In questo sito, di economia un pò (ma non tanto) eterodossa, sono presenti alcuni saggi (per ora; in seguito forse ne aggiungerò altri - se non mi fermano prima).

  • YesGlobal - tratta della globalizzazione e dei problemi inerenti (con particolare riguardo ad alcune faccende di casa nostra)

  • Un reddito garantito per tutti - tratta di un nuovo, originale sistema di Welfare (difatti il sottotitolo è: "La soluzione del problema sociale?" - scusate se è poco)

  • (English Version) A guaranteed income for everyone (the solution to the social problem?)

Il download è gratuito (free).

Buona lettura.

Sono graditi i commenti - e persino le critiche (senza esagerare: sono sensibile).

 

RICCHI E POVERI

(ovvero: i vantaggi dell’esser poveri)

 

di  

GianCarlo Moiso

TEL. 0142-73614

E-MAIL. giancarlo.moiso@tiscali.it

 

INTRODUZIONE

   Quel che né a Destra né a Sinistra vi hanno mai detto, sia sulla Globalizzazione, sia sugli affari di casa nostra...

   Il titolo originale di questo saggio suonava “Globalizzazione: vantaggi comparati dai differenziali nei sistemi  di prezzi”. Naturalmente, con un titolo del genere sarebbe stato problematico diffondere più di una mezza dozzina di copie, e ho preferito quindi cambiarlo. L’argomento è comunque quello. Capisco come di primo acchito un tale tema possa non sembrare molto attraente, ma vi prometto che, se riuscite a superare indenni la prima parte,  invero un po’ noiosa con tutte quelle cifre e quei rapporti comparativi, il resto vi ripagherà, ne sono fermamente convinto (anche se alcuni dati statistici sono ormai un po’ vecchiotti: questo saggio è frutto di un lavoro più volte interrotto e ripreso nel corso degli anni; non sono un accademico di professione e ho altre cose da fare, oltre che scrivere di economia). Perché so che quel che leggerete potrà forse sorprendervi, scandalizzarvi, irritarvi, ma ben difficilmente potrà annoiarvi. Perché quel che qui leggerete non l’avete mai letto, né credo che mai lo leggerete, da nessun’altra parte (né a Destra né a Sinistra, come ho scritto nella “fascetta” di copertina.

   Questo saggio si propone di analizzare alcuni dei fenomeni in atto oggigiorno, principalmente economici, ma coi loro risvolti politici, sociali, culturali, psicologici – in una parola: antropologici.

   Che il mondo stia vivendo oggi una fase storica diversa da quelle passate, con una nuova economia (la finanza mondializzata, con i capitali che si spostano di qua e di là – si direbbe non avendo di meglio da fare – alla velocità delle onde hertziane ventiquattro ore al giorno), nuovi rapporti tra paesi (al dissidio Est-Ovest si va sostituendo quello Nord-Sud), nuove ideologie, nuove concezioni della vita e del suo senso che si pongono alla nostra attenzione (non sempre in modalità pacifiche), nuovi problemi, da quelli ecologici a quelli dei grandi flussi migratori, è una cosa che sentiamo dire ormai così frequentemente da non accorgerci che… la si dice già da secoli. E’ da almeno un paio di secoli infatti, e non da pochi decenni, che il mondo traversa “fasi nuove”, affronta sempre nuovi problemi, costretto a elaborare sempre nuovi paradigmi mentali per comprendere quel che sta accadendo. E’ la modernità, ragazzi. Che è iniziata non ieri ma già da un bel po’. E che significa appunto cambiamento. Il continuo mutamento è la sua carta d’identità, la sua philosophia perennis.

   La verità è che gli uomini sentono sempre come massimamente importanti i problemi del loro tempo, e hanno la tendenza a vedere la propria epoca come quella “assiale”, quella che sta mutando i destini del mondo. Che provino maggior interesse per i problemi del loro tempo anziché per quelli di cinquanta o cento anni prima, o per quelli di là da venire, è quindi più che altro una questione di prospettiva. Non tuttavia senza una qualche ragione (giustificazione): sui problemi futuri non si possono fare che illazioni, spesso confutate poi dagli eventi, mentre su quelli passati non è più possibile intervenire. Che gli avvenimenti contemporanei attirino l’attenzione, quindi, e che su di essi si discuta, è tutto sommato logico, intelligente ed economico.

