all’economia? Proprio come qualcuno pensa possa fare la riduzione delle imposte).

[37] Sgradito, principalmente significa (oggi) perché di basso status (socialmente poco considerato). Ma se la colf guadagnasse 2'000 € al mese, non c’è da presumere che, oltre che il suo portafogli, anche  il suo status sociale ne trarrebbe giovamento?

[38] L’inconsistenza di quel teorema, sulla “necessità” dell’immigrazione dal Terzo mondo per i “lavori sgraditi”, si può verificare anche con un semplice esperimento mentale. Immaginiamo che nel giro di due o tre decenni il benessere di quei popoli da cui traiamo immigrati s’incrementi (come tutti dovrebbero augurarsi), al punto da non rendergli più così attraente l’idea dell’emigrazione (non è necessario ipotizzare che il loro reddito si parifichi al nostro: l’emigrazione dal Sud al Nord del nostro Paese è cessata da tempo, benché permanga un consistente divario di reddito tra le due aree). Come affronteremo, allora, il problema dei “lavori che nessuno vuol più fare”? Con coscrizioni obbligatorie? O tornando a razziare le coste dell’Africa in cerca di schiavi? (Se rammentate, erano quelli i modi con cui, in epoche passate, si risolveva il problema dei “lavori sgraditi”.)

[39] Qui si presenta una questione alquanto spinosa. Tra coloro che si avvalgono dei servizi di lavoratori extracomunitari ci sono, a esempio, anziani assistiti da questi (“badanti”), a salari (possiamo immaginarli) “facilmente accessibili” (a loro stessi o ai loro parenti). Da quel che ci dicono talune indagini demoscopiche ce ne sono, e non pochi. Per costoro (o per i loro parenti) potrebbe diventar gravoso trovarsi a pagare somme ben più consistenti delle attuali, per fruire degli stessi servigi, ma resi da lavoratori europei. E tuttavia, per quanto queste situazioni ci appaiano non facilmente sanabili, dolorose anzi, rimane il fatto che quei servizi, che appaiono resi a così basso costo, sono in realtà in gran parte fatti pagare al loro costo vero, ben più elevato (che gli interessati ne siano consapevoli o no), alla collettività. E rimane che il sistema, così comune nelle politiche di welfare, di rendere taluni beni o servizi (usualmente definiti “sociali”) a prezzi calmierati, allarga, sì, la “platea” dei fruitori, ma con un paio d’inconvenienti: il primo, che alcuni di quei fruitori (i più benestanti) potrebbero benissimo permettersi di acquistare il bene in questione a prezzo normale (e vengono così a riscuotere una rendita, pagata dalla collettività); il secondo, che altri “candidati fruitori”, invece, si trovano a livelli di reddito talmente bassi che non possono comunque permettersi quel bene (la badante esteuropea o sudamericana), sia pure a quel prezzo calmierato.

[40] Eppure sembra sia difficile comprendere il problema. Cito da “Il Mondo” n° 35/2004, pag. 53: “L’impatto sul mercato del lavoro […] è senz’altro positivo, e lo dimostra l’elevato numero di domande di assunzione di lavoratori stranieri, che supera costantemente le quote di ingressi fissate annualmente dal governo”.

[41] Non la cogliete, non la sentite l’immoralità profonda di un sistema sociale che, anziché rassegnarsi a pagare un po’ di più i lavori sgraditi, preferisce destinarli (diciamo meglio, imporli) a gente di un’altra razza, non della nostra comunità (“extracomunitari”, appunto)? Con quale faccia di bronzo si può chiamare un tale atteggiamento “solidarietà”?

Del resto, l’ipocrisia dei nostri cantori dell’immigrazione si manifesta chiaramente nella contraddittorietà dei loro enunciati. Mentre da una parte ci spiegano che gli immigrati sono utili perché si sobbarcano i lavori sgraditi, dall’altra proclamano che “non devono essere [trattati come] cittadini ‘di serie B’” – ossia, devono godere di tutti i nostri diritti. Quando è di evidenza solare che, se avessero effettivamente i nostri stessi diritti – e quindi le nostre stesse possibilità di scelta –, quei lavori sgraditi se li scaricherebbero all’istante dal groppone. Se seguitano a tenerseli, è solo perché non hanno i nostri stessi diritti (perché sono, appunto, “cittadini di serie B”). Quei lavori sono sgraditi a loro quanto a noi. A confermarlo, c’è un’inchiesta demoscopica condotta qualche anno fa (fine anni ’90) tra gli immigrati. In quell’inchiesta gli si domandava quali fossero i lavori [che ritenessero] preferiti. La grandissima maggioranza, oltre l’80 %, ha risposto che avrebbe desiderato… un bell’impiego statale. Altro che andar a fare i lavori “rifiutati dagli italiani”!

[42] Occorre tuttavia rilevare che la presenza del povero del Terzo mondo può costituire una fonte di gratificazione psicologica per l’indigente nostrano: innalzandone lo status sociale (c’è qualcuno ancor più derelitto – e più malconsiderato – di lui). E’ quindi possibile, e probabile, che anche una parte di questa categoria (dei poveri nostrani), lungi dal rendersi chiaramente conto (non è cosa facile) della concorrenza degli extracomunitari, ne gradisca (quantomeno in taluni contesti) addirittura la presenza. 

[43] Qui sento già qualcuno sbottare: “Ma che ce ne importa, infine, di questo “sistema-mondo”? Non è più importante (“prioritario”) aiutare il nostro fratello che ha bisogno, e che ci sta di fronte?” Questo è appunto il guaio: per aiutare il bisognoso che ci sta di fronte dimentichiamo – e soprattutto danneggiamo – gli altri, tutti gli altri, che non vediamo, ma che sono ben più numerosi. (Un atteggiamento, questo, tipico del “buonismo”: oggetto di cui spiegherò meglio in una nota più avanti.)

[44] Come spiegarsi, però (ed è una domanda più che legittima), che proprio dagli USA, da quello che può dirsi il “centro” del capitalismo mondiale, l’economia di mercato per eccellenza, sembra venirci l’esempio contrario? In materia di mercato, si sa, “America docet”, eppure gli USA seguitano ad accogliere immigrati a tutto spiano (investendo quindi la massima parte dei loro capitali a casa propria anziché nel Terzo mondo). Perché?

Perché negli USA è tuttora vigente (anche se comincia a intravedersi qualche perplessità in proposito) quella che potremmo chiamare “l’ideologia dell’immigrazione”: quel paese, quasi disabitato tre secoli fa, è cresciuto, è diventato grande attraverso l’immigrazione. Con l’ausilio della tecnologia e di un capitale che sembrava disponibile ad libitum, le risorse immense di quel continente hanno elargito frutti generosi a chi vi portava il proprio lavoro. Anche se ciò avveniva nei secoli scorsi, e in pratica non più oggi (oggi il tasso di rendimento dei capitali investiti in America è pressoché uguale a quello ottenibile in Europa), quell’esperienza ha “lasciato il segno”: si direbbe che gli americani non si siano ancora resi ben conto che il capitale (come ogni bene economico) è disponibile in quantità limitata, produrlo costa. (E’ vero però che negli USA costa tuttora meno che in Europa, produrlo – se non altro dal punto di vista psicologico. Perché negli USA non è presente quella nozione di colpa che qui in Europa sembra accompagnare inevitabilmente tutto ciò che sa di profitto e accumulazione. Negli USA gran parte del capitale d’investimento proviene dagli utili, spesso colossali, delle aziende. Che se ne vantano, quale segno della loro vitalità ed efficienza; mentre qui in Europa le aziende che hanno grossi utili ne provano vergogna, devono nasconderli. O magari trasformarli in perdite – per guadagnare in simpatia. In Europa l’impresa in perdita può contare su molte simpatie: dei sindacati, delle sinistre, dei politici in genere: ai politici piace immensamente dedicarsi a “salvare posti di lavoro” in imprese traballanti.)

Ma ci sono ancora altri motivi, che alimentano quella “ideologia dell’immigrazione” degli USA. C’è il “complesso di colpa” nei confronti dei nativi americani, cacciati dalle loro terre nei secoli della colonizzazione: gli americani di oggi si sentono un po’ “usurpatori” (non si sentono, come noi europei, proprietari del loro paese). Si troverebbero quindi imbarazzati a negare ora l’ingresso ad altri, asiatici, ispanici, ecc., a tutti coloro che vorrebbero, anch’essi, entrare nella terra di bengodi. E insieme c’è l’idea che, per “meritarselo”, quel bengodi, occorra farsi prima un po’ di “gavetta” (i lavori sgradevoli, faticosi, sono sì, come da noi, appannaggio dei nuovi immigrati, ma sono anche visti come utile propedeutica alla “scalata” sociale: per guadagnarsi il “diritto d’accesso” al “sogno americano”). Infine, si direbbe che gli americani sentano fortemente una “vocazione imperiale”: alla guida del mondo – l’America, non scordiamo, è un Paese con una Missione. E, quale “terra imperiale”, non può negarsi al cosmopolitismo, all’accoglimento dei “sudditi” provenienti da ogni angolo dell’Impero (del pianeta). Tanto, il Paese sta ancora producendo capitale strumentale più che a sufficienza per dare un lavoro sul suolo americano a tutti coloro che lo chiedono.

Fino a quando?

[45] “Buonismo”: termine di gran moda, di cui si fa un uso frequente. Credendo d’intravederne il significato, senza però poterlo ben definire (rimane “sfocato”). Onde, in quegli sforzi definitori, non di rado ci s’intrappola, finendo col credere che stia a indicare più che altro quelle situazioni di “finta bontà” (di colui che, a esempio, “finge” di dare, oppure “dà meno di quel che potrebbe”). La verità, invece, è che il “buonista” dà, sinceramente ed onestamente; solo che la sua azione, ne sia egli consapevole o no, si svolge all’insegna dei più triti – e ormai inattuali (perché rivelatisi disfunzionali) – paradigmi caritativi, consumando malamente le risorse, senza adeguati riscontri di utilità nei “beneficati”. Questo – se sappiamo interrogarci bene – è il significato reale che attribuiamo (diciamo pure “inconsciamente”) al termine “buonismo”.

[46] Lo dicono le somme pagate ai “contrabbandieri di carne umana”, somme enormi per il reddito medio di quei paesi, somme che possono venir pagate solo da minoranze benestanti (che contano poi di recuperarle qui: una specie di “investimento”).

[47] Perciò il tasso di disoccupazione (la quota di merce-lavoro non acquistata) presente in un sistema può ritenersi, il linea generale, una funzione del livello dei salari: funzione del prezzo della merce-lavoro (in relazione al grado di efficienza produttiva del sistema stesso, s’intende). E’ questo che ne indica, ne misura la “compatibilità”. Capisco come una tale proposizione possa far allibire, non solo un sindacalista ma anche l’”uomo della strada”, ma è così che stanno le cose.

[48] Contabilizzando nel modo solito, tradizionale. Noi abbiamo però appreso che le differenze di reddito reale (potere d’acquisto)  non sono quelle che appaiono dalle cifre. Perché le comparazioni dei PIL tra paesi diversi essendo riferite ai beni (prezzati sui mercati internazionali), non tengono conto del fatto che nei paesi più ricchi i prezzi di molte merci sono più elevati. L’indicazione che il reddito medio (pro capite) greco è 1/3 di quello italiano non significa, non indica un potere d’acquisto pari a 1/3. Per i greci molte merci, i servizi in primo luogo, hanno un prezzo minore che da noi. 

[49] Riproviamo lo schema di calcolo già usato sopra, per istituire ora un confronto tra Grecia, Portogallo e Francia. Con la stessa fonte (“Business Atlas 1998”), i redditi pro capite misurati nel modo tradizionale danno le seguenti cifre:

per la Grecia, USD 8'210, ripartiti in 51 % di beni e 49 % di servizi (dati 1995);

per il Portogallo, USD 9'016, ripartiti in 39 % di beni e 61 % di servizi (dati 1996);

per la Francia, USD 26'230, ripartiti in 30 % di beni e 70 % di servizi (dati 1997).

Ne risulta che il figlio di Marianna gode di un reddito pari a 3,2 volte quello di un discendente di Achille e 2,9 volte quello di un lusitano. Se rifacciamo i conti valutando i servizi al prezzo (secondo il sistema di prezzi) del paese più povero (la Grecia, quindi a USD 82 per ogni punto percentuale), abbiamo invece:

per la Grecia: USD  8'210;

per il Portogallo: USD (3'516 di beni + 5'002 di servizi) 8'518;

- per la Francia: USD (7'869 di beni + 5'740 di servizi) 13'609.

Nel nuovo conteggio il francese gode di un reddito pari a 1,6 quello di un portoghese e 1,7 quello di un greco. (Usando la tecnica PPA si hanno risultati simili: il rapporto tra Francia e Portogallo era nel ’95 pari a 1,7 e con la Grecia pari a 2.) Portoghesi e greci dunque non se la passano poi tanto male (e in più hanno un bel sole caldo).

[50] Non è però un discorso valido per tutti (vale più che altro per i funzionari). Un eurodeputato italiano oggi (2004) riscuote € 11'000 al mese, ma per l’eurodeputato ungherese è previsto uno stipendio di € 761 mensili.

[51] E’ un’illusione in cui cadono non pochi turisti in giro per l’Europa occidentale. Essendo qui i redditi dei vari paesi non molto differenziati tra loro (non quanto, a esempio, quelli dei paesi africani rispetto ai nostri), le differenze spesso non vengono percepite. O meglio, percettivamente annullate dalla credenza che vengano compensate (totalmente compensate) dai differenziali nei sistemi di prezzi – insomma, che il tenore di vita in Portogallo sia, tutto sommato, più o meno uguale al nostro; così come il nostro sia più o meno uguale a quello degli svizzeri (“Sì, in Svizzera gli stipendi sono un po’ più alti che da noi, ma il costo della vita vi è maggiore, e le due cose si compensano”. Non è vero: c’è un compenso, sì, ma solo parziale).

[52] Questa della “gradualità” (che dovrebbe consentire alle imprese di “adeguarsi” – tranquillamente, con tutta calma), è una delle più sciocche “idee ricevute”. Se le imprese fossero in grado di incrementare la propria efficienza (che è in sostanza questo, quel che gli si vuole imporre), lo farebbero già da sole, senza aspettare decreti, graduali o no che siano.

[53] Paradossalmente, da questa “calamità” risultano più protetti i “nuovi arrivati”, i paesi dell’Est, con differenziali di reddito enormi rispetto ai nostri. Proprio la dimensione gigantesca di quel differenziale gli rende palese, chiara l’inanità (diciamo pure la stupidità) di qualsiasi progetto di parificazione salariale con l’Ovest (almeno a breve termine).

[54] E’ anche possibile che non  pochi greci e portoghesi, pur consapevoli del fatto che il costo della vita nei loro paesi, col suo differenziale rispetto a Francia o Germania, oggi li favorisce, s’illudano tuttavia di poterlo mantenere – di mantenere i propri sistemi di prezzi – anche dopo che avranno ottenuto quegli aumenti salariali in cui sperano. Che s’illudano cioè di riuscire a prendere, come si suol dire, due piccioni con una fava.

[55] Non era certo quella, comunque, la soluzione più economica e razionale. La razionalità economica vuole che siano, non le persone ma piuttosto i capitali, a spostarsi; per i motivi che abbiamo già detto, di maggiore redditività del capitale investito. Ma non solo. Ci sono altresì motivi (ovvi) di minor disagio sociale. Infine, perché nell’ambiente in cui già si vive esiste in genere una dotazione, una quantità di capitale strumentale e d’infrastrutture (dalle abitazioni alle reti di comunicazione, di trasporto, ecc.) che sovente l’emigrazione rende inutilizzato, sprecato. E lo spreco è atto antieconomico per eccellenza.

[56] Anche la cosiddetta “politica della casa”, nel nostro paese in particolar modo, ha contribuito a render sempre meno attraente spostarsi dal luogo in cui si risiede. Nel nostro paese quasi i 4/5 delle famiglie risultano proprietari di un’abitazione (in genere quella in cui si vive), e allontanarsene implica, non solo il normale disagio di un trasloco ma consistenti perdite economiche. L’alloggio in cui si abita godendo di alcuni sgravi ed esenzioni fiscali, allontanarsene significa perderle. E, mentre l’appigionamento può tradursi in un cattivo affare (la locazione è mal protetta dalle nostre norme legislative), rientrarne in possesso può rivelarsi più arduo del previsto. Non deve far meraviglia, dunque, che i sociologi rilevino (specie nelle “aree depresse”, e la cosa li lascia sconcertati ) una scarsa “propensione alla mobilità”.

[57] Ė interessante rilevare come da noi l’estinguersi dei flussi migratori abbia coinciso, grosso modo, con la soppressione delle zone (“gabbie”) salariali. Oltre al reddito che s’andava incrementando (rendendo i poveri meno poveri, quindi meno propensi ad affrontare i disagi dell’emigrazione), vi ha probabilmente influito il fatto che può apparire strategia migliore l’aspettare un buon impiego vicino a casa, anche se con minori probabilità di ottenerlo (ma è facile, così bello illudersi di riuscirci), piuttosto che cercarne uno più probabile ma a mille chilometri di distanza.

[58] Possiamo quindi rappresentarci un’istruttiva dicotomia, tra quello che potremmo chiamare il “modello irlandese” (di sviluppo di un’area povera) e il “modello tedesco”. L’Irlanda, fino a poco più di un decennio fa ai livelli di reddito di Grecia e Portogallo, ha adottato una politica di richiamo degli investimenti esteri (soprattutto americani, favoriti questi anche dalla comune lingua inglese), stimolati dalla prospettiva dei bassi salari. Quel flusso d’investimenti ha incrementato a tal punto la produttività del paese, che ora i bravi gaelici, fino a vent’anni fa considerati i “terroni” dell’arcipelago britannico, sono giunti a superare il reddito medio degli inglesi. Quei bassi salari iniziali sono ora diventati ottimi salari. E la disoccupazione, dal 15 % di appena dieci anni fa, è ora al 5 % (praticamente la “disoccupazione d’attrito”). I tedeschi dell’Est, invece, che non sono riusciti a contenere il loro desiderio del “tanto e subito”, hanno ben presto visto arenare la loro economia, e svanire i loro sogni di maggior benessere. La loro condizione, lungi dal  migliorare, è per molti persino peggiorata (la disoccupazione nella Germania Est è oggi quasi al 20 %). Si potrebbe dire che in questi due “modelli” ben si manifesta la differenza tra ingordigia e intelligenza: mangiarsi l’uovo oggi vuol dire rinunciare alla gallina domani.