   Inoltre quelli in atto oggidì sono mutamenti effettivamente notabili, non foss’altro che per le dimensioni e la rapidità del loro svolgimento. Comprensibile perciò che la fantasia di noi tutti ne venga coinvolta, attirata, dandoci la sensazione di vivere “tempi interessanti” – come i cinesi sogliono chiamare i tempi di crisi.

   Una sensazione esaltata dall’apertura del nuovo millennio: l’idea della “cesura”, del “passaggio” sembra porre anche i vecchi interrogativi in modi nuovi, facendoci provare le stesse ebbrezze che (così almeno c’immaginiamo) dovevano sentire, nei secoli passati, i colonizzatori di nuove terre nell’affacciarsi da un passo montano su una valle sconosciuta: pur se n’erano già viste molte, e simili, anche di quella, guardandola da lontano, ci si chiedeva, sempre un po’ trepidanti, se sarebbe stata fertile e accogliente oppure avara di frutti e insidiosa di pericoli.

   Con questo lavoro spero di portare un contributo (si dice così, no?) a una migliore comprensione, sia di quel fenomeno chiamato “globalizzazione” (o “mondializzazione”), sul quale mi sembra corrano non poche nozioni distorte e confuse (a cominciare dall’idea che sia un fenomeno recente, mentre è in atto da mezzo millennio – di recente c’è solo la sua accelerazione, nonché la “presa di coscienza”), sia di alcuni problemi di casa nostra, Europa e Italia, che vi hanno (anche se a prima vista non si direbbe) a che fare. Prevedo che molti lettori non si troveranno d’accordo con le mie diagnosi, e soprattutto con le “terapie” che propongo. Pazienza. So da tempo che l’unico modo per far sì che gli altri (la maggioranza, almeno) siano d’accordo con quel che si dice, è di dire cose che piacciano, che confortino, che rassicurino e confermino nelle idee che già si possiedono. Non è questo il mio intento. E se era questo ciò che vi aspettavate – di sentirvi confortati nelle vostre idee, nelle vostre convinzioni –, potete riportare subito il libro dal libraio dove l’avete acquistato (o cancellarlo, se l’avete scaricato da Internet). Se non l’avete sgualcito e avete conservato lo scontrino d’acquisto vi restituirà i soldi. 

   Ah, un’ultima raccomandazione: non saltate, come fanno alcuni, le note a piè di pagina. Sono forse la parte più interessante del racconto!

   Peccato che nella lettura on-line l' html abbia spazzato via le note!...ma le ritroverete tutte nella versione scaricabile!

 

 

di  

GianCarlo Moiso

 

INTRODUZIONE

   Parafrasando un famoso incipit, potremmo dire che un fantasma si aggira per l’Europa (anzi per buona parte del mondo)… senza riuscire a farsi notare. Un “fantasma”, questo di cui tratteremo, tale perché si direbbe che proprio non gli riesca di venir fuori da quello stato di ectoplasma in cui si ritrova; insomma, di uscire dai libri di testo e dagli studi accademici, per concretizzarsi in una qualche entità reale. Ben diverso comunque, come fantasma, da quello che alla metà del diciannovesimo secolo, tratto dai gorghi dei mai placati furori giacobini, Marx agitava dinanzi agli occhi atterriti dei buoni borghesi; questo ha un aspetto decisamente più affabile, più che di spettro si direbbe gli si addica il titolo di spirito benevolo. Chiamato con nomi svariati, Buono di Stato, Reddito Garantito (o Reddito Minimo Garantito, anche RMG), Demografico, di Cittadinanza (Citizen Income), di Esistenza, di Base (Basic Income, Grund-einkommen), Salario Sociale, Minimo Garantito (Minimum Social Garanti), Assegno Universale, ecc., questo nuovo (ma è veramente nuovo?) inquilino dei nostri castelli socioeconomici, lungi dall’evocare foschi scenari di rivoluzioni, di arrischiate palingenesi dell’ordine esistente, sembra porsi il fine, ben più modesto, di venire in aiuto a quel complesso d’istituti che va sotto il nome di “Stato sociale”. Che oggi appare avviluppato in una crisi a cui non si vedono sbocchi, come impantanato, da una parte sempre più costoso, sempre più vorace di risorse (suscitando così le proteste di coloro che sono chiamati a fornirle, e che ne chiedono quindi il “ridimensionamento”), dall’altra sempre più incapace di fronteggiare la massa di richieste. Incapace, soprattutto, di “raggiungere” tutti i bisognosi. Infatti, ad onta della gigantesca pano-plia di  presìdi assistenziali messi in opera, una parte della collettività continua, nelle nostre pur ricche economie, a rimanere negletta, esclusa (non per nulla è stata coniata la locuzione di “terzo escluso”) dal benessere generale, offesa vivente a quei principi di giustizia e uguaglianza che andiamo proclamando da un paio di secoli a questa parte. Quest’incapacità di provvedere a tutti i membri della collettività, quali ne siano le cause, la complessità dell’economia di scambio, la struttura dei sistemi assistenziali o che altro, costituisce il maggior scandalo sociale delle nostre collettività opulente, lo stigma della nostra epoca. L’i-dea di un reddito garantito si presenta allora come ipotesi-proposta di una nuova “tecnica” distributiva, differente da quelle usate finora.