E anche se è probabilmente ben chiaro a lettoni e ciprioti, appena affacciatisi nell’UE, che non possono certo sperar di ottenere, nell’immediato o prossimo futuro, paghe simili alle nostre (proprio l’enormità del divario che ci separa li “protegge” da scelte sciocche come quella dei tedeschi dell’Est), per altri, a esempio polacchi o ungheresi, con redditi salariali (con queste statistiche però non si sa proprio che pensare: due o tre anni fa leggevo che il reddito dei polacchi era un decimo del nostro, ora leggo che è un quarto) equivalenti a un terzo o un quinto dei nostri, non c’è da giurarci. Purtroppo, se ci proveranno, se si lasceranno tentare dall’ingordigia del “tanto e subito”, si taglieranno da soli la possibilità di migliorare, realmente e non fittiziamente, il loro tenore di vita. Dipenderà quindi da loro, dal fatto che sappiano scegliere saggiamente, tra il “modello tedesco” o quello “irlandese”.

[59] Più verosimilmente, non ci se ne rende conto. A inibire la comprensione credo sia principalmente la (mancata percezione della) divergenza tra micro- e macro-effetti (tra micro- e macro-economia): tra gli interessi dei singoli e quelli del sistema (della collettività). Al singolo imprenditore può infatti apparire conveniente l’ingresso nell’UE dei paesi dell’Est europeo: manodopera bulgara, rumena, slovacca a poco prezzo, sul posto ma anche qui (con meno pretese della nostra). E non può che occhieggiare con ingordigia a quell’immenso serbatoio di lavoro a buon mercato che è la Turchia: 70 milioni di abitanti, salari 1/10 dei nostri; e non può che auspicarne l’ingresso nell’UE.

Che poi da quell’ingresso venga generarsi disoccupazione, in Turchia (dove i sindacati premeranno per avvicinare i loro livelli salariali ai nostri) ma anche qui (dove i nostri lavoratori si troveranno fianco a fianco dei disoccupati turchi, disposti a qualunque paga), al singolo imprenditore non interessa, non può interessare (così come non interessa ai nostri amanti della “solidarietà”). Purtroppo sarà la collettività (quella turca e la nostra) a subire (pagare) i danni.

[60] Il salario medio rilevato in Lussemburgo è (nel 2004) di € 1'369, in Lettonia di € 116.

[61] Qualche esempio. In Francia e Portogallo il reddito pro capite era, ne 1983, rispettivamente di USD 9'450 e USD 2'030 (fonte “Atlaseco”), con un rapporto quindi di 4,7. Nel 1996/97 i redditi pro capite erano diventati, rispettivamente, USD 26'230 e USD 9'016 (fonte cit. “Business Atlas 1998”). Il rapporto era diventato 2,9. A dimostrazione di un’ottima performance dei paesi più poveri, nell’ambito di un mercato comune, ma con sistemi di prezzi separati. Altro esempio è il “quasi-boom” economico dell’Irlanda degli ultimi anni, dovuto principalmente, come tutti sanno, a investimenti esogeni (americani in primo luogo). Attirati sull’Isola di Smeraldo dai bassi livelli salariali (che, appunto in seguito al “boom”, sono andati rapidamente incrementandosi. Parificandosi a quelli inglesi, francesi, ecc., il vantaggio comparato sta sparendo – sparisce. Ma nel contempo ne sparisce anche  la necessità).

[62] E magari appoggiati, nelle loro rivendicazioni, dalla “solidarietà” dei lavoratori francesi, tedeschi, ecc. (e dei loro sindacati). Ma forse non tanto solleciti, questi, del benessere dei colleghi portoghesi o greci quanto invece più o meno vagamente consapevoli del fatto che l’incremento dei loro salari ne riduce la competitività, e il pericolo di concorrenza (insieme con quell’altro spauracchio: la delocalizzazione delle aziende). Senza prevedere che saranno poi chiamati a pagare i sussidi di disoccupazione.

[63] Un lasso di tempo che è chiara dimostrazione della presenza, in squilibri di questa tipologia, di caratteri (come ho detto sopra) di irreversibilità.

[64] E’ una questione controversa, questa, del trasferimento di risorse dal Nord al Sud del Paese. Una questione che suscita (da ben prima che apparisse la Lega Nord) lamentele, recriminazioni, astio; ma che appare pressoché indirimibile: il calcolo della dimensione (e prima ancora, della stessa esistenza) di quel trasferimento si presenta, più che arduo, facilmente manipolabile – e opinabile (tanto che c’è persino una “scuola di pensiero” che sostiene che il trasferimento di risorse avviene nel senso opposto, da Sud a Nord). Ebbene, facendo uso di un modello di analisi del PIL che escluda il settore dei servizi, diviene possibile ottenere un conteggio più attendibile di quelli prodotti finora. Come vedremo qui di seguito.

[65] Può esserlo tuttora. In uno studio apparso sul mensile “Padania Lega Nord”, distribuito a Torino (anno VII, n° 14, febbraio 2004), ricavato da “cifre raccolte dall’Agenzia delle Entrate del Ministero delle Finanze” [cito dal testo] risulta, a esempio, che tra Calabria o Sicilia ed Emilia-Romagna (le regioni col maggior distacco tra di loro) c’è un rapporto tra i rispettivi costi della vita pari a 100/186 (costo della vita in Emilia maggiore dell’86 % rispetto a Calabria o Sicilia).

[66] C. Trigilia, in “Sviluppo senza autonomia”, Il Mulino, Bologna,1992, pag. 47: “…[il  Sud] nel 1988, con una popolazione del 36 % produce il 24 % del reddito del paese”.

[67] Ė il caso di osservare che, usando la tecnica PPA, queste “anomalie” (chiamiamole così) contabili non potrebbero venire alla luce. I conteggi eseguiti con la tecnica PPA indicherebbero solo un lieve differenziale tra Nord e Sud nel costo della vita (lieve, perché siamo nello stesso sistema di prezzi), e non metterebbero mai in evidenza il gigantesco differenziale di capacità produttiva.

[68] In realtà questo modello di calcolo che propongo, che qui ho semplicizzato per necessità espositiva, è persino “benevolo” nei confronti del Sud. Qui si sono assunti, come s’è visto, gli stessi rapporti ipotetici tra beni e servizi prodotti, al Sud come al Nord. Ma noi sappiamo, invece, che le economie meno produttive presentano un rapporto beni/servizi minore rispetto a quelle più produttive. Non solo. Coi dati Istat più recenti e maggiormente disaggregati (e li vedremo più avanti), nei quali è possibile a esempio scorporare l’edilizia, che, quale industria locale, è da considerarsi in gran parte frutto di indotto, il differenziale di capacità produttiva tra Nord e Sud (nonché il “prelievo” al Nord) risulta ancora maggiore. Senza tener conto, infine, del fatto che al Sud ci sono non poche “industrie”, statali o fruenti sussidi statali, “aiutate” o addirittura “tenute in piedi” al solo scopo di “dare lavoro”. Di quelle – di quanto costano – non darà mai conto nessuna statistica.

[69] L’unica regione che produce servizi “esportati” (nel resto del Paese) è il Lazio, grazie alla capitale politico-amministrativa, Roma. La cui popolazione cittadina comprende i 3/5 (ma l’area metropolitana quasi 4/5) della popolazione dell’intera regione. E del Lazio vedremo più avanti.

[70] L’abitante del Lazio, poi, di un reddito superiore a quello medio della Padania.

[71] Qui, infatti, c’è da fare attenzione a un altro trabocchetto statistico. Il Sud riceve probabilmente (non ci sono dati certi, al riguardo, ma solo stime controverse) in assoluto meno servizi pubblici (e forse meno spesa pubblica) che il Nord. Da qui – da questo dato – si potrebbe trarre (e qualcuno ne trae) che il Sud non solo riceve meno di “quel che gli spetta”, ma addirittura “mantiene” il Nord. Nulla di più falso. Se anche il Sud riceve (ma è ancor da dimostrare) una quantità assoluta di servizi pubblici minore di quella che riceve il Nord, ne riceve comunque una quota ben maggiore (e questo è un dato certo) rispetto a quel che produce.

[72] Che li vogliamo considerare al lordo o al netto delle imposte dirette (“Irpef”), ai fini del nostro raccontino cambia poco. E’ ovvio comunque che sono da intendersi (non può esser diversamente) al lordo delle imposte indirette.

[73] Quella discriminazione tra gli occupati e i disoccupati di Ecotopia dovrebbe apparirci odiosa, non solo perché i disoccupati vi sono più numerosi che altrove (una discriminazione più diffusa, quindi), ma anche perché è più intensa. Il costo della vita al Sud è più basso che al Nord, lo confermano innumerevoli indagini statistiche. Infatti, nonostante i salari degli ecotopiani siano ufficialmente uguali, permangono molti attriti nel mercato del lavoro (specialmente tra chi è protetto e chi no), il che fa sì che molte merci, soprattutto i servizi, vi costino di meno. Come in tutto il Sud: con lo stesso reddito (la stessa quantità di moneta, lo stesso stipendio), al Sud si acquistano più merci che al Nord. La differenziazione (discriminazione), quindi, tra chi è occupato e chi no, in Ecotopia è più grave, più iniqua.

Sicché la “vittoria di Melfi” (così l’hanno cantata gli aedi della sinistra), con la quale, grazie alle proteste e dimostrazioni che abbiamo visto nei telegiornali, i dipendenti dello stabilimento Fiat di quella cittadina lucana sono riusciti, nel maggio 2004, a ottenere la completa parificazione salariale con gli stabilimenti del Nord (a Melfi vigeva un contratto speciale, con salari minori), è forse stata, sì, una vittoria di quei lavoratori. Ma pagata dagli altri abitanti, dagli altri lavoratori della zona, anzi di tutto il Sud. Perché ora vi sarà più difficile trovar lavoro. Più difficile sarà, infatti, che imprenditori locali o venuti dal Nord siano incentivati a installarvi nuove aziende, o ingrandire quelle esistenti. Accadrà, insomma, che su tre lavoratori meridionali disponibili al lavoro, se ne impieghino due, agli stessi salari che al Nord. Il terzo dovrà rimanersene disoccupato. In nome dell’equità.

[74] In effetti, essendo i redditi di Ecotopia per gran parte formati da salari  e stipendi del settore pubblico, è lecito presumere che l’evasione fiscale (delle imposte dirette) vi sia alquanto bassa.

[75] “I redditi distribuiti dal Nord al Sud vengono in gran parte spesi dai meridionali per acquistare prodotti che vengonod  dal Nord”: Mario Deaglio, citato su “Sette”, allegato al “Corriere della Sera” del 16.05.96. 

[76] Qualsiasi discorso “culturale” – sulle differenze culturali tra Nord e Sud nel nostro Paese – finisce sempre per svolgersi (e poi impaniarsi) all’ombra di un sospetto di razzismo. Sarebbe ora di liberarcene. La razza (i geni ereditati) non ha nulla a che vedere con la cultura. Questa è appresa tramite l’educazione, e tramite l’educazione può venir modificata. (La verità è che quelle accuse di razzismo sono funzionali. Il razzismo essendo oggetto biasimato, condannato dalla storia, quelle accuse servono per squalificare le argomentazioni degli avversari – per poco che vi possa trovare un “aggancio” paralogico.)

Comunque, anche considerando la presenza di razzismo nella Lega (in effetti ce n’è, pur se è difficile quantificarlo), si potrebbe dire che è comunque preferibile chi fa (o propone) la cosa giusta per delle cattive ragioni, che non chi fa (o propone) la cosa sbagliata per delle buone ragioni (ma saranno poi veramente buone – sincere e oneste –, quelle ragioni?).

[77] Ė specialmente il fatto che a Ecotopia i lavori, non solo più abbondanti ma anche più desiderabili siano (a causa di quegli attriti nel mercato del lavoro cui ho accennato in una nota poco sopra) quelli offerti dal settore pubblico (nell’Amministrazione Pubblica), impieghi con paghe maggiori della norma (e, oltre che più confortevoli, non  di rado assimilabili a delle piccole rendite, delle quasi-sinecure), a far sì che vi sia così diffusa quella trista piaga della “raccomandazione”, che tanto avvilisce e corrompe la società meridionale (anche se qualcuno la scambia per una espressione di solidarietà). Quando il salario (alcuni salari, non tutti) è fuori delle regole del mercato, non può che divenire un privilegio (se i salari – tutti – seguissero le regole del mercato, non ci sarebbe alcun bisogno di farsi raccomandare). Certo, il (mal)costume della raccomandazione è presente anche al Nord, ma in dimensioni (ed effetti morali) di gran lunga più ridotte. Perché al Nord, grazie al maggior livello occupazionale, l’impiego nel settore pubblico (locus tipico della raccomandazione) non è un privilegio (da concedere – magari centellinandolo, come teorizzava un noto marpione politico meridionale – sempre in cambio di qualcosa).

[78] Se qualcuno, rammentando il rapporto indicato all’inizio del Capitolo, di 2,4 (esattamente 2,42), si ritrova un po’ perplesso, faccio presente che quelle cifre erano riferite al ’91, e, come già detto, ogni anno che passa la situazione peggiora (il distacco tra le due aree del Paese aumenta). Comunque sussistono (e anche questo è stato già detto) differenze, anche consistenti, tra una fonte e l’altra. L’Istat nel ’91 presentava dati differenti da quelli (che ho usato sopra) dell’Ist. Tagliacarne. L’Istat nel ’91 rilevava servizi al Sud in quantità un po’ minore di quel che invece rilevava l’Ist. Tagliacarne. Infine, in questi ultimi dati ho escluso dai conteggi – come mi sembra giusto – l’industria edilizia.

[79] Si potrebbe darne prova con una semplice simulazione, ma non ne varrebbe la pena (si tratta di un’ipotesi puramente accademica). Qualcuno però potrebbe trarne spunto, per inferirne la cogenza dell’attuale sistema: se il Sud, senza quel travaso di ricchezza, si ritroverebbe con un mare (il 50, o 60 %?) di disoccupati, allora… è meglio lasciare tutto com’è adesso (altrimenti sarebbe un disastro, no?).

[80] I progetti leghisti di qualche anno fa, di divisione del Paese in tre zone, Nord, Sud e Centro, non tenevano conto delle condizioni del Lazio. Se il Mezzogiorno, lasciato privo (ipotesi puramente accademica, è ovvio) del flusso di risorse dal Nord, vedrebbe diminuire in modo consistente il proprio reddito (e gli sarebbe cosa senza dubbio sgradevole da affrontare), il Lazio è una regione che, “lasciata sola”, verrebbe a trovarsi in una situazione di gran lunga peggiore. Perché il Lazio (ovvero Roma) “vive” letteralmente di amministrazione pubblica. Ma non sono solo i progetti (ormai passati nel dimenticatoio) della Lega, a non far di simili conti. Anche le ipotesi federaliste di altra provenienza, sia quelle serie (poche) che quelle “di facciata” (progetti di decentramento amministrativo spacciato per federalismo), non tengono conto della situazione del Lazio. Il trasferimento di competenze, non politiche ma semplicemente amministrative, alle altre regioni sarebbe per il Lazio una tragedia, una crisi economica spaventosa. A un paese federale (anche solo “finto federale”, ovvero ad amministrazione decentrata) basta e avanza una capitale politica di due o trecentomila abitanti. Degli altri 2'700'000 romani che ne facciamo?

[81] Dati desunti (tranne quello del ’91, dell’Ist. Tagliacarne) dagli annuari Istat. Per l’81 e il ’72, poiché all’epoca l’Istat usava parametri diversi da quelli usati negli anni più recenti, ho elaborato dei coefficienti di adattamento. Ritengo che i risultati che presento siano quanto di più ragionevolmente vicino alla realtà si potesse ottenere.

[82] Un esempio, tra i cento possibili. Nel già citato “Sviluppo senza autonomia” di C. Trigilia, a pag. 38 si legge: “Per quanto possa sorprendere, il divario relativo [tra Sud e Centro-Nord] nella capacità di produzione di beni e servizi è … rimasto sostanzialmente immutato”. Più avanti, a pag. 47, si ribadisce: “il suo [del Sud] contributo complessivo resta praticamente al livello dei primi anni ’50…”. Ecc., ecc.

[83] Per ora (ça va sans dire), però, lo è. Praticamente nessuno (nemmeno gli elettori leghisti) immagina che il travaso da Nord a Sud sia di una tale entità. E finché non la si conosce, la gente séguita a vivere tranquilla (“occhio non vede…”).

[84] Oggi la Lega Nord, trasformata in partito di governo, sembra aver abbandonato, insieme coi toni “bossiani”, le velleità secessionistiche – si direbbe in cambio di alcune poltrone (tra le più scomode) nella stanza dei bottoni. Ma fino a quando durerà  (la “bonaccia”)? Perché la realtà fattuale è che quelle contraddizioni del nostro sistema – quelle che avevano prodotto il “fenomeno Lega” – non sono state affatto sanate, bensì solo messe (per il momento?, per qualche “manovra tattica”?) da parte: rimosse. Ma permangono. E prima o poi, come l’ombra di Banquo al festino di Macbeth, torneranno a farsi vedere. E sentire. 