   Un’idea che non è però del tutto nuova. La ritroviamo infatti, abbozzata o argomentata, in non pochi scritti dei secoli scorsi, di Thomas Paine, Hegel, Fourier, Condorcet, solo per citare nomi noti; nonché in alcuni passi di Marx (almeno, passi interpretabili come argomentazioni a sostegno dell’idea di un reddito garantito, per quanto non sembri certo questo il fondo della sua filosofia sociopolitica); ma era stata già propugnata dai “Livellatori” (Winstanley) nel XVII secolo, e da altri, ancor precedenti. Nell’America precolombiana l’impero Inca possedeva un complesso sistema di protezioni dall’indigenza, uno “Stato sociale” ante litteram. E la lex frumentaria della Roma repubblicana può considerarsi un’applicazione di “reddito garantito” (reso in natura), visto che, almeno all’inizio, le somministrazioni di grano riguarda-vano tutti i cittadini senza distinzioni.

   Nel XX secolo appena chiuso i progetti si sprecano. Uno, alla fine della prima guerra mondiale, è a firma del matematico-filosofo Bertrand Russell; un altro, pressoché contemporaneo, del (meno noto) quacchero laburista Dennis Milner. Ce ne sono poi altri, parecchi altri, sempre più frequenti col passare dei decenni, tanti che nessuno potrebbe citare con la speranza di essere esaustivo. Non mancano nemmeno i Nobel dell’economia, James Meade e Milton Friedman con proposte specifiche, mentre si trovano cenni nelle opere di altri. Continuamente riaffacciantesi, nelle forme più svariate (a esempio quella, di cui è stato per un certo tempo patrocinatore appunto Friedman, di “imposta negativa” (“reverse income tax”) sul reddito, o quella, presentata da Ernesto Rossi nel suo “Abolire la miseria” del 1946, di distribuzione gratuita dei “beni di base”), l’idea del reddito garantito è oggi la ragione sociale di un’associazione, fon-data nel 1986, la “Basic Income European Network” (B.I.E.N.; e oggi la “E.” sta per “Earth”: tale è l’ambizione), che la promuove in dibattiti e seminari. Il fatto è che di quest’idea si direbbe che, pur fre-quentando, come s’è detto, da lungo tempo e assiduamente i nostri castelli socioeconomici, non riesca mai a compiere la transizione dallo stato larvale – di fantasma appunto – in qualcosa di più consistente, in qualche progetto discusso dal grande pubblico, o addirittura in qualche proposta di legge, in qualche ipo-tesi di applicazione pratica. Vien da chiedersi: come mai?

    La frase “la soluzione del problema sociale?”, posta a sottotitolo di questo saggio, sembra suggerire, nell’interrogativo, la tentazione di completarla in “…o utopia impraticabile?”. Si direbbe – anzi è – questo, il punctum dolens. Quell’idea ha, nella sua disarmante semplicità, un’aria un po’ (o parecchio) utopica.

    Ma lo è veramente? Ė da ritenersi, l’idea di un reddito garantito a tutti, veramente utopica? Impra-ticabile, irrealizzabile? (Nel senso che, ove se ne tentasse l’applicazione pratica, aporie latenti nel progetto si manifesterebbero, dando origine a inconvenienti che più o meno rapidamente condurrebbero, se non proprio a una catastrofe economica, a costi tali da superare i benefici –  e consigliare così una repentina ritirata. Una sconfitta, come è stata quella del progetto della società collettivizzata.)