[85] Qualcuno potrebbe qui obiettare che non abbiamo tenuto conto del “sommerso” dell’economia (la produzione “sommersa”), presente al Sud in proporzioni senza dubbio maggiori che al Nord. Per cui quelle stime sui rapporti di produttività tra Sud e Nord che abbiamo presentato sarebbero da correggere (di quanto? Chi lo misura, il “sommerso”?). A parte che al Sud è presente anche (come abbiamo rilevato) non poca “industria” che sopravvive solo grazie a sussidi e sovvenzioni, industria che compare nelle statistiche ma sarebbe in realtà da escludere (e presente forse in quantità tale da ben compensare, già da sé, il differenziale di sommerso tra Sud e Nord); a parte che il sommerso è produzione che non paga le imposte (perlomeno una parte, quelle dirette), e quindi l’esistenza di una gran quantità di sommerso al Sud significa che, quanto meno sotto l’aspetto fiscale, il “peso” gravante sul Nord è forse ancora maggiore (di quello finora ipotizzato); a parte tutto ciò, resta che il sommerso tende ad abbondare, non nelle attività industriali (quelle che, come s’è detto, trainano l’economia) bensì piuttosto nei servizi (indotto) – settore in cui l’occultamento è più facile (le fabbriche si vedono). D’altra parte, se al Sud esistesse un cospicuo sommerso industriale, la sua presenza verrebbe rilevata (anche indirettamente) da alcune statistiche (a esempio quelle sull’importazione di prodotti greggi). Così non è. Il “sommerso” del Sud è composto prevalentemente da servizi. Quindi, la presenza anche di una cospicua quantità di sommerso nell’economia del Sud non sposta sostanzialmente i termini del nostro problema.

[86] Che il regno Borbonico fosse spaventosamente arretrato (lo era eccome, checché cerchi di raccontarci oggi certa letteratura meridionalistica, focalizzando l’analisi su taluni elementi, veri sì ma marginali o poco significativi, come a esempio il fatto, spesso e volentieri citato, che, mentre le casse del Regno del Sud erano stracolme di denaro, il Regno piemontese era ingolfato nei debiti, risultato delle innumerevoli guerre sostenute), ci se n’era accorti subito. C’è una lettera di Cavour (morto, come si sa, nel giugno 1861, quindi non molto tempo dopo la conquista del Regno delle Due Sicilie) diretta al Re, concernente il “problema del Sud” (già all’ordine del giorno), una lettera in cui, dietro l’ottimismo di facciata (di rigore, in quel momento), traspare tutta la preoccupazione per quel problema incombente. Soprattutto, individuandone già bene i termini: quelli di un problema di differenze culturali. (Per la cui soluzione Cavour, non senza quella che oggi appare un po’ come un’ingenuità, suggeriva la formazione di numerose Scuole Politecniche – atte a rendere più “tecnica” (meno “umanistica”) la cultura meridionale: tanti Politecnici [suggeriva], e nel giro di vent’anni quelle [le province meridionali] “diventeranno [così spiegava alla “Vostra Maestà”] le province più prospere del Regno”.)

[87] Il maggiore handicap del Mezzogiorno (ai fini della sua industrializzazione) è stato, secondo il parere di non pochi studiosi, la scarsità di risorse idroelettriche (rispetto al Nord). E’ noto che verso la fine del XIX secolo la nostra industria settentrionale ha registrato (insieme con quella di paesi come la Svizzera, la Svezia, la Norvegia) un vero e proprio “boom”. Perché è stato in quel torno di tempo che la tecnologia, rendendo più economico l’uso dell’energia di origine idroelettrica, ha consentito a paesi poveri di carbone ma ricchi (relativamente ricchi, dovremmo dire, ché tutto il potenziale idroelettrico italiano equivale all’incirca a quello della Svizzera) di cadute d’acqua, di industrializzarsi più rapidamente. E’ il caso di rilevare, però, che quel “vantaggio competitivo” del Nord è durato soltanto poco più di un cinquantennio (circa 1890-1950), e che da ben prima di quell’epoca (del 1890) il Nord si presentava già molto più industrializzato del Sud; e che anche successivamente, ovvero nell’ultimo cinquantennio, da quando cioè la presenza di risorse idroelettriche non ha più praticamente importanza (il petrolio, quasi tutto d’importazione, è oggi la nostra principale fonte energetica), il Sud ha seguitato ad arrancare, senza mai riuscire ad avviare un suo sviluppo autonomo.

[88] A esempio, uno dei teoremi che era andato (e che va ancora, presso molti storici) per la maggiore, è stato quello che la legislazione economica del secolo XIX abbia favorito, specie coi dazi doganali protettivi, l’industria (e quindi il Nord industriale) a scapito dell’agricoltura (a spese quindi del Sud agricolo). Ma questo teorema, pompato per decenni (e da cui è stato fatto discendere, quale “corollario”, una specie di “diritto d’indennizzo” del Sud nei confronti del Nord), si rivela, per poco che ci si rifletta su, una solenne sciocchezza. I dazi protettivi del XIX secolo erano tesi a favorire e promuovere, non l’industria settentrionale bensì l’industria (nell’ipotesi, tutto sommato fondata, che solo lo sviluppo industriale avrebbe potuto accrescere la ricchezza del Paese), a Nord o a Sud che fosse. Che l’industria si sia sviluppata soltanto al Nord non significa che ne venisse impedita al Sud. Questo ha anzi sempre goduto di non pochi vantaggi logistici al riguardo: il principale vettore energetico del secolo XIX e della prima metà del XX, il carbone (di cui, come si sa, il nostro  territorio è pressoché privo, e che veniva quasi tutto importato dal Regno Unito), trasportato prevalentemente per via mare, costava molto meno a Napoli o Palermo che a Milano o Torino, dove arrivava dopo un costoso tragitto ferroviario (per una merce quale il carbone il trasporto incideva fortemente sul prezzo: basti dire che dal Regno Unito ai porti italiani il suo prezzo quintuplicava. E per ferrovia i costi erano di gran lunga maggiori che per via mare). Eppure Milano e Torino, pur con maggiori costi energetici, si industrializzavano, mentre Napoli andava perdendo quel poco d’industria (protetta) che aveva avuto sotto i Borboni.

[89] Qualche parola sulla teoria dei “poli di sviluppo” (archetipo delle strategie d’intervento del dopoguerra), con la sua sciagurata conseguenza del programma di creazione dei centri siderurgici (programma fortunatamente rimasto a metà, ché lo spreco avrebbe potuto essere ancora maggiore): come si rammenta, secondo quella teoria i “poli”, segnatamente i centri siderurgici, avrebbero dovuto generare (per “polluzione”) la formazione intorno a sé di una miriade di industrie. Così non è stato. I “poli” sono rimasti a fare da sentinelle (o “cattedrali”) nel deserto. Quella teoria è un esempio da manuale di quel che potremmo chiamare “inversione del giudizio” (ovvero inversione, nella comprensione, della reale direzione causale, in questo caso dei processi economici): non sono i poli, centri siderurgici o altro, a generare industrializzazione, bensì è l’industria (già presente) a suscitare la formazione dei centri (poli) siderurgici o altro che siano. (La verità è che i “poli” servivano ad attirare l’attenzione: dovevano dar l’impressione, come un tempo le “opere del regime”, che si stavano facendo grandi cose. I “poli” servivano a creare, non posti di lavoro ma voti.)

[90] Forse val la pena citarne l’innocente plagio di Fassino, in un suo articolo su “l’Espresso” n° 35/2004 (pag. 36): “…scommettendo sul Mezzogiorno, visto non più come un problema, ma come ‘soluzione’”.

[91] Un’indagine su genesi e motivazioni ci condurrebbe troppo lontano, tuttavia un accenno può interessare. Occorre risalire la storia delle nostre genti, fino a epoche passate, di violenze subite e servilismo necessitato dall’impotenza. In quelle epoche la furberia si rivelò mezzo di sopravvivenza, efficace arma di difesa dall’arroganza dei forti e prepotenti, sia esterni che interni (nonché, probabilmente, “medicina mentis”, razionalizzazione autoconsolatoria del debole che doveva subire le soperchierie del forte: lui è forte ma io sono furbo). E’ da lì che è originata, non solo la furberia quale “tratto distintivo nazionale” (spesso confusa con l’intelligenza, con la quale invece non ha nulla a che spartire) ma – qui sta il peggio – la sua approvazione sociale. Col tempo noi siamo divenuti orgogliosi di essere furbi: qui da noi si apprezza la furberia, esattamente come in altre culture, in altri paesi si apprezza il coraggio o l’onestà o il senso di responsabilità. La legittimazione sociale di quel tratto caratteriale, all’inizio dovuta alla necessità – una specie di compenso, di diritto morale del debole nel suo rapporto con il forte –, è rimasta poi (come succede spesso) “attaccata” a quel carattere. Che ha finito per esser considerato “buono in sé”: il “furbo che frega il fesso” qui da noi si sente portatore di una funzione positiva, quasi una missione. Al suo comportamento, alla sua azione si séguita ad attribuire una sorta di quasi-approvazione morale. Un tempo perché la specie-fesso era composta di prepotenti, oggi perché è composta… di fessi. Il nostro vero Eroe nazionale non è Garibaldi, il “biondo eroe dei due Mondi”, ma Bertoldo, colui che regolarmente “fregava” il re Alboino.

(Ed è sempre quella, la furberia, il “tratto caratteriale nazionale” per il quale siamo meglio conosciuti all’estero. Quello stesso “tratto” che faceva dire al Verri nel 1769: “A forza di voler essere furbi diventiamo il rifiuto d’Europa dopo esserne stati i maestri”. Perché – strano ma vero – all’estero la furberia è una qualità per nulla apprezzata.)

[92] Insieme con le immagini di cui si nutre. Un esempio è quello del “Paese a due velocità”, immagine che tanta fortuna ha avuto negli ultimi anni. Un’immagine, più che fuorviante, dannosa perché introduce, surrettiziamente, l’idea che la soluzione al problema potrebbe essere un “traino”: se la parte più lenta del sistema viene posta a rimorchio di quella più veloce (mantenendo quindi i due sottosistemi uniti), verrebbe a prodursi una velocità media tra le due. Invece no. Se si rimane nello stesso sistema di prezzi (e ci si deve rimanere, per consentire il “traino”), la “parte veloce” perde velocità (perde risorse), senza che ciò conferisca alcun vantaggio alla “parte lenta”. 

[93] E’ il caso di osservare che fino a non  molti anni fa nel nostro “sistema d’idee” era presente anche questo paradigma. Ovvero capitava di sentir esprimere, sia nei discorsi tra la gente che nell’insegnamento scolastico e addirittura in non pochi studi specialistici, la tesi che con l’unificazione nazionale l’apparato produttivo del Regno del Sud, più debole di quello settentrionale, aveva subìto un duro colpo, dal quale non era più riuscito a riprendersi. Insomma, la tesi che l’unione di due sistemi di differente capacità produttiva era stata dannosa, proprio per la parte più debole. Ma da una quindicina d’anni – da quando è presente sulla scena politica la Lega Nord – quel teorema è stato cancellato dai discorsi, rimosso. Reso tabù.

[94] Un altro lascito dell’ideologia economica marxista è la tesi che le differenze di ricchezza (di reddito) che vien dato registrare tra soggetti in rapporti economici tra di loro, siano sempre dovute a (qualche forma di) sfruttamento (il soggetto più povero non può che esser tale perché sfruttato dal più ricco). Ritenendo altresì inammissibile l’opposto: il povero (la parte più povera) non può sfruttare il ricco. (Un paradigma mentale, questo, ritenuto valido anche nell’analisi della situazione economica mondiale: secondo tale tesi la causa della povertà di tanta parte del mondo, dell’esistenza dei paesi poveri, non può che risiedere nel fatto – nell’esistenza anzi – dei paesi ricchi.)

[95] C’è quindi anche una ragione, di natura diciamo così psicologica, a rendere più desiderabile questa via. Il rapporto psicologico tra Nord e Sud nel nostro paese è (inutile negarlo) poco felice. Fin dal momento dell’unificazione s’è prodotta una seria di dissapori. Da oltre un secolo, da Nord si guarda al Sud in modi poco benevoli, per non dire razzisti. Non di rado il Mezzogiorno viene visto come una “palla al piede”, e i suoi abitanti come dei furbastri che “hanno trovato il modo di farsi mantenere”. Mentre da Sud si guarda al Nord con risentimento, col rancore di chi si sente ingiustamente trattato (come “cittadino di serie B”), se non magari sfruttato (e il minor reddito sembra proprio confermarlo). Il “politically correct” imperante non può nulla contro questi sentimenti; può giusto impedire che si esprimano apertamente, il che vuol dire che può solo rimuoverli, non farli sparire). Ma se il Mezzogiorno riuscisse a “riscattarsi” con le proprie forze – i.e. iniziare a progredire in modo autonomo, senza più bisogno di ricorrere alle “politiche dei sussidi”, i suoi abitanti ne guadagnerebbero, non solo in reddito ma in dignità (e ritengo che questa sia una cosa che gl’interessa forse più del reddito): in rispetto, da parte di se stessi e da parte degli abitanti del Nord del paese. Così finalmente si smetterebbe, al Nord, di guardare al Sud con quell’aria di degnazione irritata che tanto offende, si smetterebbe di pensare ai meridionali come a dei furbastri scansafatiche. Quel cliché sparirebbe finalmente dal nostro immaginario sociale. Non perché lo vuole il politically correct, ma perché confutato dalla realtà fattuale. (Giova rammentare che fino a non molti anni fa nel Nord-Ovest si pensava ai veneti quasi allo stesso modo che ai meridionali. Ma da quando il Nord-Est ha avviato il suo sorprendente sviluppo, quel modo di pensare è mutato. I cliché si possono invalidare, si possono far cambiare. Non per generosità d’animo o per mezzo di decreti politici, bensì dimostrandone, coi fatti, la falsità.)

[96] E’ possibile (e sperabile) che proprio tale contingenza, il negoziato sul valore da assegnare alle singole monete prima di trasformarle nel segno monetario comune (l’euro), con la conseguente ricerca di elementi, di riferimenti atti a far da parametro nel negoziato medesimo, faccia capire a tutti che il migliore, anzi l’unico parametro realmente oggettivo (il riferimento più idoneo per determinare il valore delle monete dei paesi candidati all’ingresso nell’UE) è quello dato dalla (capacità di) produzione dei beni.

[97] Proviamo a metterlo in forma di “problemino etico-economico”: diciamo che al Sud ci sono 10 milioni di lavoratori, dei quali 8 milioni occupati a un salario medio (uguale a quello del Nord) di € 1'500 al mese, e 2 milioni disoccupati (a reddito zero). Si domanda: è più giusto un tale sistema (“a pari lavoro, pari salario”), o non sarebbe forse meglio, con lo stesso “monte salari”, impiegare tutti i 10 milioni di lavoratori disponibili, a un salario medio di € 1'200 al mese?

E c’è pure il risvolto economico. 10 milioni di occupati produrranno indubbiamente maggiore ricchezza che non 8 milioni (anche lasciando invariata la dotazione di capitale strumentale).

[98] Se notate, i discorsi (o anche solo gli accenni) sulle “infrastrutture” sembrano riscuotere sempre successo. Il perché, credo risieda in alcuni motivi di facile intuizione. Prima di tutto, l’indicare nelle infrastrutture (nella loro scarsità) la causa del sottosviluppo del Sud, evita di dover attribuire colpe a chicchessia (è quindi un discorso politically correct). In secondo luogo, conferisce un’aria “tecnica” al discorso (e a chi lo enuncia). In terzo luogo, piace a molti degli ascoltatori: agli imprenditori edili (meridionali o settentrionali che siano), perché le infrastrutture essendo costituite principalmente da opere pubbliche (strade, ponti, porti, ecc.), vi si staglia l’immagine di grandi commesse statali (con lauti guadagni: è, questo, un settore in cui si guadagna di norma più che non altrove); ai politici (che nelle opere pubbliche possono trovare motivi di pubblicità, di propaganda, quando non addirittura prospettive di clientelismo e riscossione di tangenti); piace, infine, anche a molti elettori (specie quelli disoccupati), perché vi sognano, con l’apertura dei cantieri, la possibilità di ottenere subito dei posti di lavoro. Insomma, parlare di “infrastrutture” significa parlare di tanti soldini da distribuire. Che il problema del Sud dipenda dalla scarsità di infrastrutture, è in realtà una fola. In gran parte del  Mezzogiorno di infrastrutture ce n’è più che a sufficienza per l’industria leggera (quella che appare più “consona” al Sud) – che però séguita a non svilupparsi. (Del resto, che la formazione di infrastrutture non serva affatto a “favorire” o “richiamare” aziende, lo dimostra in modo plateale il caso dell’Irpinia. Nell’Irpinia del dopo-terremoto sono state create – con oltre 100'000 Mld-lire di spesa, si dice in giro – forse più infrastrutture che nella provincia di Milano, ma quella terra è oggi deserta di aziende come lo era prima.)

[99] Ma allora (se si perde ricchezza sia a Sud che a Nord), il “cui prodest” (il test per antonomasia di qualunque scelta, non solo politica) dove sta? La risposta è: nella classe politica e nei suoi clientes (ceti parassitari vari). Soggetti che sono in grado di convincere il resto della popolazione. La più gran parte della popolazione del Sud è difatti convinta di trarre beneficio (che l’intera popolazione meridionale tragga beneficio) dall’attuale situazione, da quel gigantesco travaso di risorse da Nord a Sud. Potenza della propaganda – quando riesce a far leva sui paradigmi del senso comune. 

[100] La scarsa efficacia dei provvedimenti di tipo compensativo non è dovuta tanto all’incapacità (o, peggio, alla “cattiva volontà”, o alla “disonestà”) degli esecutori (politici e funzionari pubblici preposti), come si è tentati comunemente (e un po’ frettolosamente) di credere, quanto piuttosto alla natura (“intrinseca”, potremmo dire) dell’intervento – alla sua tipologia. Il provvedimento compensativo non può essere mirato alle singole aziende (quando lo è, o si cerca di renderlo tale, apre la strada ai privilegi clientelari), ma solamente alle categorie, le più vaste che sia possibile. Solo che in tal modo si finisce col premiare (concedendo sussidi, o sgravi fiscali, o altro che sia) a una quantità di aziende (quelle “in buona salute”) che non ne hanno alcun bisogno. Producendo così sprechi di risorse. Il provvedimento di tipo compensativo, inoltre, finisce spesso per dirottare le energie, le capacità delle aziende verso le attività sussidiate. Purtroppo (per il Sud e per il Nord), il Politico è costituzionalmente portato alle “strategie dei sussidi”. I sussidi gli portano voti e clienti. L’attuazione di un diverso sistema di prezzi (che sarebbe un automatismo), no. 