   Quello che qui chiamerò “Minimo” (non perché questo termine sia migliore degli altri, solo perché è il più conciso) – ovvero un reddito conferito a tutti, senza condizioni, indipendentemente dalla misura in cui si contribuisce (addirittura dal fatto che si contribuisca) alla formazione del “prodotto sociale” – ha alla sua base una nozione, un concetto che appare, anzi è, effettivamente, rivoluzionario. In modalità però ben diverse, ben lontane da quei mutamenti radicali di “mentalità”, di “codici morali”, che da secoli vengono invocati come viatici cui affidare il miglioramento del sistema sociale (nell’ostinata convinzione che cambiare la testa della gente sia la via più facile, mentre probabilmente è la più difficile), e dei quali si può effettivamente dire, con l’esperienza storica, che recano il marchio inconfondibile dell’utopia. (E dei quali è perciò bene diffidare: il secolo appena chiuso ci ha insegnato (o almeno dovrebbe), sulla pelle di milioni di esseri umani, che l’utopia (il progetto di ”ingegneria sociale”) non è solo un esercizio letterario, magari stravagante ma sostanzialmente innocuo, l’utopia può condurre alla tragedia.) L’idea del Minimo richiede, sì, dei cambiamenti nei modi di pensiero, il suo approccio al problema della povertà urta decisa-mente contro alcuni dei più consolidati paradigmi del senso comune. Ma non del buon senso. Perché, se la osserviamo bene, ci accorgiamo che quest’idea è in fondo un’erede del fabianesimo, del riformismo mo-derato, anzi prudente. E’ vero che si presenta con aspetti un po’ proteiformi, per cui non si sa mai bene a quale “tipo” ci si debba riferire nel formulare il giudizio, ma non è, a ben guardare, poi così stravolgente. Più che un’alternativa radicale allo Stato sociale, potrebbe dirsi una sua integrazione, il suo completa-mento (o vogliamo magari usare il termine “inveramento”?).

    Come mai allora quest’idea séguita ad apparire, in quel che usiamo chiamare “immaginario collettivo” (l’opinione del grosso pubblico), in una luce utopico-rivoluzionaria (magari anche un po’ pericolosa)? Dibattuta in conferenze, congressi, girata e rigirata tra gli studiosi, sembra incapace di uscire dalle aule delle accademie, all’aperto; inetta ad aprir le ali, a librasi al sole della pubblica opinione. Snobbata dai media, dall’intellighenzia, dai politici (forse sconcertati dal fatto di non riuscire a classificarla: è di “de-stra” o di “sinistra”?), continua a rimanere pressoché ignorata dal grosso pubblico. E quando non ignorata, derisa, giudicata degna solo di qualche sorrisetto di compatimento. Si tratta veramente di un’utopia (ovve-ro un progetto che, ove se ne tentasse l’applicazione, si rivelerebbe impraticabile, pericoloso)? O viene ritenuta tale solo perché per capirla occorre un “mutamento di paradigma”, una piccola “rivoluzione co-pernicana” mentale (non un’utopia, quindi, bensì una eutopia)? O forse c’è addirittura qualche “resisten-za”, più o meno latente, o inconscia, che ne inibisce la comprensione – l’accettazione? 

    In questo saggio mi propongo, non tanto di presentare lo “stato dell’arte” (non ho sufficiente cono-scenza dei dibattiti in corso), intorno all’idea del Minimo, quanto piuttosto di azzardare risposte a questi interrogativi, che ritengo importanti: perché i media la ignorano? Perché il Politico se ne disinteressa? Perché, insomma, quell’idea non “decolla” (non già all’applicazione pratica, ma anche solo allo stadio di progetto-discussione)? Perché, posto che appare discutibile, non viene mai discussa?

    Lo farò qui, tentando di raccogliere in sintesi, insieme con le problematiche (i pro e i contra), quelli che mi sembrano i “fondamentali” dell’idea, cercando di dipanare un po’ la matassa etico-ideologica in cui sembra aggrovigliata. Sperando, col chiarimento di almeno qualcuno dei non pochi equivoci che la cir-condano, di poter dare risposta a quei “perché”. Lo farò, esponendo la mia particolare, personale visione (nel senso weberiano di “ideologia dichiarata”), insieme con un’ipotesi di applicazione operativa. Spe-rando quindi (il mio intento, credo sia chiaro, è solo e semplicemente divulgativo) di condurre verso una sua migliore comprensione e conoscenza. Perché la conoscenza (e su ciò dovremmo esser d’accordo tutti)  è l’indispensabile propedeutica a ogni progetto di azione. Secondo la nota massima di Luigi Einaudi: “conoscere per deliberare”.

 

English Version

 

by

GianCarlo Moiso

 

INTRODUCTION

   Paraphrasing a famous incipit, we could say that a spectre is haunting Europe (or rather, a large part of the world)…without managing to draw attention to itself. We will deal with a “spectre” regarded as such because it apparently keeps failing to come out of its current ectoplasmic state; that is to say, in short, out of the textbooks and academic works, in order to become a concrete reality. However, it is far different from that spectre which, drawn out of the maelstrom of the never appeased Jacobin rage, was held up by Marx before the terrified eyes of the good bourgeois in the mid-nineteenth century. This one definitely seems to be friendlier; rather than “spectre”, you would say that the title “benevolent spirit” suits it better.

   Known under various labels, such as State Bonus, Minimum Guaranteed Income, Citizen’s Income, Basic Income, Grundeinkommen, Social Wage, Minimum Social Garanti, Universal Grant, etc., this new resident (is it really new though?) of our socio-economic castles, far from evoking gloomy scenes of revolution and of attempted palingenesis of the existing order, seems to have the much more modest purpose of aiding that set of institutions which goes by the name of the “Welfare State”. Nowadays, it looks stuck in a crisis with no apparent way out, as if it got bogged down; on one hand it is becoming increasingly expensive, insatiably greedy for resources (thus provoking protests from those who have to  provide these resources and therefore ask for cutbacks on them), on the other hand it is less and less able to cope with a large number of requests. It especially proves unable to “reach” all the needy people. As a matter of fact, in spite of the huge panoply of welfare benefits provided so far, part of society, even in our wealthy economies, still remains neglected, left out of the general welfare (hence the expression “terzo escluso”, a new social underclass); it is a living affront to those principles of justice and equality that we have been proclaiming for the last couple of centuries. This inability to provide for all members of society, whatever its causes – the complexity of the exchange economy, the structure of the welfare systems – represents the greatest social scandal in our affluent society, the stigma of our age. Therefore, the idea of a guaranteed income appears to be a hypothesis-suggestion about a new method of distribution, which is different from those used so far.

   This idea, however, is not completely new. In fact, we can find it, roughly developed or well-reasoned, in several writings of the past centuries by Thomas Paine, Hegel, Fourier, Condorcet, just to mention a few well-known names; we also find it in some passages from Marx (at least those passages that may be interpreted as arguments in support of the idea of a guaranteed income, although this cannot certainly be said the underlying issue of his socio-political philosophy); still, it had already been strongly supported by the “True Levellers” (Winstanley) in the XVII century and by other thinkers of former times. In pre-Columbian America, the Inca Empire had a complex system of measures aimed at protecting against indigence, a sort of “Welfare State” ante litteram. And the lex frumentaria (“grain law”) in Republican Rome may be regarded as an application of “guaranteed income” (payment in kind), since wheat, at least at first, used to be equally distributed to all citizens.

   In the XX century, which has just ended, there were plenty of projects, one of which was proposed by the mathematician and philosopher Bertrand Russell at the end of the First World War; another almost-contemporary scheme was put forward by the (lesser known) Quaker-influenced member of the Labour Party, Dennis Milner. There were so many other projects advanced with increasing frequency, decade after decade, that it is impossible to exhaustively mention them all. We cannot forget the winners of the Nobel Prize in economics, James Meade and Milton Friedman, who submitted specific proposals, whereas scattered notes can be found in other economists’ works. The recurring idea of a guaranteed income that keeps showing up in various forms (for instance the proposal of a “reverse income tax”, for some time supported by Friedman himself, or the idea of a free distribution of basic goods, advanced in 1946 by Ernesto Rossi in his work “Abolire la miseria”), is today the corporate name of the “Basic Income European Network” association (B.I.E.N; today “E” is for “Earth”: such is their ambition), founded in 1986 for the sake of promoting this issue in workshops and seminars. Despite the fact that this idea has been a “regular visitor” at our socio-economic castles for a long time, as mentioned above, it never manages to develop from its larval stage (a ghost) to something firmer, for instance a very popular topic to discuss, even a bill presented to parliament or a hypothesis of practical application. It may prompt us to ask: why not?