[101] Il fatto che al Sud esista un po’ di industria, a qualcuno può dare l’impressione che sia possibile avviarvi lo sviluppo economico senza bisogno di dover ricorrere a quel drastico provvedimento, della separazione in  due diversi sistemi di prezzi. Che al Sud aziende industriali ce ne siano sembra voler dire che le condizioni per la loro esistenza (la possibilità della competitività) ci sono.  Si tratta di un grossolano errore. L’industria presente al Sud è solamente quella che gode di “posizioni di rendita”; sono queste che le consentono di esistere, e di essere competitiva. Posizioni di rendita che non consistono necessariamente in sussidi o privilegi: anche una eccezionale capacità imprenditoriale (di cui ci sono gli esempi) può conferire una posizione di rendita. Ma si tratta, appunto, di pochi esempi.

E’ da osservare altresì (per dirimere un altro equivoco, frequente quando si discute il tema in argomento) che effetti simili a quelli delle rendite di posizione possono ottenersi anche in altri modi: a esempio incrementando, negli investimenti, il capitale strumentale (unitario: per addetto). Aziende capital intensive (a elevata quantità di capitale per addetto) possono infatti, non solo sopravvivere ma anche prosperare, persino nelle aree più “depresse”. La scarsa redditività di taluni fattori produttivi (del lavoro locale, oppure del tessuto industriale o infrastrutturale circostante) vi viene compensata dall’incremento di altri fattori (del capitale, appunto: insomma, una bella fabbrica automatizzata può venir installata anche in India, e presentare un bilancio in attivo). Dovrebbe essere però superfluo rilevare che una tale pratica presenta convenienze solo apparenti. Lo spreco di capitale che ne consegue (che significa impiego subottimale anche del fattore lavoro: cioè meno posti di lavoro) la sconsiglia decisamente.

[102]  Ė tuttavia fattibile l’elaborazione (e la presentazione, sia agli abitanti del Sud che al Paese intero) di un modello economico in cui, grazie alla riduzione prevedibile del costo della vita (del costo dei servizi, conseguente alla svalutazione della sua moneta) al Sud, risulti possibile seguitare a conferirgli (conferire ai suoi abitanti) la stessa entità reale di aiuti attuale, se pur diversamente ripartita, a un costo minore (per gli abitanti del Nord, s’intende) di quello attuale. (Tenendo altresì presente che, a differenza di altri provvedimenti, la svalutazione monetaria consente di “spalmare” i sacrifici – ché alcuni sacrifici ci sono, è inutile nasconderselo – su tutta la collettività, in modi, non solo abbastanza egalitari, ma si potrebbe anche dire “sociali”: infatti i beni di base – alimentari, pigioni, ecc. – sono proprio quelli che la svalutazione della moneta meridionale farebbe ridurre maggiormente di prezzo.)

[103] Come tutti gli economisti sanno, il “segreto” dei “miracoli economici” (se non di tutti, certamente della più gran parte) degli ultimi decenni, da quello del Giappone a quelli delle “tigri” del Sud-Est asiatico fino alla Cina di oggi, sta proprio qui: in una moneta tenuta costantemente (anche per decenni, come nel caso del Giappone) un poco al disotto del suo valore reale. Che significa esportare in abbondanza, significa aziende che lavorano a tutto vapore. (D’altronde, la pur modesta, oltre che necessitata, svalutazione della nostra lira nel ’92, non ha forse dato origine, come tutti rammentano, a un “mini-boom” economico? E il “boom” dell’economia argentina, in atto da quando ha svalutato il suo Peso?) Non per nulla il FMI vieta espressamente le cosiddette “svalutazioni competitive”.

[104] E’ quel che temevo qualche anno fa, all’epoca della prima stesura di questo saggio (e infatti così ho scritto in quella stesura). Il fatto che non si sia verificato nessuno sfascio (cosa di cui sono, ovviamente, più che lieto) non sta però a indicare che ogni pericolo sia ormai scongiurato (per ogni tempo a venire). Tutt’altro. Il sistema séguita a viaggiare, per così dire “con una gomma a terra”, e il rischio rimane incombente – anche se la popolazione non lo sa.

Per cui sembra lecito affermare che quel rischio (di “sfascio”, non solo – o non tanto – economico quanto sociale e politico) rimane minore (e il sistema politico-sociale permane entro la “soglia di sicurezza”) proprio perché la gente non sa (non sa nulla, sia del gigantesco prelievo di ricchezza sottratta al Nord per alimentare il Sud, sia della scarsa capacità produttiva di questo), e permane minore finché la gente non sa. Finché, a esempio, quel gigantesco travaso di risorse da Nord a Sud rimane ignorato pressoché da tutti  (oppure noto – perché noto lo è – solamente a pochissimi soggetti, tra cui alcuni addetti ai lavori), è lecito supporre che il sistema politico-sociale rimanga “tranquillo” (“in sicurezza”); ché, se la gente (il “popolo”) ne venisse a conoscenza (venisse a conoscenza dell’entità di quel prelievo), c’è da temere qualche “turbolenza sociale” (se non proprio le barricate sulle strade, quantomeno un tasso di scontento difficile da gestire). Se le cose stanno così (e tutto fa supporre che stiano proprio così), allora è pure lecita l’ipotesi che in “alto loco” si sia deciso, al riguardo (riguardo a questi problemi), di “tacere”: si sia cioè deciso che, per mantenere la situazione sociale e politica “sotto controllo”, è meglio che “la gente, certe cose, non le sappia”. Una scelta politica, questa, che, ai fini della tranquillità sociale, sembra avere una sua giustificazione. Ma a mio (e spero di poter dire anche nostro, di tutti coloro che mi hanno seguito fin qui) giudizio la democrazia richiede, esige anzi, che la gente (quel che un tempo si chiamava “il popolo”) sappia tutto: anche ciò che la potrebbe “turbare”. E che nessuno decida per essa quel che può (o deve) sapere o no.

La separazione del Sud dal Nord è una questione, prima ancora che economica, morale.

[105] Il fatto è che se facciamo un’inchiesta tra dieci lavoratori napoletani, chiedendogli se ritengano giusto o no tenere a Napoli gli stessi salari che nel Veneto, i sette occupati (e sono la maggioranza) risponderanno certamente di sì. Gli altri tre forse non si osano, o magari pensano che una buona strategia sia quella di aspettare magari un po’ di più ma cercar di ottenere anch’essi, quando gli riuscirà di ottenerlo, un impiego alle stesse condizioni. E se poi qualcuno (qualche “anticonformista”) si dichiarasse disposto ad accettare una paga inferiore, verrebbe subito incolpato di una sorta di “crumiraggio”, e si prenderebbe delle bacchettate sulle dita: “Traditore della classe lavoratrice! Dobbiamo essere tutti uniti! Chi accetta di lavorare per meno danneggia gli occupati!”. Per cui il disoccupato (non scordiamo che è minoritario) deve mostrarsi “solidale” con chi il posto ce l’ha (l’unione fa la forza). E continuare a fare il disoccupato.

D’altronde anche l’imprenditore meridionale, quando gli capita di venir interrogato in proposito (magari davanti a una telecamera), si guarda bene dal dire che gradirebbe il ripristino delle zone salariali (che è in verità il pensiero che ha in cuore). Non può dirlo: s’inimicherebbe i propri dipendenti e i sindacati. Se viene richiesto di un parere, gli è più prudente (non si fa nessun nemico, anzi) chiedere piuttosto (mostrarsi favorevole alla politica) dei sussidi.

[106] Anche quella, all’epoca, era stata considerata una splendida “furbata”, per la quale il Capo di allora era stato particolarmente ammirato – specialmente al momento dell’entrata in guerra (“Che furbo, il nostro Duce! I tedeschi hanno fatto tutto il lavoro, e noi ora andiamo a dividere il bottino!”). Salvo poi pentirsi, pochi anni dopo.

[107] Per dirla in un altro modo (le note servono anche a questo, e il punto in argomento mi sembra veramente importante; tanto più che sono in molti, quelli rimasti convinti che il nostro “ingresso in Europa” sia stata un’operazione non solo vantaggiosa, ma di alta sagacia e capacità politica), noi siamo riusciti a comportarci in un modo al tempo stesso disonesto e sciocco. Disonesto, perché abbiamo mentito ai nostri partner europei, facendogli credere che il nostro Sud sia più produttivo di quel che realmente è. Sciocco perché così facendo rinunciamo, sia agli aiuti dovutici dall’UE, sia (soprattutto) a ottenere per il nostro Sud le condizioni di competitività che gli spettano (un suo specifico, diverso rapporto di cambio con l’euro). E’ ormai ben poco probabile che si possa  rimediare al gigantesco guaio combinato,che si possa rinegoziare ora il vantaggio comparato spettante al nostro Sud: l’ingresso in Europa (a quelle condizioni) è stato, per il nostro Paese, e in primis per il nostro Mezzogiorno, una grande occasione perduta. (D’altronde, lo diceva già Henry Kissinger: “Il difetto degli italiani è di credersi troppo furbi”.)

[108] E’ il caso di rammentare (anche se dovrebbe esser cosa nota a tutti) che l’Unità d’Italia fu progettata – e attuata – al fine di ottenere la “massa critica” umana per poter svolgere (a maggior gloria del Paese, e soprattutto della Dinastia) una politica di Grande Potenza (per poter, in buona sostanza, avere grandi eserciti e fare delle grandi guerre).