   The question we put as a subtitle to this essay, “the solution to the social problem?”, seems to tempt us to complete it with “…or rather an impracticable Utopia?”. That is definitely the punctum dolens (“sore point” in Latin). That idea, in its disarming simplicity, sounds a little (or very) utopic.

   Is it really like that? May the idea of a guaranteed income for all be regarded as truly utopic? Impracticable, unattainable? (Broadly speaking, should we try to put this project into practice, some hidden aporias would show up, causing problems that would more or less quickly lead, if not to an economic catastrophe, certainly to more costs than benefits – thus suggesting a hasty retreat. It would be a failure, as the project of a collectivised society was).

 

   What I am going to call the “Minimum” in this essay (not because this term is better than others, but rather because it is the most concise) – or an income unconditionally granted to all, irrespective of how much one contributes (or even of the fact that one does contribute) to the creation of the “social product” – is based on a concept that seems, or rather is, revolutionary indeed. In a way far different from those radical changes in “mentality” and in “moral laws” that, for centuries, have been invoked as a viaticum for an improvement in the social system (firmly believing that a change in people’s mind is the easiest way to go, whereas there is probably still a long journey ahead). Keeping our historical background in mind, we could certainly claim that those changes carry the unmistakable brand of utopia. We had better be suspicious of them: the century which has just ended has (or at least should have) taught us, at the cost of millions of human lives, that utopia (the project of “social engineering) is not a mere literary exercise (perhaps bizarre but essentially harmless), instead,  it may lead to tragedy. The idea of a Minimum does require changes in the way we think, its approach to the problem of poverty definitely disturbs some of the most well-established paradigms of common sense, but not those of good sense. In fact, on a closer look, we realise that this idea basically derives from Fabianism and moderate, or rather, cautious reformism. It is true that it has slightly protean aspects, therefore you never know which one you ought to make reference to, when you express a judgement. As a matter of fact, this idea is not so upsetting. Rather than a radical alternative to the welfare state, it might be considered as its integration or completion (why not use the word “realisation”?).

   Why then does this idea keep appearing, in what is called the “collective imagination” (most people’s opinion), in a light that is utopian and revolutionary (even a bit dangerous)? Debated at conferences and congresses, analysed again and again from different points of view by scholars, it seems unable to come out of lecture halls, in the open; unfit to spread its wings, to expose itself to the light of public opinion. Snubbed by the media, by the intelligentsia, by politicians (who are probably puzzled by the fact that it cannot be labelled: is it right-wing or left-wing?), this idea still remains almost ignored by most people. When not ignored, it is laughed at or deemed worthy of no more than a sympathetic smile. Is it really utopian (a project that, should it be put into practice,  would prove unfeasible or dangerous), or rather is it regarded as such because understanding it requires a “paradigm shift”, a small, mental “Copernican revolution” (and thus is not utopian, but rather eutopian)? Does it perhaps encounter a certain “opposition”, more or less latent or unconscious, that prevents it from being understood – or accepted?

 

   In this essay I intend not so much to present the “state of the art” concerning the idea of the  Minimum (I do not have a deep knowledge of the current debates), as to venture answers to those questions that I believe are important: why is this idea ignored by the media? Why do politicians show no interest in it? In short, why does this idea not “take off” (not in its practical application, but rather just in its planning/discussion stage)? Given that it is debatable, why is it never discussed then?

   Here I will answer these questions, trying to sum up what I believe to be the “rudiments” of this idea, together with some issues (the pros and cons), in order to slightly unravel the ethical-ideological web in which the Minimum looks entangled. Therefore, I hope to clear up at least some of the many misunderstandings that surround this idea. I will do that by expressing my own personal view (in the Weberian sense of “professed ideology”), and by imagining a practical application. I also hope to lead towards a better knowledge and understanding of the problem (I think it is clear that my goal is simply to spread my ideas). Knowledge is, in fact, the necessary propaedeutics to any action project (we should all agree on that), according to the well-known maxim formulated by Luigi Einaudi: “conoscere per deliberare” (“to know in order to be able to deliberate”).