[109] E qui verrebbe da chiedersi: come mai ai nostri furbi non è ancora venuto in mente che, separando il Belpaese in più pezzi, potremmo fruire di più voti all’Assemblea del paesi membri dell’UE? (Ma se anche gli venisse in mente, si mettano pure tranquilli. Gli altri paesi membri non sono diretti da fessi.)

[110] Che il partito della Lega Nord sia nato e si sia ingrandito mentre si stava avviando il processo di unificazione europea, non è quindi un caso. Con l’avvio di quell’unificazione più vasta, il referente aggregante nazionale diviene (lo si capirà meglio col passare del tempo) sempre meno necessario. Oggi stanno avanzando sulla scena altri tipi di aggregazioni, quelli di regioni economiche (economicamente omogenee), che non necessariamente (come invece ci si attarda a credere) risultano coincidenti con le vecchie aggregazioni politiche (gli “Stati-nazione”). L’aggregazione politica di riferimento (il nuovo “Stato-nazione”) sarà sempre più l’UE. 

[111] E’ la cosiddetta “legge di Thomas” (dal nome del sociologo che l’ha enunciata). Che dice: “Se una cosa è ritenuta vera, le sue conseguenze [“comportamentali”, sarebbe il caso di specificare] sono reali”.

[112] Il cui merito (quando c’è bisogna riconoscerlo) va principalmente alla nostra intellighenzia. Perché gli intellettuali sono portati ad amare, più che i fatti o la cogenza delle cifre (queste anzi non di rado li infastidiscono: gli intellettuali non sono gente portata a “fare i conti”), le metafore suggestive, gli slogan immaginifici e misticheggianti  (“noi siamo da secoli calpesti e derisi/ perché non siam popolo, perché siam divisi…”). La nostra intellighenzia è naturaliter (per “affinità elettiva”, goethianamente parlando) portata a favorire (a inneggiare a) l’Unità. (D’altronde – non scordiamo – l’intellettuale opera nel settore dei servizi. Il che vuol dire che il suo reddito non dipende dalla maggiore o minore efficienza del sistema in cui vive: che le cose vedano bene o male nel Paese, è faccenda che non lo tocca. Per lui importante è piuttosto contentare, rendere soddisfatto il Politico.)

[113] E’ probabilmente vero che nel nostro Paese l’ethos nazionale non è stato “coltivato a sufficienza” (o forse “coltivato male”), in passato. In questo dopoguerra, poi, all’idea di patriottismo è stata messa la sordina (visto l’uso che ne aveva fatto il fascismo). E’ vero che non abbiamo avuto a disposizione “dieci secoli e quaranta re”, come diceva De Gaulle a proposito della Francia (la “Nation par excellence”), ma non necessariamente serve un’ammucchiata di secoli: nei giovanissimi USA c’è un forte sentimento di appartenenza (e, da notare!, senza bisogno di ricorrere, come s’è fatto in Europa, all’idea-mito di una comune discendenza: la “stirpe”). La verità è che da noi, pur esistendo una nozione (dell’esistenza di un sentimento non sono sicuro) di italianità (che, oltretutto, ha ben più dei dieci secoli vantati dalla Cugina d’Oltralpe), il patriottismo non ha mai attecchito. Se si è fatta sempre tanta retorica patriottarda, è stato proprio per compensare quella deficienza, per tener celata quell’assenza. Il patriottismo richiede un’qffinità culturale – che da noi non c’è. E che non s’è formata perché, a onta di quello che cercano di farci credere i libri di storia, le due parti del Paese hanno avuto, fin dagli albori, storie sociali separate. Se all’epoca di Cesare l’Italia terminava al Rubicone, non era senza motivi. E anche in seguito le vicende storiche si sono svolte per vie più spesso separate che non unite. Mentre il Nord era un ribollire di popoli e invasioni, in una gran confusione politica, il Sud rimaneva parte, provincia di quell’Impero Bizantino noto per il suo misoneismo. Mentre al Nord si sviluppavano i primi liberi Comuni e le Repubbliche, Stati “commerciali” prototipi di quella rivoluzione borghese che ha poi mutato il volto dell’Europa e del mondo, ed esplodeva in tutto il suo attivismo la prima rivoluzione industriale, il Sud già al tempo di Federico II aveva scelto un’altra strada, l’involuzione nella fissità feudale. La storia ci ha divisi, più che uniti. 

Il punto più importante, tuttavia, è che è arduo far vivere (e far sopravvivere) l’idea patriottica in un paese di furbi. Il patriottismo presuppone reciprocità tra i membri della collettività, patriottismo significa potersi fidare gli uni degli altri, sapendo che si riceve ma anche si dà (si deve dare). E che non ci si “frega” a vicenda. L’idea di patria fa a pugni col familismo (più o meno amorale che sia) nostrano. Purtroppo, l’idea patriottica che si sta cercando di avviare (“promuovere”) oggi nel nostro Paese nasce sotto cattivi auspici – o, più propriamente, nel momento sbagliato. Quell’idea in sé nobile si presenta oggi all’ombra di un sospetto: il sospetto che una parte del Paese stia tentando di far “passare”, sotto gli stendardi della Patria, semplicemente i propri interessi, il proprio desiderio di continuare a “farsi mantenere”. Il nostro patriottismo, insomma, sembra presentarsi oggi al servizio del sempiterno vizio italico: la furberia. Il “senso di appartenenza” alla Nazione sembra oggi fondato principalmente su un motivo da 200 Mld l’anno. 

[114] Nihil sub sole novi. Già ai tempi di Adam Smith c’era chi proponeva roba del genere: pagare altri perché acquistino i nostri prodotti (o magari anche solo nella speranza che li acquistino); tentando di spiegare la convenienza economica di un tale agire. Appunto Adam Smith rilevava con sarcasmo l’ingenuità di simili progetti.

[115] E ce n’è di più dure. Su “Limes” n° 3/96 si può leggere, a pag. 87 (in un articolo sull’ipotesi secessionista), la seguente “proposta”: “Forse le parole non basteranno e agli italiani toccherà lottare contro i secessionisti in maniera intelligente e crudele. Nell’era del just in time e dei ratings sui mercati internazionali ci vuole poco a distruggere, paralizzare, rallentare o danneggiare. Prevenire, controllare, proteggere o riparare costa, e se i leghisti sono così bravi a far di conto come dicono capiranno anche che la secessione non sarà rapida, fruttuosa e indolore. Sarà una faccenda lunga, costosa e sanguinosa perché alla separazione si risponderà con il sabotaggio dell’economia e della produzione, e tutto il resto. Lo si è fatto dal 1943 al 1945, lo si rifarà e più d’uno darà una mano. I secessionisti dovranno affrontare la competizione globale col sabotaggio in casa e prima di curare gli affari dovranno badare a proteggere i loro figli, i loro beni, il loro mondo. E perderanno tutto.”

Chiaro, il “messaggio”?

[116] Ė più che sicuro che i nostri politici – se non tutti, i più competenti di economia senz’altro – sanno benissimo tutte le cose fin qui spiegate, sanno benissimo che il Sud non ha altra via per il proprio sviluppo se non quella di separarsi dal Nord. Se persistono nel fingere di non vederla, quella via, è perché sperano che il tempo, poco per volta, dia al Sud la possibilità di “rimonta”. Una strategia di tipo “attendista”, quindi, che consiste nell’“ignorare il problema”, o meglio nel tenerlo occultato. Il guaio è che, in attesa di quella “rimonta” (il “miracolo economico” del Sud) passeranno, ben che vada, parecchi decenni. (Ma i nostri politici mica hanno fretta; e se nel frattempo si deve perpetuare una truffa, insieme con un inganno… be’, pazienza: l’importante è “rimanere tutti uniti”.)

[117] Ritengo meriterebbe uno studio sociologico specifico (un saggio a parte) questo fenomeno (questo problema), delle modalità di comunicazione, o meglio di diffusione, entro una collettività (“collettività conoscitiva”, si potrebbe chiamarla, a indicarne gli atteggiamenti, le reazioni nell’ambito comunicativo), di notizie, fatti, idee – quali che siano. Nel nostro paese, a esempio (una “collettività conoscitiva” di quasi sessanta milioni di soggetti), accade infatti (lo si è già verificato) che una notizia, un fatto di cui vengano a conoscenza solo poche centinaia o anche poche migliaia di persone (non comunicanti tra di loro, non formanti una “collettività conoscitiva”), è come se non venisse a conoscenza di nessuno. Finché non sono i grandi media (i gatekeepers), a occuparsene (a decidere di occuparsene), è come se nulla fosse accaduto (come se nulla fosse stato comunicato a chicchessia), come se quella notizia, quel fatto non esistesse. E ciò perché anche quei pochi soggetti che ne sono venuti (quale ne sia stato il modo, il vanale) a conoscenza, se non ne trovano poi conferma sui grandi media, dopo un po’ di tempo formano dentro di sé la convinzione che quel fatto non sia  veramente accaduto (non sia reale). Insomma, che quella notizia (gli sia stata confidata da qualcuno, o anche abbiano letto su un giornale locale) altro non sia stata che una “bufala”, come si usa dire in gergo. E ciò, a dispetto persino di quella propensione alla “dietrologia” che così tanti di noi provano, e coltivano.